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Quando il gioco si fa sociale

«Studenti, siate più coraggiosi». Mario Molteni , cinquant’anni, varesino, ordinario di Economia aziendale alla Cattolica di Milano, dirige l’Alta Scuola Società Impresa-Altis ed è il responsabile del round italiano della Global Social Competition, un business game che vedrà alcuni venture capitalist americani premiare progetti di imprese sociali. «Troppo spesso, quando si tratta di partecipare a progetti come questi, la prima domanda che gli studenti ci fanno è: quanti crediti vale? E se il numero non è considerato adeguato, si rinuncia». Accade proprio così, vuoi per il carico di esami del 3+2, vuoi per una deriva troppo utilitaristica, molti, troppi studenti perdono il treno di esperienze esaltanti. È il caso anche della Global Social Competition, che vedrà progetti di studenti da tutto il mondo confluire all’Università di Berkeley, nell’aprile del 2009. «Abbiamo dovuto ricorrere alle tesi di laurea magistrale, per convincere alcuni studenti della bontà del progetto», ammette Molteni. Si tratta, infatti, non solo di avere un’idea imprenditoriale sociale, sia essa profit o non profit, ma di lavorare fianco a fianco con imprese che fungano da incubatori e “spalle” professionali dei progetti stessi. Un lavoro che può durare mesi e per il quale i crediti di un esame possono non sembrare sufficienti. «E invece dovrebbero osare di più e puntare a quel ritorno che eccede chiaramente i tanti o pochi crediti», prosegue Molteni. La competition apre a un mondo, quello dell’imprenditoria sociale, ancora abbozzato in Italia ma che all’estero, specialmente negli Stati Uniti, rappresenta il punto di approdo per tanti laureati di varie discipline. Anche se, con la crisi finanziaria attuale, la Corporate social responsibility, o Csr come viene comunemente abbreviata, viene messa alla prova. Sopravviverà, al tempo delle cartolarizzazioni tossiche, l’idea di un’azienda che faccia i conti, non solo con i propri shareholders, gli azionisti, ma anche con gli stakeholders, ovvero portatori di interesse, come lo Stato, i clienti, i dipendenti, le comunità locali? «La crisi ci dirà che cos’è davvero oggi la Csr», spiega Molteni, «se è solo donazioni, sponsorship, comunicazione, allora è giusto che sia tagliata, che venga spazzata via». Oggi in Italia il fenomeno non è all’anno zero: una recente ricerca Altis ha fotografato la realtà di 62 imprese quotate, mostrando, tra l’altro, come una su due adotti criteri socio-ambientali nella selezione dei fornitori e un po’ meno della metà (40,3 per cento) utilizzi il bilancio di sostenibilità. «In ogni caso, le difficoltà che stiamo attraversando», riprende il professore, «riconduce al fatto elementare che economia e sviluppo sono al servizio della persona e non viceversa, così come il nostro premio». Già, la Global Social Competition, in cui i venture capitalist premiano le idee di contenuto sociale, siano essere profit o non. «Certo, un’impresa che dà profitto, che remunera chi rischia, può avere un valore sociale fortissimo. Magari nelle energie rinnovabili, nelle attività di tutela ambientale, nei servizi alla persona è più evidente, ma anche la panetteria può averne». Insomma, che si realizzino beni e servizi utili all’uomo. «Il fatto che poi l’utile ricavato vada agli azionisti, come nel profit, o venga reinvestito, come nel non profit, è indifferente», osserva Molteni. Col venture capitalism, c’è la saldatura con il mondo finanziario, che sostiene, e start-up. «I capitalisti di rischio sociali ci riportano a una finanza che è al servizio dell’economia», osserva il direttore dell’Altis. «Le regole sono importantissime, anche per limitare i comportamenti opportunistici», allarga le braccia, «ma rimane intatta la questione della libertà degli individui».

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On dicembre 3rd, 2008, posted in: Altis Global Social Competition by
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