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Linus senza coperta

«Deejay chiama Terra, rispondete. Qui deejay, rispondete». E, infatti, qualcuno risponde. Il caso vuole però che, in quella fresca brezza serale, ad accogliere l’appello non sia il pianeta Terra, ma una piccola rappresentanza under 30, una categoria di radionauti mastica-hertz, sintonizzata sulla frequenza del deejay. E così, Pasquale di Molfetta, in arte Linus, approda con la sua quattro ruote, oltre il cancello del Collegio di Milano. Unico membro dell’equipaggio, Daniela De Rosa, editor Garzanti. A fare gli onori di casa, Arnoldo Mosca Mondadori, consulente del college meneghino. Dalla comoda poltrona rossa che gli viene offerta, l’ospite scruta i volti dei suoi ascoltatori: la crème della classe studentesca, 40 circa, per un confidenziale tête-à-tête col «visiting professor» di turno. Così, mentre l’amico Roberto Ferrari, dalle pagine dei magazine, lancia la sua Mission to Space, Linus, tra i banchi di scuola, lancia la sua serissima Mission to Earth. Vero è che a Radio Deejay si vola alto, ma forse non così alto… «Ragazzi, è solo una trovata!», dice Linus. «Roberto è stato sui Mig per 25mila dollari. Ha fatto l’addestramento nel centro Yuri Gagarin con centrifughe e simulatori Soyuz. Altri 50 mila dollari. Ma avete idea di quanto costi un volo vero nello spazio?!». Aperta e chiusa parentesi. Ma partiamo dal principio, da Daniela che lo introduce: «Ha fatto tv, scritto un libro e ha 30 anni di radio sulle spalle». «Diciamo che ho 30 anni. Punto», ironizza lui, ammiccando ai suoi ascoltatori. Standing ovation: è fatta, ha conquistato la platea. Se un buon inizio detta il ritmo, il botta e risposta che segue gioca al rialzo. «Comunque sì», conferma, «la scrittura è per me una costante. Il microfono è il mio biglietto da visita, ma sono convinto che occorra fare anche altro».
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Un artista a tutto tondo? Certo, ma nel ’76 chi lo avrebbe detto? Non è un tipo nostalgico, lui, da siparietti e altarini alla memoria, ma un piccolo omaggio agli anni degli inizi è d’obbligo: «Ho cominciato con le prime emittenti private. Per me la radio era solo un gioco». Magari tutti i giochi finissero così! In pochi anni si guadagna la pagnotta e, nell’84, il grande salto da OneOne a Radio Deejay e Deejay Television. «Ragazzi, sono del ’57 e… diciamolo: i miei anni li porto divinamente!». Come dire, per la falsa modestia bussare più avanti. E mentre sullo schermo scorrono i primi videoclip dei Duran Duran e degli U2, il tempo passa. Certamente non invano. Il ’94 porta a Linus la nomina a direttore artistico di Radio Deejay. Da allora è una parabola ascendente vertiginosa: quasi 6 milioni di ascoltatori, e investimenti pubblicitari decuplicati. Che cosa volere di più? «Mettersi alla prova in campi diversi». Eppure la tv non lo entusiasma, la guarda di traverso e arriccia il naso: «Sono proprio poche le cose che valgono». «Però Natale a casa Deejay – a Christmas Carol, l’hai portato a casa!», interviene qualcuno, citando il film ispirato al Canto di Natale di Charles Dickens. «Sì», ammette. «È stata una lieve forzatura alla mia credibilità. Ero convinto che potesse funzionare. Interpretavo Scrooge, lo “stronzo” della situazione. Alla radio passo per il capo cattivo che schiavizza i dipendenti… Ok, dico, almeno diamoci un aspetto convincente: ecco che spunta Bill the butcher di Gangs of New York: mi calza come un guanto». Inutile dire che è stato un successone. Ragazzi e ragazze fanno il tifo per lui, ora più di prima. Eppure guai a chiamarlo giovanilista. «Facciamo cultura dinamica, ok, ma non superficiale. A costituire un pregiudizio pesante è il nome: da sempre si pensa al deejay come a un “coglione” col cappellino di traverso. Noi, però, siamo di più». Come dire, passi l’umorismo, ma niente concessioni alla volgarità. Già, perch

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On settembre 29th, 2005, posted in: Campus Mix by
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