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We speak english

La questione, non nuova ma sempre molto interessante, sembra riscuotere maggiore interesse nell’ultimo anno accademico. Si tratta della tendenza di organizzare corsi di laurea esclusivamente in inglese, con l’incentivo di un sostanzioso sconto sulle tasse. In primis a segnalare i rischi di questa moda è il presidente dell’Accademia della Crusca che in un’intervista per «Tempi» sostiene  che la capacità di tenere lezioni in inglese faccia premio sulla competenza disciplinare e che si aggravino le drammatiche carenze dei giovani nel dominio della lingua italiana. Dato di fatto innegabile è sicuramente che la preparazione scientifica dei giovani occidentali sta subendo un forte declino. Testimoni di questa dura realtà sono i numeri, le statistiche mostrano infatti che nelle più prestigiose Università statunitensi (modello per eccellenza) i migliori studenti di phd: matematica, fisica, biologia eccetera, sono indiani, cinesi, sudcoreani, cingalesi…insomma provenienti da paesi dove si fornisce una solida preparazione disciplinare, che da noi ora è considerata repressiva e imposta! Reclutando questi giovani, le Università americane riescono a mantenere i loro livelli alti. E qui entra in campo l’Italia: dato che gli studenti nostrani hanno rendimento mediocre, puntiamo su soggetti esterni! L’appello è lanciato all’Asia con creazione di lauree in inglese per facilitare l’ardua impresa. Ma c’è un problema: le università made in Italy non possono minimamente competere con quelle marchiate u.s.a. e per riempire questo gap ci pensano i rettori, come? Tagliando le tasse! In pratica: si gioca la carta del disastro italiano delle Università abbassano le tasse per attrarre nuovi ricercatori indiani (ad esempio) che torneranno in madre patria a praticare la loro attività. Il rischio principale è quello di abbassare il livello di studio creando una conoscenza mediocre di un inglese povero con gergo tecnico privo di spessore culturale. Non preoccupato è Tullio De Mauro che sostiene che il problema non è l’inglese ma l’analfabetismo di ritorno. De Mauro scaglia un’accusa diretta verso le istituzioni scolastiche che da circa 36 anni si sono dimenticate di insegnare scienza e matematica senza che nessuno dicesse niente…ma siamo proprio sicuri? Se così fosse, non si sa davvero che pensare! www.tempi.it  

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On febbraio 8th, 2008, posted in: News università by
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