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Scholar-in-Training Award

Un riconoscimento che le è valso la possibilità di presentare le sue ricerche in un importante meeting scientifico a San Francisco alla fine di febbraio.
Lei è la modenese Jessika Bertacchini, trent’anni, ricercatrice presso il dipartimento di Laboratori, Anatomia patologica e Medicina legale dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia.
Lo Scholar-in-Training Award, questo il nome del premio, le è stato assegnato dalla società americana di ricerca sul cancro American Association for Cancer Research (Aacr). Il riconoscimento, messo a disposizione dalla AstraZeneca, Jessika l’ha ricevuto per i suoi studi sulla protein chinasi Akt, un enzima in grado di regolare numerosi processi cellulari tra cui la sopravvivenza e la crescita delle cellule. Spiega Jessika: «Il premio che ho ricevuto è stato assegnato al progetto “Substrati nucleari della proteina chinasi Akt”. Questa proteina svolge importanti funzioni in cellule tumorali, ma nel mio specifico progetto è stata vista interagire con Prelamina A, la cui regolazione è di fondamentale importanza nelle cellule muscolari. Le sue mutazioni, infatti, sono alla base di alcune gravi laminopatie, ossia patologie tipiche dell’apparato muscolo-scheletrico».
Ci tiene però a precisare Jessika: «Come nella maggior parte dei casi, si tratta di un progetto svolto in collaborazione con altri ricercatori e professori. Per questo voglio ringraziare le persone che collaborano con me e in particolare la professoressa Sandra Marmiroli, che mi ha permesso di svolgere le ricerche nel suo laboratorio».
Del meeting statunitense a cui ha preso parte Jessika dice che si è trattato di un’esperienza molto interessante. «I relatori sono stati scelti con cura dall’associazione Aacr. Si tratta di ricercatori internazionali di grande rilievo nello studio della Trasduzione del segnale PI3K/Akt/mTOR dipendente».
«Quando mi hanno comunicato che avevo vinto lo Scholar-in-Training Award, inizialmente sono rimasta sorpresa, poi mi sono sentita sempre più contenta e soddisfatta del lavoro svolto». Che ami il suo lavoro, Jessika, lo si capisce: «Il lavoro del ricercatore è molto stimolante e, sotto certi punti di vista, molto soddisfacente» dice Jessika. Che continua: «in Italia si può fare ricerca di qualità, ma rispetto ai colleghi stranieri per noi la strada è molto più in salita. Dobbiamo essere in grado di confrontarci e di competere sul piano scientifico con risorse infinitamente più limitate e un apparato burocratico più complesso. Al singolo ricercatore, infatti, sono demandate una serie di attività puramente amministrative che non gli competerebbero, e che rallentano la sua attività prettamente scientifica. Spesso poi il carico didattico toglie molto tempo all’attività di laboratorio».
È giovane, Jessika, ma determinata. Per lei le collaborazioni internazionali non sono una novità: ha già trascorso diversi periodi di formazione in prestigiose università straniere, come la Harvard Medical School di Boston.
A chi volesse intraprendere la sua strada ecco cosa dice Jessika: «Fare ricerca è contemporaneamente molto affascinante e molto frustrante: si lavora per anni per ottenere un risultato o fper are piccoli progressi. In Italia, poi, ci vuole davvero una grande passione: qui da noi il percorso è ancor più scoraggiante, date le condizioni in cui si è costretti a lavorare e all’assenza di vere prospettive».
Lei, comunque, ce la sta facendo alla grande.

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On marzo 11th, 2011, posted in: Facce di Campus by
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