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Non paragonatemi a Camilleri

Sono stufo di vedere la mafia protagonista assoluta di drammi, tragedie e denunce che troppo spesso finiscono per ottenere l’effetto contrario, magnificare cioè le gesta dei boss. Per non parlare poi della tv che con le sue fiction ha fatto un Pantheon della mafia. Bisogna invece fare un lavoro di sottrazione, mostrare i mafiosi non più in stile Padrino, ma come persone squallide, impaurite, affamate che, per campare, scelgono la via più veloce, quella del malaffare. Per demistifi care la mafia e la pseudomorale che si è data, bisogna usare l’ironia. Come faceva Peppino Impastato negli anni 70». A parlare così è Giuseppe Rizzo, giovane scrittore agrigentino che, proprio in questi giorni, l’8 febbraio, esce in libreria con la sua opera prima, L’invenzione di Palermo (Giulio Perrone Editore): la storia di una famiglia colpita «per sbaglio» dalla mafia e delle vicissitudini che ne conseguono. Peripezie tragicamente divertenti raccontate con una vena umoristica tagliente. Giuseppe ha 26 anni, una laurea triennale in Giornalismo all’Università di Palermo e una specialistica in Scienze della comunicazione alla Sapienza di Roma. Di mestiere scrive per varie testate. L’esperienza che più l’ha segnato sono stati i due anni in cui si è occupato di cronaca al Giornale di Sicilia. «Ho girato Palermo in lungo e in largo, parlando con la gente, raccogliendo storie e fatti e sono venuto a contatto con l’umanità delle periferie». Proprio come quella che descrive nel suo romanzo, gente che vive in baraccopoli degradate e magari non ha mai visto il centro di Palermo. Il libro è scritto in un linguaggio che denota una scelta coraggiosa: da una parte la lingua popolana di Ballarò (la piazza palermitana, of course), dall’altra il linguaggio un po’scurrile e un po’ inventato di Annina, la protagonista quindicenne che con la sua intelligenza straordinaria riesce a galleggiare sopra il marciume che la circonda. «La Sicilia è un insieme di isole diverse legate dal male», prosegue Giuseppe, «e Palermo è l’emblema della città malata. Non potevo che partire da qui. Da Fondo Picone, il quartiere di baracche, ora occupate dagli extracomunitari, ma allora, anni 80, il tempo in cui è ambientato il romanzo, abitato da centinaia di famiglie palermitane. Un mondo dove la morte era un elemento quotidiano, messo in conto». «Erano i tempi in cui i Corleonesi avevano chiuso a chiave la città», prosegue Rizzo, «i tempi delle guerre mafi ose, quando Palermo contava almeno un morto al giorno. E lo Stato latitava. Poi fi nalmente qualcosa è cambiato, il problema da locale si è fatto nazionale e i successi contro la mafi a sono arrivati: ora si dovrebbe cambiare dal basso, partendo dalla mentalità delle persone». Dal punto di vista letterario, che Sicilia vuole rappresentare Rizzo? «Quella di Vitaliano Brancati, quella di Sciascia, non certo quella di Camilleri, una Sicilia, che, secondo me, non esiste». Giuseppe sta già lavorando al suo secondo romanzo. Tema? Top secret. «Per scaramanzia».

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Campus gennaio/febbraio 2010

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On gennaio 17th, 2011, posted in: Facce di Campus by
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