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Campus a Gerusalemme: viaggio dentro la Città Santa

Si chiama Città Vecchia, ma sta diventando la parte più moderna di Gerusalemme. Affollata di studenti che frequentano l’importante Università Ebraica, da intellettuali che arrivano da tutto il Paese o semplicemente da israeliani che amano l’atmosfera speciale del posto. All’interno delle mura stanno avvenendo grossi cambiamenti in favore di un’atmosfera più laica e giovane. Ogni giorno 5mila giovani arrivano in Città Vecchia per divertirsi nei nuovi locali.
Secondo una ricerca del Comune di Gerusalemme, sono più di 100 i nuovi ristoranti, bar e caffè che sono stati aperti negli ultimi tre mesi, all’incrocio tra il quartiere ebraico, quello cristiano e quello musulmano. «Sedersi e bere un caffè in Città Vecchia è diventato molto alla moda», racconta Eliran, 25 anni, studente all’Università Ebraica in storia dell’arte. «In pochi minuti posso arrivare qui e assaporare l’atmosfera speciale del luogo, per non parlare dell’eccellente humus (pasta di ceci) con un ottimo bicchiere di tamarindo». Chi ama l’insalata e un menù più «sano» può andare all’Everest, un ristorante nella parte cristiana della città. «Molti intellettuali, artisti e scrittori arrivano da tutta Israele e attraversano le porte delle mura in cerca di un’atmosfera che non possono trovare altrove», racconta Zyad Quirak, proprietario di uno dei bar. «Qui il tempo si ferma, tutto scorre senza la freneticità della città. Anche i bar vogliono essere diversi da quelli che si trovano nel resto del Paese». «Non mettiamo musica ad alto volume e i giovani non vengono vestiti in modo stravagante per mettersi in mostra», racconta il proprietario di un nuovo bar aperto tre mesi fa. «I giovani arrivano per un aperitivo o per un tranquillo drink tra amici».
Chi invece ama i fast food, può trovare all’interno delle mura persino un Burger Bar, una catena israeliana che offre hamburger. La città più antica del mondo è sempre moderna. Offre vita notturna ma anche negozi di alta moda e design moderno, come per esempio la bottega di Abu Kalaf che vende tessuti tra i più preziosi e ricercati. Stilisti da tutto il mondo, ambasciatori o semplicemente persone di buon gusto si riforniscono solo da Abu Kalaf, nonostante i prezzi possano arrivare anche a 600 dollari al metro.
Anche la vita culturale non manca: dal famoso Festival del cinema che si svolge tutte le estati, sino al Festival dell’Ud, uno strumento tipicamente mediterraneo. Nella città che dà il nome persino a una sindrome, quella di Gerusalemme appunto, che ogni anno, con l’approssimarsi del Natale, diventa quasi un’epidemia in cui prolificano profeti in erba, pellegrini confusi alla ricerca della «Verità», psicolabili senza arte né parte, ma anche normali turisti da tutto il mondo, che più semplicemente si sentono irresistibilmente attratti dal fascino della città, ci si può quindi anche divertire e vivere normalmente. Seppure qualche volta persino i monaci della Basilica del Santo Sepolcro riescano a litigare. Com’è avvenuto lo scorso novembre, quando una violenta rissa tra armeni e greco-ortodossi, degenerata perfino in pugilato, è scoppiata nella Basilica ed è stata fermata solo grazie all’intervento della polizia israeliana.
Cuore pulsante dell’Israele di oggi, simbolo religioso e oggetto di contesa da millenni, Gerusalemme è oggi città di nostalgia e di memoria, ma anche città viva e reale, concretamente esistente. È così infatti che la descrive lo scrittore David Grossmann nel suo libro Qualcuno con cui correre, tradotto in film (già nelle sale italiane) dal regista Oded Davidoff. La Gerusalemme che emerge dalle sue pagine è una città alla quale chi non ci vive non è abituato. «Ma nel mio libro Gerusalemme non è assolutamente la città della guerra, della religione e del muro», spiega lo scrittore. «Per me è una città come tante altre, oserei dire normale, anche se in realtà non la posso neppure definire così. Gerusalemme non è solo la città della grazia e della compassione, ma è molto di più», prosegue Grossmann. «È anche la città delle fogne, dei drogati, dei bambini abbandonati per strada, dei barboni». Forse per cambiare la propria immagine di città solo e solamente legata alla religione, è stato costruito un enorme ponte all’entrata della città: si tratta del Ponte dei fili, creato dal famoso architetto spagnolo Santiago Calatrava. «Il ponte non è solo un monumento», ha spiegato l’architetto il giorno della sua inaugurazione, lo scorso giugno. «È elegante, solare e la sua forma trasmette un messaggio di modernità e laicismo. La città ha gia abbastanza simboli che ricordano la religione: stelle di Davide e candelabri a sette braccia. Il ponte è qualcosa di non banale e con una cultura dell’estetica».
Gerusalemme è risultata in fondo alla lista di una recente inchiesta sulla qualità della vita nelle 15 città più grandi di Israele. È un panorama di strade sporche, prezzi immobiliari alle stelle combinati alla stagnazione economica e alla disoccupazione; e di traffico impazzito per la costruzione di un sistema di metropolitana di superficie, che da dieci anni rende la Città Santa un cantiere a cielo aperto. Circa 5mila persone lasciano Gerusalemme ogni anno e si calcola che nel giro di 5-10 anni sarà popolata in stragrande maggioranza da ebrei ultraortodossi e palestinesi. E proprio il problema religioso, anzi la lotta fra l’anima laica e quella ortodossa, è al cuore dell’identità cittadina. Gerusalemme ha la reputazione di una città retrograda: «Religiosa e arretrata», dice lo studente universitario Jay Rosen, 27 anni, mentre Raffi Radovan, 35 anni, ha detto che come parecchi dei suoi amici ha deciso di trasferirsi a Tel Aviv - dalla quale fa avanti e indietro ogni giorno per lavoro - per sfuggire all’atmosfera troppo religiosa. Dieci anni fa città molto viva, cosmopolita, Gerusalemme ha visto calare la percentuale di stranieri che battono le sue strade bianche. Il centro della cultura e delle attività si è spostato a Tel Aviv sul lato israeliano, e a Ramallah, in Cisgiordania, sede del governo palestinese. Città però anche moderna, che si sa rinnovare e che permette ogni anno che sfili la parata del Gay Pride, nonostante secondo i religiosi, ebrei e musulmani, «turbi la santità di Gerusalemme».
Non si può però sorvolare sul ruolo di Gerusalemme come punto cruciale nelle negoziazioni di pace tra israeliani e palestinesi.

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