Da bambina la magia di un pagliaccio accende i sogni del suo futuro
Si conosce un uomo dal modo in cui ride
», diceva Dostoevskij. E si potrebbe
aggiungere, forse, anche dal modo in
cui ci fa ridere. Angela Dematté, trentina,
classe 1980, lo ha capito presto che
il riso è il linguaggio di tutti, ma esige
una chiave d’accesso assolutamente
personale. Presto significa a sette anni,
quando, stregata da un clown di lungo corso come
Bano Ferrari, decide che da grande farà quel mestiere.
Qualche anno più tardi terrà fede all’intenzione, strappando
sorrisi, al fianco di Bano, con l’arte della comicità.
«Vedere all’opera professionisti veri mi ha dato il
gusto e il desiderio della scena», racconta. Da lì ai laboratori
di ricerca espressiva con Silvio Castiglioni al
Crt di Milano, il passo è stato breve. Ma la svolta arriva
con l’università: «In Statale ho conosciuto il regista che
sarebbe diventato mio marito, Andrea Chiodi, allora
studente a Giurisprudenza, ma soprattutto una grande
maestra come Lucilla Morlacchi». Il diploma all’Accademia
dei Filodrammatici la proietta in un turbinio
di ingaggi, con Peter Clough, Walter Pagliaro, Pietro
Carriglio, Bruno Fornasari. Talento eclettico, Angela
saltella con sfacciata disinvoltura dalla tragedia (notata
dalla critica per l’interpretazione di Andromaca nelle Troiane
di Euripide, regia di Mario Gas) al musical, al teatro
contemporaneo (l’ultimo, Love and Money di Dennis
Kelly). Fra un palco e l’altro, ci scappa anche la nascita
della Compagnia Cantiere Centrale, guidata da Chiodi,
che la dirige fra gli altri nello struggente monologo Etty
Hillesum, cercando un tetto a Dio. Studia, lavora, si aggiorna.
E nel 2009 arriva il Golden Graal Astro nascente
per il teatro. Ma qualcosa dentro ancora preme per
uscire allo scoperto: «È il bisogno di trovare la mia voce
fra tante, di raccontare l’umano a modo mio e non solo
interpretarlo sulle partiture altrui». Un’esigenza maturata
sotto pelle, eredità degli esordi, dove l’espressione
personale diventa marchio di fabbrica per ogni clown.
«Comincio a scrivere per tentare di capire. Cosa? Il ’68,
per esempio, le sue ragioni profonde, le conseguenze».
Avevo un bel pallone rosso, sua opera prima, è una fi lastrocca
trascritta in un quaderno di Mara Cagol, fondatrice
delle Br. «Leggo Marx, comunicati e documenti. La
sorella di Mara, Milena, si appassiona al progetto, che
prende forma nel ritratto di una frattura generazionale,
nel rapporto difficile tra un padre che parla solo dialetto
trentino, la lingua della tradizione contadina, fatta di
fede e lavoro; e una figlia già altrove, che alla religione
sostituisce ideali di lotta, all’antica lingua della terra il
verbo della rivoluzione, all’io un incessabile noi». Alla
segreteria del Premio Riccione, Angela invia una bozza
quasi per gioco, senza alcuna aspettativa. E, invece,
conquista la giuria che le attribuisce il primo premio di
30mila euro per produrre lo spettacolo. «La gioia più
grande? Leggere la commozione nei loro occhi. Potere
del teatro, che di tanto in tanto regala attimi di nuda
verità. A novembre, la pièce sarà in scena allo Stabile
di Bolzano con la regia di Carmelo Rifici».

Campus gennaio/febbraio 2010 |