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Facce di campus
No bamboccioni nel Sol Levante!
Un esperienza di studio che vale per tutti

Che cosa induce una ragazza poco più che ventenne che, per sua stessa definizione “non sa nemmeno fare la lavatrice” a volare (per studio) fino in Giappone? Anna Specchio, torinese iscritta al secondo anno della Laurea Specialistica in Lingua e letteratura straniere (con indirizzo di traduzione) risponde che, forse, la vita in Giappone le ha consentito di risolvere i “problemi di lavatrice.” Al di là della metafora anti-bamboccioni, Anna spiega che:” in Giappone [le lavatrici] non sono complicate come da noi: inserisci 100 yen (circa 80 cents), metti il detersivo e lavano tutto loro, anche se con acqua rigosoramente fredda”. Profonda conoscitrice della vita in Giappone Anna lo è diventata grazie ad uno scambio tra le università Gaikokugo Daigaku di Tokyo e l’Università di Torino. “Dall’UniTo – aggiunge - ho solo avuto la possibilità di partire, dopo avere superato un esame, e poi ho vinto la borsa di studio Jasso del Governo Giapponese della durata di dieci mesi. La decisione è stata molto semplice: dovevo assolutamente venire in Giappone per migliorare le mie prestazioni linguistiche; non bastano, infatti, assolutamente, gli anni di studio all’Università per imparare il Giapponese, che è una lingua assai complessa”. Il connotato quasi imperativo della sua scelta di studio (e di vita) è stato portato avanti anche svolgendo dei lavoretti:” Ho lavorato sia in Italia sia adesso qui in Giappone, e comunque a prescindere dalla borsa di studio: in Italia lavoravo perché non sapevo che sarei stata vincitrice di borsa, qui invece lavoro perché è un’esperienza che mi permette di vivere la lingua”. Precisa che “Il costo della vita non è troppo diverso da quello in Italia anche se la verdura e i trasporti hanno prezzi proibitivi: un etto di fragole può costare fino a 10 euro! In compenso le sigarette costano tutte sotto i 2.50 euro e anche la birra non è cara. I trasporti, invece, sono carissimi, ma sono i più efficienti al mondo: non un minuto di ritardo (salvo caso di suicidio sotto i binari da parte di qualche salaryman stanco della vita lavorativa...).”Aggiunge:”Qui svolgo due lavoretti part time: uno in un ristorante italiano a Tokyo Eki, come barista, il lunedì, e uno in una scuola di lingue dove insegno Italiano e Inglese ai giapponesi il sabato tutto il giorno e la sera del venerdi, a volte; non lavoro tutti i giorni perché sono entrata nella squadra di calcio dell’Università che mi tiene impegnata per gli allenamenti tre volte a settimana (e sono molto piu severi di quelli italiani).
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In Giappone sono arrivata il 27 settembre 2009 e mi tratterò fino al 27 settembre 2010. La mia camera si trova in un dormitorio: la stanza è piccola, con un letto, una scrivania, un frigo e un armadietto con un fornellino, un gabinetto ma non la doccia, che è in comune con le altre ragazze del piano. Anche se all’inizio appena entrata in casa mi sono detta: “E come ci vivo un anno qui dentro?”, adesso lo spazio mi sembra perfino grande. La borsa di studio che ho ricevuto mi è stata pagata il mese successivo a quello della mia partenza, ma con una rata in più per coprire le spese del primo mese nel quale – nel frattempo – sono sopravvissuta con i risparmi italiani. Alla fine tra varie assicurazioni, mobilia di vario genere, bicicletta, contratto del telefono etc il costo fisso iniziale di partenza si è aggirato circa intorno a 1500 euro”. A consentirle di muoversi senza difficoltà in Giappone sono i precedenti studi della lingua ma anche la sua intraprendenza: “I Giapponesi sono timidi: è difficile fare amicizia con loro: perché ci sono riuscita? Perché li amo! Quindi insistentemente ho contattato, contattato, contattato persone e sono stata contattata, contattata, contattata! Anche se le relazioni sono difficili, io insisto: di primo acchitto il giapponese medio tenderà a parlare inglese allo straniero ma io rispondo sempre in giapponese finché non li obbligo a capire che mi devono parlare in Giapponese”. Quando le si chiede come sia l’esperienza all’interno della ‘colonia’ italiana nel Paese del Sol levante Anna dice che:” Ci sono altri ragazzi da Venezia, Roma e Napoli anche se l’ambientarsi dipende dal carattere delle persone. Quanto alla mentalità giapponese - per fare un esempio - se un appuntamento è alle 5 devi presentarti alle 4:50, se dici che intendi fare una cosa la devi poi davvero fare: se non la fai sei bandito (non come in Italia che ci promettiamo sempre di vederci per un caffè ma poi è difficile rivedersi: se in Giappone dici: “Ci vediamo per un caffè” devi chiamare per il caffè!”)”. Nel descrivere le Università, Anna rivela che:” I professori sono molto competenti, ma il sistema universitario differisce da quello italiano: dura 4 anni, e malgrado entrare nelle università sia difficilissimo (con esami di ammissione in ogni università severissimi e per i quali si studia anche un intero anno), una volta entrati tutti si laureano perchè essere bocciati agli esami è quasi impossibile. Qui fanno di tutto per portarti avanti. Quasi tutti i giapponesi vanno all’università, ma a seconda dell’università che si frequenta, cambierà poi la propria posizione sociale nel futuro: ci sono infatti università di serie A (come quella dove studio io, Waseda, o la famosa Todai), di serie B (la Meiji, la Rikkyo, la Chuo) e di serie C (la Nihon, la Musashino etc). Sempre in base all’università frequentata, si avrà poi anche la possibilità di trovare lavoro. Le università sono diffuse in tutte le aree del Giappone, ma c’è una elevata migrazione di studenti che ambiscono alle università di serie A e che si spostano da una regione all’altra. E’ normale, per i giapponesi, vivere da soli a 18 anni e fare un lavoro part time per mantenersi (non condividono quasi mai gli appartamenti, ma vivono da soli).” E proprio un po’ come i suoi coetanei di Tokyo, Anna ha imparato, da questa esperienza, non solo a “vivere da sola” ma anche a prepararsi ad un futuro lavorativo. Che ormai è sempre piu’..globale.
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