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Il giorno del giudizio
Così gli studenti Usa tengono in pugno i professori

“Judgment Day”: giorno del giudizio, quello in cui nelle università americane vengono distribuiti i Faculty course questionnaires.
E di “giorno del giudizio” realmente si tratta se, come ormai a molti è noto, negli Stati Uniti il giudizio degli studenti ha il potere di portare in paradiso o di precipitare all’inferno i professori, permettendo loro di continuare la carriera accademica o bocciandone la professionalità senza possibilità di appello.
Mentre in Italia, e in Europa più in generale, la valutazione studentesca propone, ma non dispone – e sono i singoli docenti a dover trarre le conseguenze da quanto scritto nei questionari – dall’altra parte dell’Atlantico professori dalle spesso prestigiose carriere si vedono costretti dall’oggi al domani a scendere dalla cattedra e a reinventarsi una vita, con devastanti effetti per la loro sfera privata.
Un caso concreto? Quello di Annemarie Bean, titolare dell’insegnamento di Studi afro-americani a Wesleyan, nel New England. La sua colpa è stata di non avere raccolto un consenso generalizzato: tra quanti dichiaravano di adorarla si facevano strada studenti pronti a scrivere che «avevano appreso molto poco» dal suo insegnamento. Peccato che, a chi dichiarasse di avere imparato poco, si contrapponessero persone pronte a giurare di «non aver mai imparato così tanto».
L’interrogativo sorge spontaneo: sulla base di quali parametri valutano gli studenti? Quale grado di oggettività ci si può e deve attendere dai loro pareri?
Alcuni esperimenti di questi ultimi anni complicano, invece di semplificare, lo scenario: perché ci si è resi conto che gli studenti sono fortemente influenzabili, e si lasciano motivare da elementi del contesto non pertinenti con il giudizio che sono chiamati a esprimere.
Parli, a nome di tutti, lo psichiatra Donald Naftulin, uno degli autori di “The Doctor Fox Lecture: A Paradigm of Educational Seduction”, testo degli anni settanta che ancora oggi fa scuola: Naftulin chiama un attore – voce ben impostata, gestualità incisiva, grande padronanza e sicurezza – a tenere una lezione, priva di senso, su una fantomatica possibilità di applicare la teoria matematica dei giochi (che fa parte del calcolo delle probabilità) all’educazione fisica.
Il risultato? Pareri entusiastici da parte di studenti e professori. Quanto a dire che spesso non si valuta la reale preparazione del docente, ma la sua capacità di trasmettere in modo convincente un contenuto.
Ne sono ben consapevoli i professori meno portati per la dialettica che arrivano a “comperare” il giudizio degli studenti gratificandoli con voti alti e trasmettendo la percezione di avere appreso molto dalle loro lezioni: come dichiara Clark Glymour «dare voti alti fa crescere il fascino di un professore», non c’è proprio che dire.
A rincarare la dose ci pensano – come ricorda New York Times Magazine del 21 settembre 2008 in un servizio di Mark Oppenheimer dedicato alle conseguenze della valutazione degli studenti sulle carriere dei docenti universitari – Wilber McKeachie e John Centra.
Il primo, un professore di Psicologia oggi in pensione dell’Università del Michigan, aiuta a ricostruire la genesi dei questionari di valutazione: una questione di non secondaria importanza, visto che molto spesso rintracciare la genesi di un fenomeno comporta scoprire le leggi che lo animano. McKeachie ricorda, in particolare, che i questionari nacquero negli anni venti, e che all’inizio non erano gli studenti a porsi il problema della qualità della didattica, bensì i professori. Furono i docenti a ricorrere ai rating degli studenti per fare ricerche sul proprio insegnamento, introducendo così un metodo che sarebbe però sfuggito loro ben presto di mano.
«Quando gli studenti degli anni sessanta domandavano una maggior voce nella governance accademica essi, in altri termini, non immaginavano che i loro figli sarebbero stati così determinati», e che le valutazioni da loro espresse avrebbero avuto potere vincolante.
John Centra, d’altra parte, valorizza la correlazione tra la bontà dell’insegnamento e il parere positivo dei rating studenteschi, chiedendosi anche, con una punta di scetticismo, «come possa però essere possibile credere agli studenti quando dicono di avere appreso tanto».
Percezione reale o percezione indotta? Proiezione attendibile o falsata?
In questo senso, sia i differenti stili di apprendimento richiesti per materie scientifiche e materie umanistiche sia la molteplicità di aspettative che gravano su un Campus americano – non ultima la buona pedagogia – concorrono a innalzare la temperatura del dibattito sui FCQ: un dibattito che può contare ormai su una sterminata letteratura, ma che è ben lontano da una soluzione.
I questionari di valutazione, dunque, sono ben più di schede da compilare in modo anonimo: influenzano, ancora prima di essere consegnate, la didattica, la relazione studenti-docenti, la programmazione di un corso.
Hanno un enorme potere di motivare, modificare, riconfigurare. E la reale capacità di far conservare o perdere centinaia di posti di lavoro ogni anno.

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