| Formazione |
| Tesi in azienda: un metodo per trovar posto? |
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da Campus maggio 2009, Placement, Laurea e Lavoro OGGI CHE PERSINO ASPETTARSI UNA RISPOSTA AL
CURRICULUM INVIATO È ECCESSO DI OTTIMISMO, UN MODO
PER INTERCETTARE LE IMPRESE E FARSI NOTARE PUÒ ESSERE
QUELLO DI REALIZZARE IL LAVORO DI LAUREA AL LORO
INTERNO. MA QUANTO È PERCORRIBILE QUESTA STRADA?
ECCO CHE COSA NE PENSA IL MONDO ACCADEMICO ITALIANO L’azienda non ti assume? Scrivici sopra un dossier. Non nel senso di denunciarne «l’inadempienza» verso le nuove giovani leve che si propongono per entrare nei suoi organici, ma in quello di scriverci la dissertazione di tesi. Scopo dichiarato: rafforzare la conoscenza reciproca prima ancora della laurea, mettere in rilievo le proprie capacità personali e al contempo renderle adattive al mondo del lavoro, spesso distante dalla forma mentis articolata ma fortemente teorica dell’università. Ma è possibile, e in che misura, un’evoluzione di questo genere? Quanto sono disposti a dialogare due mondi tanto diversi come l’università e l’industria e, in secondo luogo, che spazio realisticamente c’è, in un momento tanto difficile come oggi, per assorbire giovani non già dopo il conseguimento del titolo ma prima ancora di raggiungerlo? Abbiamo fatto un giro tra gli atenei italiani interpellandone docenti e dirigenti per capire lo «stato dell’arte» di queste prove di dialogo e, in definitiva, verificare quali chance esistono per un laureando di far coincidere la conclusione della carriera studentesca con il possibile inizio di quella professionale. Ecco che cosa abbiamo raccolto. Più facile per i settori tecnici, ma per gli umanisti le cose cambiano… «Presso di noi le aziende fanno pressing per avere i nostri laureandi a fare la tesi della specialistica per poi assumerli una volta conclusa», spiega Paolo Camurati, preside della terza facoltà di Ingegneria al Politecnico di Torino. Ma non dappertutto le cose vanno altrettanto bene. «È vero che leggi come la 270 e la 509 sollecitano questo tipo di esperienze», spiega Marisa Civardi, docente di statistica sociale a Economia alla Bicocca di Milano e componente del consorzio Cilea-Stella, «ma perché prenda piede su fette significative di popolazione studentesca serve conoscere bene di quali professionalità le aziende hanno realmente bisogno. E alla base servono ben più stretti e continuativi legami tra impresa e università». Ma il primo ostacolo proviene dalle stesse aziende: «Molti capitano d’industria italiani non sono laureati», prosegue la Civardi, «ovvio che, di conseguenza, percepiscano meno la necessità di avere figure di elevata cultura nei loro organici». Piccolo è bello, ma non per i neolaureati Una difficoltà confermata da Adriana Luciano, docente di sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università di Torino e coordinatrice del servizio di job placement dell’ateneo: «Il 95 per cento delle imprese italiane è di piccole e piccolissime dimensioni: pensare di introdurvi un laureando per un progetto di tesi diventa pressoché impossibile. Però», rileva al contempo la docente torinese, «un segnale positivo arriva dal forte incremento di stage curriculari, quelli cioè previsti dal piano di studi. Iniziative che accrescono il rapporto università-imprese, lasciando intendere che il connubio possa estendersi dai tirocini alle tesi. In questo ambito, un aiuto determinante può arrivare dal Fondo sociale europeo, perché potrebbe finanziare quelle innovazioni incrementali che nelle piccole imprese non si realizzano a causa dei costi proibitivi per i loro fatturati. Ed è ovvio», conclude, «che là dove si parla di processi di innovazione e modernizzazione i laureandi possono trovare molto più spazio». Gli stage aziendali, possibile prologo della tesi «Un ulteriore aiuto», riprende Marisa Civardi dalla Bicocca di Milano, «può arrivare da un più stretto legame con le associazioni di categoria: nella nostra regione abbiamo il privilegio di averne una molto forte e sensibile su questi temi come Assolombarda ma non dovunque sono altrettanto fortunati». Un rafforzamento del fenomeno tesi in azienda viene dagli stessi stage, perché, spiega la Civardi, «da queste esperienze scaturiscono banche dati del mondo industriale che rendono più agevole, per un ateneo, richiamare in un secondo momento le aziende e metterle in contatto con chi vuol chiedere di fare la tesi al suo interno. Ma il meccanismo da mettere in moto non è così semplice, perché per ogni tesi occorre attivare un tutor in azienda e uno in ateneo che seguano costantemente il laureando in tutto il suo percorso». E tuttavia si tratta di un’evoluzione necessaria, secondo Alessandro Lai, docente di economia aziendale all’Università di Verona, delegato del rettore per l’orientamento al lavoro, che ne spiega così le ragioni: «Una tesi in azienda accresce le capacità personali, a prescindere dalla disciplina frequentata. A Oxford e Cambridge, per esempio, non ci si chiede in che cosa uno è laureato ma dove è e motivato a crescere dopo il titolo. Questo per dire che anche chi fa lettere classiche può trarre giovamento da uno stage in impresa, perché è un’esperienza che consente l’acquisizione e l’approfondimento di un metodo. Fortunatamente», prosegue, «sempre più colleghi di facoltà umanistiche sono in linea con questa più moderna visione». Serve un aiuto governativo Una mano arriva anche da iniziative nazionali come il progetto Fixo, Formazione, innovazione per l’occupazione, nato qualche anno fa per opera della Direzione generale per le politiche per l’orientamento e la formazione del ministero del Lavoro, e che con la collaborazione dell’ente ministeriale ItaliaLavoro ha coinvolto gli atenei della Penisola con l’obiettivo di accompagnare più agevolmente i neolaureati al placement. «Un progetto che ha incrementato i tirocini di laureandi sia nel settore privato che in quello pubblico», spiega Piero Lucisano, docente di pedagogia sperimentale a Roma La Sapienza e direttore scientifico del progetto Soul, Sistema orientamento università lavoro. «Ma le tesi in azienda dipendono soprattutto dall’iniziativa dei singoli professori e da come le loro ricerche impattano le realtà produttive: se sono applicative hanno maggiori chance di coinvolgere il settore industriale e di conseguenza di inserire in organico laureandi; se sono più inclini al piano teorico, come succede in particolare alle discipline umanistiche, le possibilità per i laureandi di concludere il percorso universitario con uno periodo e una dissertazione in un’impresa si ridimensionano. Gli enti locali», sottolinea però Lucisano, «possono incentivare significativamente queste collaborazioni con politiche di incoraggiamento. Ma resta il fatto, strutturale, che difficilmente potranno diventare una prassi diffusa tra gli universitari». Ciò nonostante, c’è anche chi per il futuro è assai più ottimista. «Da quando le tesi in azienda hanno preso piede quattro o cinque anni fa», spiega Giampiero Cabodi, docente di informatica alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino, sono aumentate sia le richieste delle imprese, sia quelle degli studenti, tanto che in una facoltà molto applicativa come la nostra è ormai uno studente su tre a chiedere di fare la tesi in azienda. Ciò non toglie», conclude, «che le discipline tecnico-scientifiche continueranno ad avere molto più appeal di quelle letterarie». Un boom se ben coordinate, un boomerang se mal organizzate Una criticità confermata anche da Andrea Cammelli, direttore del consorzio AlmaLaurea: «Le tesi in azienda incontreranno sempre difficoltà a realizzarsi nei settori umanistici, anche perché le imprese italiane non comprendono appieno quanto un laureato in queste discipline abbia una formazione così eclettica da poter essere impiegato anche in ruoli d’impresa. Ciò non toglie», prosegue il docente di statistica sociale all’Università di Bologna, «che se ben progettate ed eseguite possono dare una grossa mano sia a trovare più in fretta lavoro, sia a forgiarsi più velocemente una forma mentis adatta al mondo delle professioni». Ma il direttore di AlmaLaurea non manca di sottolineare altri aspetti meno positivi, due in particolare: «Il rischio che il periodo si traduca in un apprendistato gratuito da un lato, e quello dell’irrigidimento del laureando dall’altra, che potrebbe rimanere a lungo in una realtà aziendale senza avere mai una concreta possibilità di essere assunto stabilmente in organico». Per scongiurare questi pericoli, sottolinea, servono feed-back frequenti e precisi, ma anche una concreta azione di stimolo da parte del Governo: «La nostra idea», spiega Cammelli, «è che occorre garantire alle imprese l’accesso non solo al capitale finanziario ma anche al capitale umano, defiscalizzando le assunzioni dei giovani laureati». Lungimiranza cercasi per fare impresa Un concetto ripreso da Adriana Luciano della Statale di Torino: «Le tesi in azienda, così come gli stage», spiega la docente, «non devono rispondere a una logica di tamponamento dei costi per le imprese, che si trovano così ad avere manodopera a costo zero o quasi, ma vanno visti come momenti per accrescere la professionalità sia dei giovani che si affacciano al lavoro, sia degli organici aziendali esistenti. Non è un caso che la crisi economica attuale colpisca più di tutti i gruppi che meno sanno innovarsi: oltre che frutto del buco finanziario dei titoli immobiliari americani, scaturisce infatti anche dalla storicamente scarsa lungimiranza di chi produce, che non capisce abbastanza la necessità di investire sul lungo periodo, sulla formazione del suo personale e sull’introduzione di nuove, giovani, professionalità». «Se svolte bene», prosegue invece la Civardi di Milano Bicocca, «le tesi in azienda consentono di trasformare conoscenze in competenze, insegnano a lavorare in équipe e a confrontarsi reciprocamente: due momenti sempre più utili in un mondo del lavoro che si evolve con sempre maggiore velocità». «La tesi di laurea», aggiunge il professor Lucidano dalla Sapienza di Roma, «va vista essa stessa come un momento di orientamento al lavoro: per questo, se viene svolta in azienda può ulteriormente facilitarne il cammino». E Alessandro Lai dell’Università di Verona, il più ottimista, conclude: «L’incontro del mondo universitario con quello aziendale va considerato un nuovo, auspicato e tanto atteso Umanesimo. Da compiersi non più e non solo in un ambiente accademico ma da suddividere equamente fra i due versanti». Insomma, il convincimento che sembra affermarsi è questo: se cercare un’azienda disposta ad assumere in tempo di crisi è un’impresa, un’idea vincente può essere quella di svolgere la tesi all’interno di uno dei suoi settori. Ma perché la tesi in azienda diventi una pratica accessibile a grandi masse di universitari occorre abbattere quel Muro di Berlino che ancora separa università e impresa. CHI LAVORA E CHI NON Percentuale di occupati a un anno dalla laurea specialistica, per settore disciplinare; -agraria 63,3 -architettura 78,5 -chimico-farmaceutico 35,4 -economico-statistico 72,5 -educazione fisica 73,5 -geo-biologico 35,9 -giuridico 23,1 -ingegneria 78,0 -insegnamento77,2 -letterario 52,0 -linguistico 66,6 -professioni medico-sanitarie 97,5 -politico sociale 65,6 -psicologico 47,4 -scientifico 55,2 TOTALE 62,2 GENERAZIONE 1.300 EURO Guadagno mensile netto a cinque anni dal titolo, per gruppi disciplinari, laureati pre-riforma (fonte: AlmaLaurea): -medico 2.016 -ingegneria 1.678 -economico-statistico 1.436 -chimico-farmaceutico 1.405 -scientifico 1.387 -politico-sociale 1.360 -architettura 1.335 -geo-biologico 1.252 -agrario 1.247 -linguistico 1.210 -giuridico 1.201 -educazione fisica 1.162 -letterario 1.122 -insegnamento 1.069 -psicologico 1.061 TOTALE 1.343 IL DOTT? UN ANTIDOTO Laureati pre-riforma che lavorano a un anno dalla tesi Malgrado la recessione, la laurea resta una garanzia Un potente strumento contro la disoccupazione, oltre che contro l’ignoranza. Così Andrea Cammelli, direttore del consorzio AlmaLaurea, definisce la laurea. «È vero che neppure chi vanta questo titolo può sottrarsi alla crisi che stiamo vivendo. Ma le potenzialità di chi l’ha conseguito, unite all’attitudine a continuare ad accrescere le proprie competenze e ad aggiornarle secondo le necessità del mercato, mettono al riparo dai pericoli». A un anno dalla laurea specialistica, infatti, solo un quinto è ancora in cerca di lavoro, mentre i restanti quattro quinti sono occupati in una professione o nella prosecuzione dei propri studi, siano essi un master, un dottorato o una specializzazione. Per certi gruppi di corsi, poi, il dato è ancora migliore: fra i medici solo l’1,9 è in stand-by; fra gli ingegneri l’8,8; scienziati, architetti, economisti e statistici viaggiano fra il 13 e il 14. «Chi esce oggi dall’università», prosegue Cammelli, «ha una marcia in più rispetto al passato: conosce di più le lingue, ha viaggiato, fatto stage e tirocini. Insomma, è più pronto ad affrontare le avversità di questo difficile periodo». Ma accontentarsi non basta. «I progressi da compiere sono molti e su diversi piani», prosegue il docente di statistica. «Serve più collaborazione fra aziende e atenei e un’effettiva discesa in campo del Governo italiano: sostenere le aziende nell’introduzione in organico dei nuovi laureati, defiscalizzando e incentivando; promuovere in modo capillare il diritto allo studio; rafforzare con decisione la ricerca e quindi l’impiego dei nostri cervelli, prima che si mettano in fuga alla ricerca di maggiori fortune in Paesi stranieri. Il rischio dei laureati di oggi», conclude il docente, «è di restare incastrati tra un mondo produttivo che non li assume e un mondo della ricerca che non li chiama perché non finanziata. Non possiamo permetterci lo spreco dei nostri talenti migliori. E non solo per loro, ma per i destini di un intero Paese». |
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