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| Alla Bicocca i prof prendono il pagellino |
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E gli studenti danno un giudizio anche sulle strutture della facoltà Di valutazione degli studenti e degli sviluppi connessi a questo importante momento dell’attività accademica abbiamo parlato anche con Giancarlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano Bicocca, che si occupa dell’analisi e dell’elaborazione dei questionari compilati da studenti e docenti. Sì, perché all’ateneo milanese la valutazione si svolge seguendo un doppio binario. Ma sentiamo direttamente il professore. Valutazione: che cosa si fa all’Università di Milano Bicocca? La Bicocca si è dotata di strumenti di valutazione della didattica quasi subito. Il nostro ateneo fa una rilevazione annuale di tutti i corsi da parte dei frequentanti, avendo cura di collocarla non troppo a ridosso della fine del corso, periodo in cui tradizionalmente tanti studenti frequentano meno le lezioni. Ai ragazzi viene chiesto di esplicitare il proprio parere non solo sul docente, sulle lezioni e sul corso, ma anche su altri elementi relativi alle strutture: il sovraffollamento, l’acustica, la visibilità, il riscaldamento. Questo ci permette di avere un quadro davvero completo. In più, però, abbiamo aggiunto una scheda di giudizio anche da parte del docente, che valuta il grado di interesse degli studenti e sottolinea, dal suo punto di vista, gli eventuali punti di criticità del corso. Un’iniziativa che abbiamo adottato in via sperimentale nel secondo semestre del 2006/2007 e che abbiamo ripetutto in entrambi i semestri dell’anno dopo. I risultati dell’analisi di questi questionari vengono poi pubblicati sul sito dell’ateneo. I questionari rappresentano il metodo migliore per dare un giudizio articolato? La scheda di valutazione è uno strumento che presenta dei limiti e questo si evidenzia dal fatto che di anno in anno cambia molto poco nei risultati. Bisognerebbe fare uno sforzo aggiuntivo per produrre uno strumento più fine, che magari desse la possibilità di differenziare maggiormente gli studenti. In che senso? Classificando meglio il loro background, indicando la provenienza, il carattere socio-economico, insomma qualche dato in più per permettere di capire meglio. Alcune informazioni del test sono poi vaghe e generiche. Per esempio, si chiede allo studente se ritiene che i crediti siano adeguati al carico didattico. Mettiamoci nei panni di una matricola, ma che cosa volete che risponda? Nella maggior parte dei casi scrive sì e “buonanotte suonatori”. E poi? Che fine fanno le schede? Vengono analizzate, rielaborate e i risultati arrivano alle presidenze delle varie facoltà, che poi valutano quali provvedimenti correttivi intraprendere. Dall’anno scorso abbiamo introdotto anche un “pagellino”, ossia una pagina sintetica a cura del Nucleo di valutazione, che colloca i risultati ottenuti da uno specifico insegnamento rispetto al valore medio di ateneo, di facoltà, ma anche rispetto al valore medio degli insegnamenti dello stesso settore disciplinare. E questo viene fatto quesito per quesito. In questo modo il docente si può rendere conto immediatamente se, su un certo punto, la sua valutazione è nella media rispetto ad altri corsi o se è più bassa. Insomma, può fare un confronto veloce con gli altri docenti. Rendere pubblici i risultati oppure no? Il parere dei prof su questo è molto discordante. Secondo me, i risultati della valutazione dovrebbero essere resi pubblici il più possibile. Il docente, d’altra parte, svolge un lavoro pubblico ed è giusto che abbia consapevolezza di quello che pensano i suoi clienti, in questo caso gli studenti. E’ giusto che venga allo scoperto, che sappia e faccia sapere se è apprezzato oppure no. Io non credo che se un docente ha la fama di “uno che boccia”, poi i ragazzi siano portati a dare giudizi negativi nei questionari. Gli studenti sono meno allocchi di quanto si voglia far credere. Anche perché, alla fine, in media i conti tornano. Io docente, conosco i punti di forza e le criticità del mio corso. E mi accorgo che, alla fine, gli studenti colgono entrambi in maniera ottimale. |
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