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La rivincita delle private

Lo stato favorisce un po’ troppo le università private? A quanto pare no. È quanto è emerso ieri dalla conferenza stampa del Cun (Coordinamento delle università non statali), organismo nato lo scorso febbraio in seno alla Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane). Tema della conferenza? Entrate, uscite e indici di efficienza del sistema universitario non statale italiano. A presiedere l’incontro, svoltosi alla Iulm, Giovanni Puglisi, rettore dell’ateneo milanese e responsabile del Cun. «Smettiamola di dire che lo stato guarda con un occhio di favore alle università non statali», ha dichiarato Puglisi, «a fronte degli oltre sette miliardi di euro trasferiti quest’anno agli atenei statali, i 14 non statali che attualmente fanno parte della Crui hanno ricevuto, complessivamente, contributi pari 133 milioni di euro». In effetti se si escludono Università Cattolica e Campus Biomedico, che ricevono anche i contributi delle regioni per le attività di assistenza sanitaria offerte dai loro policlinici, Libera università di Bolzano e Università della Valle d’Aosta, che invece ricevono finanziamenti anche da comuni e da altri enti pubblici, l’incidenza media dei contributi pubblici sul totale delle entrate era, nel 2006, del 14,5 per cento contro il 73 per cento negli atenei statali. Ma allora chi finanzia Iulm, Bocconi e compagni? Gli studenti, o meglio, le loro famiglie (61,9 per cento delle entrate nel 2006, sempre escludendo Cattolica, Campus biomedico, Bolzano e Aosta). «Ma questo è normale», dichiara Puglisi, «semmai il problema è un altro». Quale? «Il problema è che, pur ricevendo bassi contributi pubblici, le università non statali sono obbligate a sottostare agli stessi vincoli imposti alle statali». Qualche esempio? I docenti devono essere retribuiti come nelle statali e le tipologie didattiche devono essere le stesse. La soluzione, secondo il responsabile del Cun, può essere soltanto una: liberalizzare il sistema dell’istruzione superiore. «Bisogna favorire la concorrenza tra gli atenei togliendo i vincoli di cui si parlava», spiega Puglisi. Ma nel frattempo come si comportano gli studenti delle non statali? A quanto pare meglio dei colleghi delle statali. Il 48 per cento di loro è in corso (contro il 27 per cento degli «statali») e solo 9 per cento abbandona tra primo e secondo anno di corso (nelle statali il 22 per cento).

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On novembre 7th, 2007, posted in: News università by
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