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Prove in quasi tutte le facolt

Dieci milioni, per l’esattezza 10.346.651: è questa la cifra che si divide nelle casse di 31 fra i principali atenei italiani grazie agli introiti derivanti dalle tasse per le iscrizioni ai test d’ingresso.
In un periodo di tagli e di vacche magrissime, un piccolo cordiale per le casse universitarie. Qualche esempio? Il Politecnico di Milano ha incassato nel 2009, grazie ai 13.649 studenti che si sono iscritti ai test d’ingresso, 682.450 euro e che l’Università Politecnica delle Marche, a fronte di una spesa di 30mila euro per l’organizzazione complessiva delle prove, ha incassato, grazie alle quote di partecipazione ai test di 5.961 studenti (50 euro l’uno), 298.050 euro. L’ateneo dichiara che i ricavati vengono utilizzati per la copertura delle spese di organizzazione dei test e il saldo, 268.050 euro, finisce a cercare di far quadrare i conti dell’ateneo marchigiano. Insomma, nessuno lo dice apertamente – nemmeno le associazioni studentesche che, semmai, fanno obiezioni di principio – ma l’operazione test serve «anche» a far cassa.
Qualche maligno infatti ipotizza che la moltiplicazione forsennata delle prove di ingresso – soprattutto con la comparsa dei test valutativi – unisca le sacrosante ragioni dell’orientamento in itinere a quelle della contabilità di cassa. Basti pensare ai test nazionali, quelli regolati per legge.
Il servizio del Cineca (che li organizza) è garantito da un contributo ministeriale ma, nonostante tutto, le università richiedono ai ragazzi una salatissima tassa di iscrizione, che difficilmente si giustifica con i costi di servizio amministrativo e guardiania. «Vanno a coprire solamente le spese logistiche sostenute dagli atenei», dice Marco Lanzarini, direttore del Cineca, «come i controlli per la sicurezza e l’affitto di aule adeguate».
Ma oltre l’indotto economico di cui beneficiano le università, che potrebbe sfiorare i 20 milioni di euro, occorre tener presente il fatturato degli operatori. Vest Group e Selexi, due società private che organizzano le prove nelle università (vedi interviste nel servizio su CampusPRO), fatturano complessivamente circa 3 milioni.
Da aggiungersi, inoltre, le big dell’editoria specializzata. Si vadai 4,5 milioni di euro di fatturato della napoletana Edises, ai 6,7 della padovana Piccin. Alpha Test, che da alcuni anni ha aggiunto i soggiorni di preparazione alle prove oltre ai manuali, fatturava 7,4 milioni nel 2007 (con un utile di 1,29 milioni) e oggi ha sfondato quota 10 milioni, mentre non troppi meno dovrebbe ricavare Hoepli, marchio storico dell’editoria italiana, che globalmente fattura oltre 25 milioni.
Sfuggono poi al censimento le tante iniziative locali, animate da agenzie, cooperative studentesche, piccole società che fanno assistenza e preparazione.
Complessivamente, il fenomeno dei test può valere, in una stima larga ma non molto lontana dalla realtà, oltre 50 milioni. Una cifra che crescerà inevitabilmente se verrà approvato il test unico per i fondi del diritto allo studio inserito nel ddl di riforma.
A oggi la situazione generale mostra che quasi tutti i corsi richiedono un test d’ingresso in tutti gli atenei ma, se Scienze motorie prevede un test selettivo in quasi tutti i casi, ci sono facoltà, come Scienze della comunicazione, per le quali la situazione è molto varia: molti atenei prevedono un test selettivo, tanti altri uno di verifica delle competenze, mentre altri ancora non prevedono alcuna forma di verifica.
Le prove di accertamento delle competenze sono quasi sempre obbligatorie, ma non preclusive all’immatricolazione: «Sono volte a verificare le conoscenze dei ragazzi », spiega Roberto Nicoletti, prorettore agli studenti dell’Università di Bologna, «e prevedono varie materie. Solitamente, si assegnano ai ragazzi che non le passano dei debiti formativi da colmare seguendo corsi di recupero organizzati dall’ateneo. A Bologna, per esempio, se in un anno uno studente non salda i debiti, è costretto a reiscriversi al primo anno». Ma non è solamente la scelta di test selettivi o meno a cambiare la situazione dei vari atenei.
Anche le modalità di organizzazione delle prove variano da ateneo ad ateneo, spesso addirittura da facoltà a facoltà. «Escludendo i test nazionali», racconta Stefano Bazzini, a.d. di Selexi srl, «tutte le altre facoltà possono decidere se assegnare il compito a una società esterna come la nostra, associarsi a consorzi come il Cisia, che comunque offrono il servizio a pagamento o, come succede spesso ultimamente, vista la carenza di fondi pubblici, gestirseli internamente ».
Dei test è un grande sostenitore Roger Abravanel, autore di Meritocrazia (Garzanti) e diventato di rcente consulente del ministro Gelmini per la scuola. «Il test alla fine delle scuole superiori consentirà finalmente di portare in Italia il "sogno dei rivoluzionari del merito", perch

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On settembre 2nd, 2010, posted in: News università by
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