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Antidoti: reagire per non morire

PROVE DI RIPRESA. ARRIVANO DAGLI UFFICI RISORSE UMANE DELLE AZIENDE COME DA QUELLI DI PLACEMENT DEGLI ATENEI. ANCORA NON BASTANO, MA ALCUNE IDEE POTREBBERO DARE FRUTTI IN UN FUTURO VICINO

«I leader si fanno sentire quando c’è la crisi»: così Richard Mosley, esperto a livello mondiale di employer branding, sprona il mondo aziendale nel tentativo di invertire una tendenza che, negli ultimi tempi, sta penalizzando i neolaureati di tutto il mondo.
In Inghilterra una recente ricerca del Guardian indica in circa 40mila i disoccupati col tocco ancora in mano, mentre da noi si parla di 6mila contratti in meno rispetto al 2008 (nei primi nove mesi dell’anno) fra i giovani che hanno appena terminato l’università, nella sola provincia di Milano.
La rotta intrapresa dalle aziende e dagli atenei stride con la negatività di questi numeri, almeno stando a quanto dichiarano i due attori in campo. Tra uffici placement, stage e tirocini, careerday o forum creati per far incontrare domanda e offerta, come la Borsa internazionale del placement-Bip di Cernobbio, università e aziende confermano il tentativo di voler dare una sterzata.
«Nonostante la crisi, la mission della nostra azienda è quella di non sparire, continuando a investire in formazione. Ne sono un esempio le oltre 20 tipologie di stage che UniCredit ha deciso di istituire per arruolare giovani pronti ad affrontare la mobilità in un percorso formativo retribuito, qualificante e soprattutto sfidante», racconta Elisa Giaggio, responsabile dell’employer branding per l’Italia di Unicredit Group.
«E con programmi come Shape Tomorrow Today», spiega, «i nostri giovani hanno l’opportunità di acquisire una conoscenza più profonda della loro relazione con il cambiamento, della loro visione del futuro e dell’importanza al giorno d’oggi del ruolo delle decisioni e delle scelte». Scelte e strategie che per alcuni grandi nomi dell’imprenditoria sono improntate a una stretta collaborazione con gli atenei finalizzata alla valorizzazione del merito.
Così fa da molti anni anche l’Eni, come testimonia Sandro Furlan, responsabile dei network internazionali di Eni Corporate University, così fanno molte altre imprese piuttosto quotate. «La formazione deve continuare a esistere e, compatibilmente con gli andamenti di espansione o di consolidamento dell’azienda, è necessario mantenere il polso della situazione collaborando con le università».
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La nostra realtà è già sponsor di alcuni corsi di laurea o master nel tentativo di reclutare i talenti migliori da inserire nei nostri programmi di formazione tecnico-professionale», dice Marina Collutti di Assicurazioni Generali in riferimento al rapporto privilegiato con alcune università, come quella di Trieste.
Se poi si vuole sfidare davvero il catastrofismo relativo alle percentuali di impiegati tra i laureati, basta guardare in direzione «mare» con l’esperienza del gruppo ligure Banca Carige. «Per scelta aziendale», dice Stefano Buschini, «è nostro obiettivo evitare di generare precari scontenti e senza futuro. Quando le risorse selezionate dimostrano di possedere caratteristiche quali forte motivazione al raggiungimento degli obiettivi, spiccate capacità operative e forte propositività, proponiamo contratti a tempo indeterminato. Negli ultimi otto anni il trend dell’azienda dice che sono state ben 600 le assunzioni di lavoro portate a termine tra autocandidature e segnalazioni degli atenei, a dimostrazione che le reciproche volontà di fornire soluzioni concrete alla crisi ci sono».
La progettualità comune sembra rientrare anche in altri ambiti, come quello dell’information & communication technology. Michele Arcieri, responsabile dello sviluppo risorse umane di Visiant, minimizza la gravità del periodo. «Il bisogno di reclutare nuove risorse c’è, soprattutto per aziende nate da pochi anni, e la predisposizione e l’apertura che le università dimostrano nei confronti del mercato del lavoro lasciano intravedere prospettive molto positive».
Ma davvero università e aziende cercano di venirsi incontro nell’interesse delle centinaia di migliaia di laureati che il nostro Paese produce ogni anno? «L’università deve essere consapevole di non costituire solo un ruolo di alta formazione e di ricerca, ma deve calarsi sempre di più in un ruolo sociale che permetta di sviluppare l’accesso al mondo del lavoro dei nostri laureati».
A raccontare l’esperienza dell’Università dell’Aquila è Enzo Chiricozzi, prorettore con delega specifica al placement, fortemente convinto nelle possibilità di ripresa. «Le aziende credono nel capitale umano universitario per rilanciare i loro programmi, il nostro ateneo ne è una dimostrazione palese. Il Progetto per l’Abruzzo che HRCommunity ha predisposto per coinvolgere in stage e tirocini gli studenti aquilani è un forte segnale in questo senso e non si tratta solo di un atto dovuto, in seguito alle drammatiche vicende che hanno coinvolto la regione. Aziende e atenei oggi hanno capito che collaborare è la soluzione migliore, per tutti».
E in molti atenei, come Bologna, collaborazione con le imprese è sinonimo di tirocinio curriculare, come dichiarano Lucia Gunella e Andrea Ciani, oppure è sinonimo di careerday come quelli che da alcuni anni portano avanti, coinvolgendo centinaia di aziende, atenei come Padova o Urbino, giunti rispettivamente all’ottava e alla quinta edizione, per favorire un incontro (fugace ma diretto) tra migliaia di studenti e i responsabili delle risorse umane. Anche se le percentuali di studenti che riescono qui a stabilire il contatto giusto non hanno nulla a che vedere con quelle che riguardano i (pochi a dire il vero) giovani talentuosi che frequentano istituti accademici d’eccellenza come la Normale di Pisa.

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On novembre 16th, 2009, posted in: Esperienze by
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