In edicola

Lifestyle

Viaggi
I cantastorie neri nel film di una tesi
da Campus maggio 2009, Globetrotter, Protagonisti

UN GIOVANE LAUREANDO IN CINEMA E TELEVISIONE ALLO IULM DI MILANO, GIUSEPPE CARRIERI, 24ENNE DI NAPOLI, LA SCORSA ESTATE È PARTITO PER IL SENEGAL ALLA RICERCA DEI GRIOT, SORTA DI AFFABULATORI, POETI E CANTORI DEI VILLAGGI AFRICANI, PER RICORDARE UNA TRADIZIONE POCO CONOSCIUTA E GIÀ IN ESTINZIONE. ECCO IL MINI-DIARIO DI BORDO DEL SUO VIAGGIO-RICERCA-AVVENTURA

23 luglio 2008, volo IB 3722.
A Malpensa, finalmente, si ritrova per la prima volta tutto il gruppo di lavoro. Michele, co-autore e factotum del documentario, sa già di non avere il k-way ma non è una grossa mancanza. In compenso, ha una valigia colossale e spera di non perderla (è lui il più quotato-sfigato). Gianols (il suo vero nome è Andrea ma da sempre affettuosamente lo chiamo così), montatore e indispensabile metronomo, in quanto a peso se la gioca bene, ma il suo punto di forza è senza dubbio l’armamento farmaceutico. Qualche minuto dopo, accompagnato dalla famiglia, arriva anche Andre, soprannominato «la mano più ferma del West», investito del ruolo di operatore e direttore della fotografia. E poi ci sono io, regista e ispiratore di questa missione documentaristica.
All’appuntamento ovviamente non manca la famiglia Mbengue, di cui capo indiscusso è monsieur Ibou, responsabile delle banche dati della mia università nonché mio carissimo amico. Sarà lui, nel corso di quest’avventura, a guidarci attraverso il Senegal, aiutandoci a conoscere questi ultimi cantastorie orali - i cosiddetti griot, di cui ormai da tempo proviamo a seguirne le tracce.
Il volo sembra andare liscio sin quando, a dieci minuti dall’arrivo, il mio corpo comincia ad avvertire un brivido anomalo. Che l’Africa mi stia già facendo effetto? No, non può essere. Questa è pressione. Pressione che crolla nel mio corpo e che per poco non mi fa svenire tra le braccia di una hostess. Dopo un’overdose di zucchero mi vedo all’aeroporto Senghor di Dakar abbattuto su una sedia, mentre un militare mi rinfresca sferzando un foglio di carta argentata e sorridendomi come un ebete.
Quando recupero le forze, ecco che finalmente si esce. Sulla strada apparire bagliori lontani di qualche luce incomprensibile che dal fondo del paesaggio illumina file di uomini e donne che camminano, trasportando qualcosa. Ruderi in corso, botteghe improvvisate. La notte non nasconde niente e io già mi sento perfettamente calato in
essa.
26 luglio. L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile...

È il giorno della nostra prima importante ripresa. Dietro una bottega di scarpe, che è allo stesso tempo un’officina, una caffetteria e anche un ristorante, c’è un microcosmo umano inaspettato.
Qui conosciamo Michelle Ndiaye, griotte anziana, il cui nome mi è stato consigliato da un artista senegalese (che è anche suo nipote, ma sui rapporti di parentela è meglio non interrogarsi perché non ne verremmo mai a capo). Michelle è accovacciata sotto un albero mentre mangia del riso. Ci viene presentata come un vero pozzo di saggezza e, se non fosse per il nostro Ibou, la comunicazione in lingua wolof per noi sarebbe un ostacolo insormontabile.
Dopo un’ora di incessante movimento, dove solo delle piccole e quiete capre (e ovviamente la griotte anziana) sono restate immobili, abbiamo tanto materiale e ci riteniamo soddisfatti. Michelle intona un’ultima nenia e in cambio di qualche bon-bon, in principio da destinare ai bambini, ci becchiamo anche una sua benedizione. Tutti ci salutano con grande calore e ci invitano a tornare Inshallah.
Proprio quando la giornata è finita e tutto sembra volgere al termine, ecco la sorpresa. In pochi minuti mi accorgo di non avere più con me il cellulare. Nonostante i rimedi preventivi (pantalone con ineccepibile funzione «multi-tasking»), il mio bel Nokia con tanto d’auricolare è scomparso. Da questo momento in poi sono in Africa, ufficialmente irraggiungibile. Che sia questa la vera benedizione donatami da Michelle?
27 luglio. Un’estate al mare?
La giornata al mare è andata bene. Mor, il nostro tassista enorme, si è allenato, e ogni tanto mi canta a squarciagola «Tu dois aimer ce qui est bien», palpandosi i pettorali. Ibou praticava le sue adorate arti marziali e Tikida, una delle sue nipoti, ci ha fatto ascoltare un po’ di sana musica pop senegalese.
Inutile dire che è scattato anche l’ineluttabile momento della palla. Dopo qualche tocco, con atleti di gran lunga a noi superiori (c’era fra loro un ivoriano che ha fatto perdere la testa ai miei cari colleghi di troupe), ci siamo presi un bel po’ di sole, invidiosi di tutta quella sostanza muscolare che i senegalesi (e non solo) ostentano come se niente fosse.
Il tempo qui rallenta e si ha la sensazione di poter realizzare tutto quello che si deve fare. Qui esiste una cosa a noi sconosciuta: la calma. Non c’è pressione, non c’è fretta e noi paradossalmente siamo a disagio con tutti i programmi che abbiamo in testa.
30 luglio, 4x4?
Occorre un 4x4 per le prossime avventure e ne abbiamo avvistato uno che sembra un affare. Come al solito, la trattativa non è affatto facile e, accompagnato dal caro Gianols, mi reco dal nostro interlocutore, il cui nome è Daouda (io inconsapevolmente però farò di tutto per storpiargli il nome in una dozzina di modalità differenti).
Ore 19.12: c’è ancora luce. Daouda parte da una base di 100mila Cfa al giorno (qualcosa come 150 euro). La macchina è un’Isuzu in non eccelse condizioni ed esplicitamente urge di verifica. Per noi, però, resta un capolavoro. Cerchiamo di trattare.
Ore 19.34: sono in collegamento telefonico con la diretta proprietaria della vettura. Sembra che sia un giudice. Una figura irremovibile. Sta di fatto che alla mia proposta di 30mila Cfa la signora mi attacca il telefono in faccia e di lei per un po’ non avrò più notizie.
Ore 22.15, ultimo round: l’incontro con madame P. (il cui nome non viene fatto non per ragioni di privacy ma perché ancora adesso non ho realmente capito come si scriva). La signora ha una maschera di cerone che le rende rigide le tempie, al punto da non permetterle nessun movimento facciale. Non ride mai. E non dà neanche nessun accenno di empatia. Insomma, è un mostro. All’inizio è dura ma poi con quell’arte retorica che ancora mi sostiene, vestito indegnamente con una maglietta della salute bianca e infradito, mi faccio valere. Qualcosa mi dice che alla fine ho concluso la più intensa trattativa della mia vita. In punta di piedi stringendo il contratto tra le mani, batto la ritirata. Vincente.
5 agosto. La fine non finisce mai
Quando ti svegli alle cinque c’è sempre qualcosa che non va. Anzi, non qualcosa. Qualcuno. Sei tu che non vai. Il risveglio doloroso non è il miglior preambolo per partire all’azione, ma almeno la macchina noleggiata questa volta è una garanzia. Scendiamo in strada e il canto all’alba del
muezzin ci benedice con le sue urla così precise (come diavolo fa?).
Il nostro storico autista Mor ha gli occhi che non gli funzionano proprio bene, però si dice pronto e guidando, gli passerà (…). Ci siamo, il viaggio sta quasi per finire e nonostante il torpore dell’immobilità da scomodo sedile di un 4x4 ci sentiamo felici. Siamo perfino in orario! Ibou decide allora di avvertire la famiglia del nostro griot per avvertirlo del nostro approdo. Ma la telefonata presenta degli strani segnali. Il silenzio di Ibou, con quel misto di saliva ingoiata male che ti fa inciampare le parole in bocca, inizia a far rallentare la macchina. Alla parola Dakar, il cuore comincia ad avere un sensibile sussulto accelerato. Al rumore dello sportellino chiuso del cellulare di Ibou, non ci sono più dubbi. La macchina mestamente fa marcia indietro: Samb Diabarè Samb è al nostro punto di partenza, a Dakar!!!
Campus
© 2012 Campus. Riproduzione riservata
Credits