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Coinvolgiamo gli studenti nella valutazione
Lenzi dixit: I laureandi migliori devono entrare nella stanza dei bottoni

Da quando il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha inserito la valutazione della didattica tra le priorità dell’agenda del suo dicastero, il dibattito su quali siano i mezzi davvero efficaci per misurare la qualità dei docenti e del loro operato è tornato in auge.
Ma come si fa a valutare veramente un professore universitario? Qual è il tipo di test più adatto a misurarne le competenze e la capacità di trasmettere conoscenza agli allievi? E, non ultimo, che credibilità possono avere i test fatti oggi negli atenei se li compilano solo pochi studenti, e se i risultati sono divulgati a fatica e più spesso tenuti al chiuso degli uffici accademici?
Campus lo ha chiesto al presidente del Cun, Consiglio universitario nazionale, Andrea Lenzi, che è anche docente di Endocrinologia alla Sapienza di Roma, nonché coordinatore di tutti i presidenti di corsi di laurea italiani di Medicina, un incarico che dovrebbe garantirgli una forma mentis ideale per affrontare questo tipo di problematiche.
Professore, di valutazione si parla da ben più di un decennio, ma i passi concretamente effettuati non sono mai  stati moltissimi…
E’ un processo che mi ricorda l’infinita attesa che sovrasta l’atmosfera del romanzo Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Il nostro infinito attendere riguarda la domanda: “Ma quando arriva la valutazione?”
Con il dicastero Gelmini qualcosa sembra cambiare, che cosa ne pensa?
Il ministro è fortemente preparato sul piano politico e l’energia e l’entusiasmo che derivano dalla sua giovane età potrebbero essere una molla determinante. Però rilevo anche che il tema della valutazione viene spesso utilizzato per criticare il sistema universitario, senza poi far seguire iniziative atte a tradurre le intenzioni in provvedimenti reali. Serve, insomma per minacciare sanzioni o riduzione dei finanziamenti ma come strumento non viene mai tradotto in realtà
Che cosa servirebbe per far sì che  questa possa essere veramente la volta buona?
Occorre “investirci”, in tutti i sensi. Nella teoria è un intento sicuramente meritorio, ma nella pratica si alimenta solo con le risorse, anche economiche. Per esempio, la certificazione dei corsi attraverso le site vist di accreditamento: mandare fisicamente le persone nelle sedi a visionare le strutture e le procedure, a intervistare gli studenti, a raccoglierle dati, a valutarli, non è operazione che si può realizzare propriamente a costo zero. A medicina lo abbiamo fatto con una peer review sfruttando l’entusiasmo ed il volontariato dei presidenti ma è un caso isolato legato anche alla relativa omogeneità dei corsi stessi Se il ministero vuol fare della valutazione della formazione un metro per determinare finanziamenti e assunzioni di personale dobbiamo investirci davvero.
Le esperienze fatte sino a oggi non sono molto confortanti: test non omogenei fra le sedi, una percentuale di partecipanti deludente rispetto al numero complessivo degli studenti iscritti, esiti poco pubblicizzati e comunque non in grado di produrre effetti o provvedimenti. Finisce che gli studenti restano delusi, ci credono poco e vi partecipano meno ancora…
Da un lato ci sono situazione fisiologiche, oggettive, dei corsi: se in un corso di 300 iscritti i frequentanti sono solo una trentina è chiaro che il test sarà quantitativamente poco significativo ed è altrettanto chiaro che i contenuti, determinati solo da coloro che partecipano alla vita universitaria, non potranno che offrire un giudizio positivo di quanto avviene in aula, altra cosa è nei corsi a numero programmato ed a frequenza obbligatoria dove partecipa la stragrande maggioranza. Dall’altro, è vero: gli esiti dei testi non producono sui docenti o sulle strutture didattiche, come invece accade in altri paesi come gli Usa, effetti determinanti, se non sanzioni, almeno incentivazione delle eccellenze.
Che cosa occorrerebbe fare per invertire la rotta?
Si potrebbe pensare a sistemi di valutazione che incrementino la competitività virtuosa legata al confronto. A Medicina stiamo sperimentando il progress test: un insieme di domande tratte da una banca dati che in tutte le sedi, da Nord a Sud, è proposto agli studenti dal primo all’ultimo anno nel medesimo giorno. Così valutiamo la qualità dell’apprendimento e rileviamo sia a livello locale che nazionale eventuali “buchi” nella preparazione e quindi, se diffusi, nella qualità della didattica. Per ora siamo ancora a livello sperimentale ma contiamo di renderlo obbligatorio.
Ma per rendere le domande dei questionari davvero utili, occorre coinvolgere gli studenti nella loro formulazione. Magari scegliere quelli più brillanti e competenti e farli entrare nella “stanza dei bottoni” o, per meglio dire, farli sedere al tavolo di lavoro insieme ai docenti ed agli esperti che decidono e formulano i questionari valutativi. Dall’esperienza di questi giovani trarremmo percezioni molto più aderenti alle loro sensibilità e alle loro esigenze di quelle che si possono ottenere solo stando esclusivamente dall’altra parte della cattedra.
L’iniziativa di Campus “Anche noi valutiamo” può essere un modo per lanciare un appello in questo senso. Il mezzo internet è congeniale ai giovani e spero che gli studenti aderiscano con serietà a questa proposta di coinvolgimento. Un loro input sarebbe un segnale importante.
Una volta accertata la loro efficacia, quali effetti dovrebbero produrre?
Effetti “concreti”, ovvero, come detto, incentivazione delle eccellenze e un lavoro di formazione dei docenti, dove necessario, per incrementare la qualità del loro insegnamento. Basterebbero corsi e atelier di preparazione didattico-pedagogica per aiutare i docenti a comunicare meglio la loro esperienza scientifica agli studenti.
Sia i contenuti della disciplina, sia la struttura di ciascun corso spesso non mancano di alti contenuti scientifici, ma di capacità comunicativa. Spesso si omette di esplicitare gli obiettivi formativi iniziali, si dimentica di concedere, alla fine delle lezioni, uno spazio per le domande e per approfondimenti sui punti poco chiari e, al termine del ciclo didattico, prima delle verifiche e degli esami non si procede a verificare se gli obiettivi iniziali siano stati raggiunti o meno. Interfacciarsi meglio con i propri allievi produrrebbe, con poco sforzo, un miglioramento dei contenuti appresi e un incremento del grado di motivazione degli studenti. 
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