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L’Aquila, fra orrore e voglia di ricominciare

Libri, cd, fotocopie: oggetti semplici, soliti, di una casa di fuorisede universitari. Vederli mescolati ai calcinacci, ai pezzi di mattone, alle macerie gela il cuore. Cose che raccontano la vita appassionata, incazzata, scanzonata, spensierata di ventenni alle prese con un pezzo importante del loro cammino, l’università, impegnativo e bellissimo. Per questo le foto di Davide Colella, qui accanto, nella rubrica CampusShot, ci lasciano attoniti. La vita nella Casa dello studente de L’Aquila, a una certa ora di una certa notte, si interrotta. E molte vite si sono spezzate. A noi – noi, che scriviamo, voi che leggete – rimane il senso di vuoto, di incredulità e di rabbia dinanzi alla crudezza di questa realtà. A noi resta la fede, per chi ce l’ha, il cordoglio, la solidarietà.
Leggere le storie che i nostri Damiano Fedeli e Beatrice Bortolin hanno raccolto dalle tendopoli aquilane aiuta. Ci sono i volti, le speranze, la tenacia di chi non si arrende e vuol continuare – seppure in questa dimensione straordinaria e che sembrer a lungo irreale – a vivere, a studiare, a pensare a un futuro. Leggere che Aladino Di Marco, col suo pc strappato alle macerie, riparte diritto verso la sua laurea in Ingegneria edile, ridona speranza. Partecipare alla campagna lanciata dal ministero della Gioventù, e di cui ci parla Giorgia Meloni proprio da queste colonne, pu essere un gesto importante. Campus vi ha aderito non appena stata resa pubblica, prima col portale Campus.it, e ora con il giornale. Ma qualsiasi raccolta, di fondi o di energie, anche le molte lanciate dalla Crui o dai singoli atenei (ultima, ma non per ultima, quella de La Sapienza) va benissimo.
Ma mentre registriamo gesti coraggiosi, nobili, che ridanno senso a un’idea stessa di società e di università, leggiamo, non senza raccapriccio, di qualcuno che, a macerie fumanti, chiede il commissariamento dell’ateneo aquilano. Non ci volevamo credere: abbiamo letto e riletto l’articolo pubblicato da Il Messaggero il 14 aprile da Francesco Sidoti, docente di Criminologia proprio in quella università. Sidoti (nella foto a fianco) ha ipotizzato che il silenzio calato sul suo ateneo, tragedia nella tragedia, sia in qualche modo causato «dalla distanza dell’universit italiana dal Paese». Distanza che, sarebbe evidentissima a L’Aquila, ateneo «che incarna fisicamente la propria alterità attraverso un rettore notoriamente militante su posizioni molto di sinistra». Sidoti conclude il suo ragionamento richiamando «l’urgenza e la drammaticità» del momento e invocando un commissario straordinario. Un ragionamento che sarebbe facile bollare come astruso (ma di quale silenzio si parla? E che c’entra, qui, la distanza fra atenei e societ? E che c’entrano le idee politiche del rettore Di Orio?) se non fosse di una gravità inaudita: nel momento in cui un’università non sa come ritornare a vivere, se ne invoca la decapitazione per via prefettizia.
Un orrore che, dopo i tanti orrori di questa tragedia, ci saremmo voluti risparmiare.

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On aprile 20th, 2009, posted in: News università by
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