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Valutazione: e se facessimo un focus group?
L’innovativa proposta viene da Tommaso Minerva, prof Unimore

“I docenti non dovrebbero vivere la valutazione degli studenti come una clava, ma come uno stimolo al miglioramento”. Lo dice Tommaso Minerva, delegato del rettore per la didattica all’Università di Modena e Reggio Emilia. Il prof, simpatico e intraprendente, lancia anche un appello: “Ok i questionari, ma perché non organizziamo anche dei focus group con gli studenti? Sarebbe un bel modo per dialogare”.
Professor Minerva, che cosa pensa dell’iniziativa di Campus.it di raccogliere le varie voci dal mondo accademico sul tema della valutazione?
Tutto il bene possibile. Indagare sulle tematiche della valutazione della didattica è importante e stimolante. Il valore dell’iniziativa sta nel mettere a confronto voci e opinioni diverse. A me interesserebbe anche sapere che cosa ne pensano gli stessi studenti, perché io noto, a volte, un po’ di disaffezione in loro per la valutazione, che invece è uno strumento fondamentale. D’altra parte se gli studenti vedono che il loro voto conta poco, se capiscono che al loro giudizio comunque non corrispondono politiche di aggiustamento, come a volte succede, non ci mettono il giusto impegno.
Eppure nello Statuto degli studenti universitari, emanato ai suoi tempi dal ministro Mussi, il concetto di valutazione era ben presente.
La valutazione è un diritto-dovere da parte dello studente, il quale è un “utente” particolare di un servizio molto costoso, ma strategico per il Paese, ossia quello dell’istruzione universitaria. Se il fruitore non esprime il suo parere, manca un pezzo della catena.
Come si regola l’Università di Modena e Reggio Emilia?
Negli ultimi due anni abbiamo sperimentato, con successo, un’iniziativa: ogni studente, prima di iscriversi a sostenere un determinato esame, deve compilare on-line il questionario di valutazione del corso. Se non lo fa, non può dare l’esame. Questo ci consente di avere praticamente la totalità dei pareri di chi quel corso l’ha frequentato. Certo, lo strumento del questionario ci dà un rilievo quantitativo, numerico. Le domande sono preconfezionate, gli studenti rispondono con dei numeri. Forse si potrebbe pensare a qualcosa di diverso.
Per esempio?
Penso a forum, a gruppi d’ascolto con gli studenti, il che consentirebbe di avere una visione più analogica che numerica di quello che pensano i ragazzi. I focus group potrebbero essere uno strumento in più per imparare a dialogare con gli studenti, per instaurare un rapporto non gerarchico con loro e questo li aiuterebbe a esprimere meglio i loro bisogni, i loro dubbi, le perplessità, le critiche. Un po’ come avviene nei Paesi anglosassoni.
Dove però a volte si arriva all'eccesso opposto e magari un docente non viene riconfermato all’insegnamento se non gradito agli studenti.
Certamente bisogna saper dare il giusto peso al parere dei ragazzi. Chi ha in mano le politiche dell’ateneo deve sì tenerne conto, ma non deve far dipendere esclusivamente da esso la valutazione.
Il vostro ateneo come utilizza i questionari che gli studenti compilano on-line?
Le schede vengono elaborate dal Nucleo di valutazione che poi ci dà un feedback abbastanza tempestivo, già nel semestre successivo. Rimane però il fatto che i risultati vengono mandati al preside, che ne discute poi individualmente con il docente. E’ solo il preside quindi che può avere il polso completo della situazione e se ci sono problemi sta a lui intervenire parlando con il docente in questione secondo un approccio in fondo un po’ paternalistico.
In quale direzione occorrerebbe andare, secondo lei?
Finché i risultati non saranno pubblici non si trasformeranno in uno strumento di comunicazione e rating, in elementi utili per predisporre politiche di miglioramento. Devo dire che purtroppo ci sono ancora resistenze da parte di alcuni docenti alla pubblicazione dei risultati.
E la sua personale esperienza di prof di fronte ai voti dei suoi studenti?
Ho sempre tenuto in grande considerazione i pareri di chi segue le mie lezioni, in alcuni casi i questionari mi hanno permesso di targhettizzare meglio il corso. Mi è capitato, per esempio, di accorgermi che pretendevo in partenza un livello troppo alto, così l’anno dopo ho introdotto un paio di settimane iniziali per l’omogeneizzazione delle conoscenze. Mi hanno permesso, insomma, nel tempo, di tarare meglio il corso. Non ho mai vissuto i voti come uno strumento punitivo, ma come un suggerimento per migliorare, per cambiare strategia.
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