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Aquile e contraddizioni

NELL’ULTIMO ARRIVATO FRA I PAESI INDIPENDENTI D’EUROPA, SI MUOVONO GIOVANI E CULTURE MOLTO DIVERSI. C’È CHI GUARDA ALL’OCCIDENTE E CHI RISCOPRE LE RADICI ISLAMICHE. O CHI, COME I SERBI, TEME ANCORA PER LA PROPRIA INCOLUMITÀ. VIAGGIO A PRISTINA FRA TIFOSI DEL MILAN E GUERRIGLIERI MARKETING CRESCIUTI A LONDRA

Una scultura giallo oro lunga 10 metri. Un ragazzino con occhiali da nerd sommerso da offerte di mms gratis. Maglie del Milan, tacchi a spillo, veli islamici. Minareti e monasteri. Bimbi con fucili giocattolo, soldati con enormi teleobiettivi. Carri trainati da buoi, fuoristrada Hummer e vecchie Zastava nel traffico del grande viale intitolato a Bill Clinton. Hip hop albanese e sonorità turche. E supermarket sotto le moschee. Miscelate gli ingredienti in un territorio montuoso grande come l’Abruzzo, aggiungete la popolazione più giovane e la più grande base Usa di tutta l’Europa, ed ecco l’ultimo staterello nato dai conflitti balcanici, il Kosovo.
«Per noi non è un Paese indipendente», spiega Dane, 20 anni, del movimento nazionalista Obraz. «Il Kosovo è Serbia e siamo venuti da Novi Sad a Gazimestan per dimostrarlo». Novi Sad è in Serbia, Stato cui apparteneva il Kosovo fino al 17 febbraio 2008.
Gazimestan è in Kosovo, vicino a Campo dei Merli. Qui, nel 1389, l’esercito serbo fu sconfitto dai turchi in un’epica battaglia, e 600 anni dopo un discorso di Slobodan Milosevic segnò l’inizio della fine della Jugoslavia. Le celebrazioni per l’anniversario della battaglia si sono appena concluse.
Dane ci lascia due adesivi che recitano «Unione Europea? No, grazie». Slogan simili tappezzano i muri della neo-capitale, Pristina. Gli autori sono gli attivisti del gruppo albanese Vetevendosje, ovvero autodeterminazione. «Gli internazionali vorrebbero portarci la democrazia stando al di sopra della legge», spiega Fatime, 27 anni, «è come picchiare un bambino per insegnargli la non violenza. Insistono sulla questione etnica per tenere divisa la gente. Invece, serbi e albanesi dovrebbero lottare insieme per un Paese più giusto».
Del movimento, però, non fanno parte giovani serbi, che sono meno del 10 per cento della popolazione. Fatime racconta del febbraio 2007, quando la polizia Onu uccise due manifestanti: «Noi avevamo megafoni, loro proiettili». Le prime azioni del movimento risalgono a poco dopo l’occupazione Nato, nel 1999. Nove anni dopo, il Kosovo si è dichiarato unilateralmente indipendente. Molti Paesi Onu non lo riconoscono e 77 hanno approvato la mozione della Serbia per portare il caso alla Corte internazionale di giustizia. Sul territorio ci sono ancora Nato, missione Unmik delle Nazioni Unite e funzionari europei di Eulex.
Vetevendosje fa guerrilla marketing politico: cartelli coi volti dei parlamentari e la scritta «wanted», necrologi della risoluzione Onu 1.244, che autorizzò i bombardamenti sulla Serbia di Milosevic, pur riconoscendone la sovranità sul Kosovo. Graffiti sui muri recitano «EU= idiot» e sui cassonetti d’immondizia c’è il nome di Ahtisaari, il mediatore finlandese che ha condotto le trattative post conflitto e vinto il Nobel per la pace 2008.
L’impressione è che la creatività sia la sola cosa che non manca al Kosovo. Lo conferma Fisnik Ismaili, leader dell’agenzia Karrota, premiata a Cannes con il Leone d’oro della pubblicità per Newborn. È un ragazzone alto 2 metri e dal sorriso contagioso. In dieci giorni ha ideato col suo team la prima campagna pubblicitaria per la nascita di un Paese: la scultura color oro, che campeggia davanti al Centro giovanile di Pristina.
L’età media dei creativi, formatisi a Londra o New York, è di 23 anni. A Londra, nel 1998, Fisnik vendeva T-shirt Nato air: just do it per finanziare l’Esercito di liberazione del Kosovo. Dieci anni dopo, il neonato Paese ha festeggiato l’indipendenza davanti alla sua installazione. Fuori dall’agenzia, le strade polverose di Pristina. L’open space dalle pareti bianche e rosse poteva essere a Parigi o Barcellona, i negozi a pochi isolati di distanza sembrano piovuti dal Medio Oriente: vendono gonne lunghe, caftani e veli.
A Pristina alcune ragazze girano seminude, altre coperte dalla testa ai piedi. Nora, 22 anni, studia legge a Kuala Lumpur, in Malaysia, con una borsa di studio della Al Bukhary Foundation, di proprietà di un miliardario malese. «Al liceo islamico di Pristina, d’inverno si studiava col cappotto. Nel villaggio dei miei, in Montenegro, arrivavano rifugiati kosovari dopo giorni di cammino. In Malesia non mi manca niente». Nora sogna di tornare in Kosovo a difendere i diritti civili. «Le ragazze col velo sono discriminate», dice, «non trovano lavoro o vengono cacciate da scuola».
Nel quartiere, un’organizzazione saudita ha costruito una nuova moschea, e pare che alcune donne ricevano denaro in cambio del look islamico. Per Nora, il velo è una libera scelta, un diritto da garantire, come il lavoro.
Con la disoccupazione al 60 per cento, illusioni via satellite affascinano ragazze come Drita, 19 anni, che si sogna attrice in Italia. Ibrahim, cameriere, mostra invece la maglia del Milan con cui fantastica di varcare l’Adriatico. In un bar affollato per una partita di calcio italiana incontro Ragmi, 25 anni e una grandiosa somiglianza con Dylan Dog. «Pensavo che il Kosovo fosse speciale», racconta, «fino a quando non sono stato alla Scuola di pace di Lillehammer, in Norvegia». Tre compagni di corso venivano dalla Spagna. «Scherzavo con loro su luoghi comuni tipo tori e paella», ricorda. I tre, però, erano baschi. «Non avevo idea, che anche fuori dai Balcani si lottasse per l’indipendenza». A pochi importa della politica, degli accordi internazionali, di milioni di euro investiti con pochi risultati. A mantenere molte famiglie sono i parenti all’estero, o i proventi di traffici di cui il Paese pare essere un crocevia. E se ai ragazzi albanesi manca il lavoro, molti giovani serbi hanno paura a uscire dai villaggi. Dragana, capelli neri fluenti, non vede l’ora di iniziare l’università per lasciare Gorazdevac, enclave serba protetta giorno e notte dai militari Nato.

AKAN, CHE VUOL ESSERE LO STEVE JOBS DEL KOSOVO
PREFISSI SLOVENI, SERBI E MONEGASCHI, TV VIA CAVO CHE VIOLANO IL DIRITTO D’AUTORE, UN MILIONE DI GIOVANI POTENZIALI CLIENTI: IN QUESTA GIUNGLA SFONDA UN IMPRENDITORE 35ENNE

Anche Bill Gates ha cominciato in un garage». Ho appena finito la frase e sono già pentita. L’ufficio di Akan Ismaili, fondatore della compagnia di telecomunicazioni kosovara Ipko, è un inno alla Apple. iPhone appoggiato accanto all’agenda, G5 sulla scrivania, Powerbook in sala riunioni. «Beh… è uno che ha lavorato duro», sorride Akan, «ma io preferisco Steve Jobs».
Ismaili, 35 anni, ha fondato Ipko nel 1999 in uno scantinato del Centro giovanile di Pristina. L’acronimo sta per Internet Project Kosova, un’iniziativa non profit per portare internet gratis ad associazioni e cittadini. Negli anni, la compagnia è cambiata fino a entrare nella telefonia.
La novità, lanciata a gennaio 2008 con un concerto del rapper 50 cent allo stadio di Pristina, ha rotto il monopolio del gestore Vala e reso il cellulare un prodotto di massa. Ipko nel 2001 fatturava 1 milione di dollari, nei primi quattro mesi del 2008 ha superato i 6 milioni. «I nostri concorrenti», spiega Ismaili, «hanno abbassato i prezzi, e il cellulare ora è accessibile a molta più gente».
Ismaili, che a 20 anni ha lasciato l’università per lavorare, sogna di emulare il successo del fondatore di Apple con servizi integrati tra cellulare, tv via cavo, internet e voip. Con Jobs ha in comune l’apertura della società a nuovi investitori: nel 2005, la slovena Mobitel ha comprato la maggioranza di Ipko. «La notte che abbiamo venduto… Beh, nella mia vita ho avuto momenti più felici», ricorda Akan, «ma dopo le firme e qualche drink siamo tornati in albergo. C’era molto lavoro da fare, l’indomani».
Al Kosovo manca ancora un prefisso internazionale: Ipko usa quello sloveno, Vala si appoggia al Principato di Monaco, i numeri fissi hanno ancora il codice serbo. Alle contraddizioni da dopoguerra si aggiungono nove anni di burocrazia internazionale, e la fama di corrotti che accompagna molti membri del neonato governo. Akan è convinto che l’economia kosovara decollerà grazie agli investimenti pubblici in strade ed elettricità. Finora, però, l’impegno si è rivolto più alla toponomastica: nelle vie di Pristina nomi titoisti come Partizanska o Lenina hanno lasciato il posto a Madre Teresa, Clinton ed eroi dell’Uck. La Nato ha ribattezzato le strade di scorrimento con nomi come Dog, Cat e Penguin. E la compagnia elettrica Kek taglia la luce anche sei ore al giorno.
Intanto, Akan Ismaili deve affrontare la battuta d’arresto imposta a Ipko e ai suoi quattro concorrenti nella tv via cavo. Secondo la Commissione sull’indipendenza dei media, i cinque gestori rubavano il segnale da un satellite, diffondendo canali come Cnn e National Geographic senza pagare i diritti.

Balcani on-line
WWW.KIPRED.NET
Fondato nel 2002, Kipred si basa su donazioni internazionali e cura ricerche su politica, società ed economia kosovara. Contiene pubblicazioni gratuite in lingua inglese su temi quali le privatizzazioni, le infiltrazioni saudite nei Balcani e le prospettive di integrazione europea.
WWW.OSSERVATORIOBALCANI.ORG
Nato nel 2000, l’Osservatorio Balcani si definisce un laboratorio culturale sulla Mitteleuropa. Basato sull’opensource, pubblica dossier, reportage, foto, diari di viaggio, racconti e recensioni di libri su Balcani, Turchia e Caucaso. Segnala appuntamenti, viaggi e campi di lavoro. All’interno anche un’ampia sessione con molte tesi di laurea realizzate su quest’area geografica.
WWW.VIAGGIAREIBALCANI.NET
Curato da due associazioni trentine, Viaggiare i Balcani promuove il turismo alternativo e responsabile nei Paesi dei Balcani e dell’Europa Sud Orientale, tra cui il Kosovo. Offre proposte di viaggio in collaborazione con una rete di operatori turistici locali coordinati dalla sede di Sarajevo.
WWW.INYOURPOCKET.COM/COUNTRY/KOSOVO
Ideato da tre studenti tedeschi e belgi, In your pocket descrive, oltre i luoghi comuni, mete europee insolite. La guida del Kosovo in inglese, disponibile gratis su internet e in alcuni alberghi di Pristina, contiene numeri utili, mappe, informazioni su trasporti, cibo, alloggio e luoghi degni di visita.
WWW.B92.NET/ENG/
Nata come radio nel 1989 a Belgrado, B92 è cresciuta progressivamente fino a diventare anche una tv nazionale, una casa editrice e il sito web più visitato della Serbia. Per la sua informazione indipendente e l’impegno civile contro il regime di Milosevic, ha ricevuto diversi premi internazionali.
WWW.BIRN.EU.COM
Balcan investigative reporting network vuole raccontare il cammino dei Balcani verso l’Europa. Redazioni locali in tutti i Paesi dell’area curano approfondimenti e inchieste. Oltre al sito web, Birn Kosovo produce una rivista quindicinale gratuita in inglese e un talk show in albanese.

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On giugno 30th, 2009, posted in: Viaggi by
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