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| Facebook? Incide sul colloquio di lavoro |
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Le home page dei candidati come referenza Linkedln, Xing, My Space, Facebook: nemici, amici nella ricerca del lavoro. L’insuccesso a un colloquio potrebbe dipendere da una foto sbagliata su Facebook, o da informazioni poco “professionali” gridate sull’home page di My space.
Ormai la reputazione on-line conta, lo dimostra una ricerca condotta su un campione di 100 aziende e 400 intervistati da Adecco, leader mondiale nella gestione delle risorse umane, in collaborazione con 123people e Digital Reputation, blog che si occupa di queste tematiche. La community, secondo la ricerca, si è ormai sostituita alle referenze tradizionali; spesso infatti sulle pagine virtuali si scoprono molte più informazioni (anche private) sulla vita, gli interessi, le attitudini e persino sul carattere dei candidati. Vediamo un po’ di numeri. L’83% degli intervistati (Hr manager, lavoratori e candidati) usa i motori di ricerca per monitorare la propria digital reputation. In primis gli strumenti a cui si ricorre sono Google, Facebook e 123people. Il 36% dei selezionatori ricorre a internet per reperire informazioni sull’aspirante lavoratore, anche se un manager su tre dice di non aver mai scartato un candidato per ciò che è emerso dai social network o dai motori di ricerca. Comunque qualche cv dopo la ricerca on-line finisce nel cestino, anche se si parla solo dell’8%. Ma come si muovono manager e addetti alle risorse umane su internet? Fanno controlli incrociati sui curricula (51%), verificano referenze e contatti professionali (48%), accertano attitudini professionali, ad esempio monitorando la partecipazione alle community su skill specifiche (47%), cercano addirittura informazioni personali (40%). Più della metà dei partecipanti (il 55%) sa di essere “sotto i riflettori” ed è consapevole che condividere troppe informazioni personali su questi network, magari attraverso un profilo pubblico, è rischioso. Potrebbero emergere contatti e passioni poco professionali, notizie sulla vita privata poco gradite, commenti negativi sull’azienda o sul proprio capo. Come correre ai ripari? Attivando le impostazioni sulla privacy (come fa il 50,46% degli intervistati), evitando di inserire fatti troppo personali (37,66%) o informazioni sul proprio percorso di carriera (26%). Privacy o meno, solo il 24% rinuncia ai social network, che se usati nel modo adeguato potrebbero rivelarsi utili per il reperimento di contatti, per avere visibilità e influenzare positivamente le aziende. Come? partecipando a gruppi di discussione professionale, iscrivendosi alle community giuste, riflettendo dinamismo e capacità di relazione, linkando i propri lavori sulle home page, comunicando creatività e organizzazione. “Ci sono due aspetti dei risultati della ricerca che mi fanno riflettere. Il primo è che ci siano ancora persone che scelgono di non esserci e non partecipare a ciò che succede in rete, convinte che questo possa metterle al riparo da eventuali problemi. Se già oltre la metà dei selezionatori verifica on-line i profili dei candidati – afferma Giorgio Minguzzi, fondatore di digitalreputation.it – un domani sarà più avvantaggiato il candidato che ha un profilo online con referenze pubbliche incontrovertibili o il signor nessuno il cui nome non salta fuori nemmeno con una ricerca su Google? Del resto, esattamente come i datori di lavoro, anche i candidati sono oggi in grado cercare informazioni sulle aziende che li hanno convocati per un colloquio e controllare la loro reputazione. E questo è il secondo aspetto che mi colpisce perché sembra che manchi la consapevolezza di questa reciprocità nella maggior parte dei candidati che hanno partecipato al sondaggio”. Niente paura allora, tutti su Facebook, ma con cognizione. |
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