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Il futuro secondo Matteo
Ha vinto le primarie del Pd a Firenze e potrebbe diventare sindaco a 34 anni. Campus l'aveva intervistato nell'aprile del 2006. Ecco il testo


A trentuno anni è il più giovane presidente di provincia d’Italia. Il bello è che Matteo Renzi, fiorentino, una laurea in legge, due figli, un posto da dirigente nell’azienda di famiglia che si occupa di servizi per l’editoria, governa la Provincia di Firenze in quota Margherita da quando di anni ne aveva 28.
In un libro uscito per Giunti, Da De Gasperi agli U2 (vedi box), ha lanciato con decisione la questione del ruolo dei giovani nella società italiana. Se non fossimo nel bel mezzo di una campagna elettorale particolarmente infuocata, sarebbe un tema al centro del dibattito.
Le danno del marziano…
Sì, facendo finta di ignorare che cose molto più serie della Provincia di Firenze (con tutto il rispetto per la Provincia e naturalmente per Firenze) sono state volute da trentenni. Yahoo! o Google sono aziende fondate da alieni veri, più giovani di me. Che Daniel Harding dirige la prima alla Scala senza aver raggiunto ancora i trenta. Che cos’è per lei la politica? Come ha detto Bono…
Prego?
Sì, Bono, Bono Vox, il leader degli U2 che intervenendo al congresso laburista di Brighton nel 2004 sui temi dell’Africa e dello sviluppo, presente Blair e il suo avversario di allora, disse: «È un’enorme responsabilità essere i depositari dei sogni della loro gente, essere la loro speranza per il futuro». Il più bello spot mai fatto alla politica. La politica infiamma in questi giorni le università francesi. Il tema centrale è il lavoro, o meglio, la precarietà.
Anche lei parla molto di lavoro, nel suo libro.
Sì, per dire che la nostra Repubblica più che fondata sul lavoro è affondata sulla rendita, il vero nemico del nostro tempo. Quando gli imprenditori chiudono gli investimenti preferendo la finanza è la rendita a vincere. Costituisce il principale strumento di esclusione politica,economica, sociale della nuova generazione. Da qui insomma deve partire l’azione di giovani che stiano in politica.
E che fare, concretamente?
Agire contro le storture che creano la rendita. Ci faccia qualche esempio… La prima riguarda gli ordini professionali e i loro albi, che rappresentano una delle principali forme di esclusione dei giovani da un mercato libero e concorrenziale. Nessuno immagina che i problemi dei giovani di questo Paese derivino dalla presenza degli albi professionali. Ma se io ho studiato giurisprudenza, mi sono laureato, ho fatto il tirocinio e la pratica legale, ho passato l’esame di Stato, perché non posso interpretare la mia professione di avvocato, ricorrendo alla pubblicità, a una strategia di prezzi aggressiva? Per quale motivo mi deve essere impedito?
Ordini, dunque. E poi?
L’università. Abbiamo troppi atenei e pochi laureati, che divengono pochissimi nei settori scientifici. L’università è incentrata sulle cattedre dei professori molto più che sui bisogni del mondo del lavoro, meno che mai sulle esigenze degli studenti. Nella riforma universitaria recentemente approvata dal Parlamento italiano, legge 230/2005, la parola studenti è contenuta solo una volta, quasi per caso, all’articolo 16.
Addirittura…
Una piccola cosa, certo, ma dal forte valore simbolico. Si pensi, per puro esercizio mentale, alle modalità semplicemente scandalose con cui si seleziona la classe docente. Sconfiggere la rendita nel mondo universitario significa invertire la tendenza sui brevetti, significa aumentare i corsi se servono alle aziende e agli studenti, non se servono ai professori, significa puntare sul giovane come centro motore dell’università e non vederlo come fastidioso orpello con cui cercare di parlare il meno possibile.
Belle parole, ma intanto i giovani scappano...
Ci lamentiamo tanto della fuga dei cervelli. Iniziamo col non portare all’ammasso il nostro. Lavoriamo per una selezione meritocratica delle carriere universitarie, partendo dal presupposto che l’obiettivo è competere con il Mit o Stanford, non aprire una sede distaccata a Vattelappesca Terme, con i soldi delle istituzioni locali usati per aumentare una cattedra senza migliorare gli studenti.
Forse sarebbe il caso di criticare anche la rendita immobiliare
Precisamente, perché qui tocca nel vivo i sogni e le speranze di una generazione. Altro che mammoni, i trentenni di adesso, a differenza delle generazioni precedenti, saranno quelli che non potranno avere una casa. Se non mollano mamma e papà è anche per questo. Oggi quattro italiani su cinque hanno una casa di proprietà, ma quando consideriamo la fascia d’età tra i 26 e i 35 anni sono appena il 35 per cento, uno su tre, i ragazzi che hanno una propria abitazione.
Più che un patto tra generazioni, mi pare ci sia bisogno di una banca…
Sì, e non si tratta di cedere all’irenica visione delle banche che iniziano a finanziare le idee e non solo le garanzie. Sarebbe bello, ma non è così. Possiamo però evitare che i vecchi Monti dei pegni siano oggi le moderne tombe dei sogni? Il sistema del credto deve agevolare in ogni forma l’acquisto di abitazioni da parte della nuova generazione, anche perché a fronte di un welfare state che andrà oggettivamente nella direzione di una maggiore flessibilità, il patrimonio abitativo può parzialmente attenuare le difficoltà di un sistema economico e occupazionale sempre meno sicuro. Giusto. Ma da che parte si comincia? Dal riscrivere la Costituzione. Sempre che alla mia generazione venga la voglia di farlo.
Dica la verità, è un sogno?
Forse. Ma proprio la difficoltà a fare sogni troppo grandi è uno dei limiti della mia generazione. Perché non provare a cambiare?
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