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Editoriale

Un fantasma si aggira per l’università italiana: la meritocrazia.
Da quando Roger Abravanel ha scritto, ormai più di un anno fa, un bel libro sul tema (Meritocrazia, Garzanti), la parola ha preso quota, dopo essere passata un po’ in disuso negli anni precedenti.

Il merito e la meritocrazia sono il mantra di una serie di opinionisti-editorialisti-economisti, molti d’estrazione bocconiana ma non solo.
Come Francesco Giavazzi, firma di punta del Corriere, o come Tito Boeri, commentatore per Repubblica. Della partita è, infine, anche un economista della Cattolica, Giacomo Vaciago, commentatore del Sole 24 Ore. Commentatori autorevoli e influenti, molto ascoltati dalla politica, che spesso, negli ultimi anni, pensa le riforme con le rassegne stampa in mano. Dunque, meritocrazia. Ovvero governo dei migliori. Qualcuno può ragionevolmente dirsi contrario?
Se non che, talvolta, la lunga marcia verso il merito giustifi ca operazioni che, a ben vedere, con l’affermazione dei migliori hanno poco a che vedere. Un esempio? La riduzione degli appelli d’esame. Il 3 luglio scorso, Vaciago, sul Sole (Chi paga il prezzo del merito?), la rivendica come uno degli strumenti meritocratici e propugna un solo appello d’esame all’anno per materia, «come avviene in tutti i Paesi normali!» (l’esclamativo è dell’economista, ndr).

E che c’azzecca la meritocrazia? Nell’università del 3+2 male applicato – quel- lo della pletora di insegnamenti, degli esami lievitati e sempre più spesso solo scritti – in «questa» università, la via al merito è la potatura degli appelli? La selezione dei migliori, in queste condizioni, deve necessariamente diventare una darwiniana scrematura?
Alla Cattolica, l’ateneo di Vaciago, la riduzione c’è stata già, questa primavera. Non in questi termini, ma c’è stata. Tanto da spingere gli studenti ciellini di Lista aperta ad affiggere un polemico datzebao davanti a Largo Gemelli, con questo titolo: «Non siamo la Bocconi». Meritocrazia, certo. Ma anche giustizia.

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