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Precari ci si forma

Che quasi tutti gli studenti universitari lavorassero in nero, lo sapevamo. Che i salari fossero bassi, pure. Ma che non si trattasse proprio di «lavoretti», ma di lavori che trasformano il futuro dottore in una sorta «di precario in formazione», non volevamo crederci.

E invece dall’indagine Cesar, commissionata da Cgil e Udu, emerge che gli studenti che lavorano sono una sorta di  precari in formazione, che consolideranno dopo la laurea la loro condizione di lavoratori con un salario basso, assenza di contributi, il tutto condito da una giusta dose di sfruttamento.  

La pragmaticità dei numeri è più eloquente di qualsiasi commento, dunque iniziamo:
ben 7 studenti su dieci (il 70,8 per cento) lavorano in nero, solo il restante 29,2 ha un contratto.
Le tipologie contrattuali spaziano dal tempo determinato (10,6), ai cococò (8,8), alla partita Iva (7). Il tempo indeterminato è ormai «roba d’altri tempi».
In media si guadagna 500 euro al mese.

Un dato da sottolineare: non si tratta di «lavoretti» saltuari o del fine settimana, ma di lavori caratterizzati da una continuità imposta dall’esigenza di pagare le tasse universitarie e l’affitto, in particolare per i fuorisede. Il 53,9 per cento lavora da 1 a 5 anni, il 22,1 da 5 a 10 anni, il 10,6 da oltre 10 anni. Solo uno studente su 10  lavora per pagarsi svaghi e tempo libero.

Il diritto allo studio sembra navigare davvero in cattive acque, basti pensare che i fondi per le borse di studio sono inferiori di 20 milioni di euro.
Insomma, per gli studenti tanto lavoro in nero e mirabolanti prospettive precarie.

 

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On novembre 10th, 2006, posted in: News università by
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