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Un forum per imprenditori giovani

forumRicerca e imprenditoria giovane sono ancora possibili nell’Italia dei laureati precari e sfruttati? Di questi temi si parla al terzo Forum su Ricerca, Innovazione, Imprenditorialità, ospitato dall’Università di Padova dal 12 al 17 marzo. Un evento internazionale, a detta degli organizzatori, per “coltivare nuove idee e progetti innovativi”. Il Forum si propone come luogo privilegiato dove imprenditori di successo, scovati in Italia dalla stessa Università monitorando settori come biotech, nanotech, Internet, media, elettronica e telecomunicazioni, intervengono per confrontarsi su “problematiche e prospettive di queste tipologie d’impresa”. L’idea è quella di stabilire un contatto “tra imprenditori di successo e gli studenti dell’università di Padova che stanno pensando a creare un’impresa, nell’ottica di stimolare la voglia di imprenditorialità tra i giovani”. Il Forum si articola in tre parti: nella prima parte un panel d’imprenditori abbastanza giovani, impegnati in imprese, in settori fortemente dinamici e innovativi, parteciperà a una serie di incontri dove porteranno le loro testimonianze e condivideranno la loro esperienza. Nella seconda parte della manifestazione si svolgerà lo European Summit on Entrepreneurial Education, durante il quale educatori, docenti, professionisti e imprenditori saranno invitati a presentare e a discutere nuove idee, progetti ed esperienze relative all’educazione e alla diffusione della cultura imprenditoriale nella società. Infine, il 16 e 17 marzo si svolgerà il secondo Research Exchange Workshop on Technological Entrepreneurship and Innovation Management, meeting finalizzato a riunire una comunità di ricercatori che presentano i loro progetti di ricerca sulla nuova imprenditorialità e l’innovazione in settori emergenti.

Tutte le informazioni sono disponibili sul sito ufficiale www.rieforum.org

Data: 8 marzo 2010

ECampus, l’ateneo di Mr. Cepu

Francesco Polidori, presidente Cepu

Anticipiamo l’editoriale di Campus marzo, in edicola dopodomani

La nostra Storia del Cepu arriva, con questo numero, alla quarta puntata.
L’inchiesta era iniziata dopo la scoperta della vendita di Cesd, la holding del gruppo, a una sconosciuta società milanese, Dama2 Srl, riconducibile a una fiduciaria lussemburghese.
Ci pareva interessante rifare la storia di un grande gruppo (100 milioni di fatturato), le cui vicende si sono spesso intrecciate, nell’ultimo ventennio, a quelle dell’università italiana.
Intreccio che raggiunge il suo apice proprio con il capitolo che affrontiamo in questo numero: la nascita dell’università telematica eCampus, a opera della fondazione omonima che fa capo allo stesso fondatore di Cepu, Francesco Polidori (nella foto di Stefania Malapelle, ndr). Ateneo autorizzato con decreto nel gennaio 2006 dall’allora ministro Letizia Moratti.
Di eCampus raccontiamo le singolarità del debutto: unico caso di università telematica autorizzata con il parere contrario del Consiglio universitario nazionale-Cun e del Comitato nazionale per la valutazione universitaria-Cnvsu.
Ma la puntata offre anche un primo sguardo sul corpo docente che, dopo quel decreto, si è precipitata a occupare cattedre a Novedrate, sede dell’ateneo, spesso con insegnamenti fuorisede autorizzati dalle facoltà di appartenenza.
Un fatto che segna, di fatto, un tacito armistizio, se non uno sdoganamento del mondo Cepu da parte dell’accademia italiana.
Ostracizzato e demonizzato a lungo (forse perché certificava le carenze del sistema universitario), Polidori si è preso la sua rivincita: in forza di legge può mettere a libro paga la categoria che più lo criticava. Ha vinto lui, per adesso.
Anche se la sua creatura, eCampus, è chiamata a superare passaggi fondamentali: entro breve deve convertire l’offerta formativa ai requisiti minimi introdotti dalla legge 270/04 ed, entro l’anno, ricevere la visita ufficiale dei valutatori del Cnvsu, a tre anni dall’attivazione dei corsi.
E la quarta puntata della nostra Storia rivela un particolare curioso: nelle sedi Cepu si vendono corsi presso l’ateneo svizzero di Herisau: un’università, libera e privata, che «laurea» con estrema facilità, valutando l’esperienza professionale acquisita. È una delle università, per intendersi, che campeggia nella lista nera del Cimea, il centro accreditato dal ministero per il riconoscimento dei titoli esteri.
Insomma, Cepu che è legato da una convezione con l’ateneo eCampus, oltre al fatto che fa capo alla stessa proprietà, vende lauree tarocche assieme a lauree legali, quelle della telematica di Novedrate.
A Polidori non fa specie. Chissà se sarà così anche al ministero.

Data: 8 marzo 2010

Vezzi accademici

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Sette, il bel magazine del Corriere della Sera, spesso si occupa di università. Anche perché fra le proprie firme annovera docenti come Ernesto Galli della Loggia, Aldo Grasso e Angelo Panebianco.

Gli stessi talvolta utilizzano le loro rubriche senza tenere in grande considerazione i possibili conflitti di interesse legati al loro status accademico.

Si ricordano gli strali di Galli Della Loggia contro Scienze della Comunicazione, essendo lui docente a Scienze politiche;  o le bacchettate di Aldo Grasso sui titoli dei corsi di marketing e comunicazione Iulm, pur essendo al libro paga (come docente) della Cattolica, ateneo competitor.

Anche Panebianco non è uno che, in genere, si fa scrupolo della propria appartenenza accademica. Eppure, nel numero del magazine diffuso ieri con il Corriere, dedica la sua rubrica, Tono su tono, alla proposta sul reclutamento del prof. Fulvio Cammarano, docente a Bologna.

“Una proposta originale”, scrive Panebianco, “è stata avanzato dal prof. Cammarano sul Corriere Adriatico“.

Per la cronaca Cammarano è direttore del Dipartimento di Politica, Istituzioni e Storia dell’Alma Mater, lo stesso dell’editorialista. Con tutta probabilità sono vicini di stanza e  forse si incrociano la mattina al bar della facoltà,  essendo entrambi docenti a Scienze politiche.

La domanda che sorge spontanea è questa: non avrebbe fatto meglio, l’illustre politologo a scrivere una cosa del tipo: “Il collega Cammarano” oppure,  “il direttore del mio dipartimento avanza una proposta interessante”?

Inficiava la bontà della proposta? La rilevanza dell’idea?

Quale prurito impedisce che al lettore sia celato questo dettaglio? O è solo un vezzo accademico?

Data: 5 marzo 2010

Calo di matricole, ma solo al centro-sud

universitaUniversità italiane sempre più vuote, ma non al nord. E’ questo il quadro che emerge da un’analisi di Repubblica.it sui dati, provvisori ma ufficiali, relativi alle immatricolazioni dell’anno accademico 2009/2010, che conta infatti circa 304.600 matricole contro le oltre 312 mila dell’anno accademico precedente. Cifre che raddoppiano se si considerano gli ultimi due anni, arrivando al 5 per cento. Il calo, pari al 2,3 per cento, è circoscritto al centro e al sud, mentre nel settentrione c’è stato un aumento di un punto e mezzo percentuale, anche se la media non è perfettamente ripartita (i neoiscritti negli atenei del Sud sono diminuiti del 7 per cento, nelle regioni centrali il calo si attesta sul 2,4 per cento). Quindi, sulla base di questi dati, l’Italia appare spaccata in due. E inoltre, sembra anche che l’università sia sempre di più un privilegio per soli ricchi. La causa? Il continuo aumento delle tasse universitarie e di tutte le altre spese connesse allo studio e, dall’altra, la spendibilità del titolo finale sempre minore.

Constatazioni che richiamano alla mente il concetto di meritocrazia, trascurato dal sistema universitario italiano, nel quale, i giovani del sud, rispetto a quelli del nord, hanno a disposizione un’offerta formativa qualitativamente inferiore. Come dichiarato da Roger Abravanel a Campus “l’Università è la prima piattaforma per la meritocrazia, perché è un modo per azzerare i privilegi della nascita”. I primi passi da compiere dunque? Creare un sistema di testing nazionale standard per misurare la qualità degli atenei e parallelamente formare dei fondi del merito in modo che gli studenti più meritevoli ricevano delle borse di studio molto ricche da spendere nelle Università, che inevitabilmente saranno quelle di eccellenza.

Data: 22 febbraio 2010

Il NYTimes arruola studenti

Il giornale? Facciamolo fare agli studenti di giornalismo. L’idea è nientepopodimeno che del New York Times. Come rivela il giornalista de La Stampa, Marco Bardazzi, nel suo (bellissimo) blog, il quotidiano della Grande Mela ha deciso di appaltare agli studenti della City University of New York-Cuny la redazione di The Local, il blog-giornale lanciato alcuni mesi fa su alcuni quartieri newyorchesi.

Bardazzi, esperto tra l’altro di giornalismo e new media,  lo giudica un esperimento interessante e da seguire.

La creatività giovanile come antidoto alla sclerlogo_thelocalosi dell’informazione ufficiale o un escamotage per far quadrare i conti?

Potrebbe funzionare anche da noi? La gestione, certo non entusiasmante, di alcuni master in giornalismo dei nostri atenei suggerirebbe qualche prudenza…

Data: 12 gennaio 2010

La scelta di Beatrice

Adelizzi_Beatrice Beatrice Adelizzi, 21 anni, prima medaglia mondiale per l’Italia nella storia del sincro, ha scelto: basta con l’attività agonistica, meglio l’università alla facoltà di Chimica di Milano. La notizia riportata da Repubblica , desta clamore, anche perchè, come sottolinea il quotidiano, la Adelizzi è l’unica atleta italiana ad aver conquistato una medaglia iridata nel sincronizzato. L’annuncio ufficiale, dato dalla Fin con un comunicato, precisa che l’azzurra “iscritta alla Facoltà di Chimica a Milano, lascia le piscine per nuotare verso il sogno di laurearsi in fretta, frequentare una stage di cosmetica e dedicarsi alla creazione di creme e profumi a base biologica”. “Non posso più rimandare una scelta che sento doverosa – ha spiegato la Adelizzi – Del sincronizzato mi è sempre piaciuto il lato artistico, molto vicino alla danza, oltre al lavoro di ricerca personale e di perfezionamento dei movimenti. E’ uno sport che richiede tanta passione, determinazione e abnegazione. Però anche lo studio merita concentrazione e pari sacrificio. Ho posticipato la scelta accademica per preparare Olimpiadi e Mondiali. La medaglia di bronzo conquistata nel libero singolo a Roma 2009 ha reso più difficile la mia decisione, ma il ritiro è necessario per non precludere possibilità professionali future. Una scelta sofferta, ma necessaria dopo 14 anni di gare”.

Però, idee chiare e controtendenza per una ventunenne dalle spalle larghe.

Data: 5 gennaio 2010

La bomba in Bocconi e noi

“Un avamposto del dominio, dove si formano i nuovi strumenti e apparati del capitale, dove si affilano le armi che taglieranno la gola agli sfruttati”. Così il volantino di rivendicazione del gruppo anarchico che ha piazzato, fra martedì e mercoledì scorso, una bomba con due chili di dinamite e molti bulloni nei sottorranei della Bocconi.

L’ordigno è esploso parzialmente alle 3 di notte di ieri, svegliando il custode dell’ateneo che ha dato l’allarme. La rivendicazione – di un gruppo anarchico che aveva già colpito il Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca (Gorizia) -  è arrivata nel pomeriggio, con una lettera al quotidiano Libero. E dipinge la Bocconi come fucina del neocapitalismo italiano, con un frasario tipico delle peggiori risoluzioni strategiche brigatiste degli anni ‘70 e ‘80.

Un segnale preoccupante perché, per la prima volta, dopo molti anni (forse dall’uccisione, nell’1985, di Ezio Tarantelli alla Sapienza di Roma), gli ambienti universitari tornano a essere teatro di un fatto terroristico.

Un episodio che, in un momento difficile della vita politica italiana e in una fase di profondi e discussi  cambiamenti nell’università, richiama tutti i protagonisti della vita accademica a un atteggiamento di responsabilità: la discussione, il confronto, la dialettica anche dura sulle questioni e sui problemi, non lasci nessuno spazio, nemmeno un piccolo pertugio, alla violenza. O ne pagheremo le conseguenze tutti. Bocconi

Data: 17 dicembre 2009

Coppola: Italia… patrigna

Francis Ford CoppolaSiamo un paese in cui i padri divorano i figli. Parola di regista e che regista. L’ italo-americano, Francis Ford Coppola, al Torino Film Festival per presentare l’ultima fatica cinematografica Tetro, ha parlato del nostro paese al quotidiano La Stampa: “Amo l’Italia ma mi rende triste. Non offre opportunità ai giovani. In giro per il mondo, persino in Messico o Guatemala, trovi ragazzi italiani che cercano occasioni di lavoro. Per avere un futuro ci vogliono buoni genitori alle spalle. I padri italiani, invece, sono come quelli dei miei film, vogliono tutto per se stessi, i soldi, le ragazze, il centro dell’attenzione. Sono addirittura capaci di rubare la fidanzata ai figli, come in Tetro” .

Affermazioni, quelle del regista del Padrino che fanno sobbalzare, se non altro per l’inconscia punta di orgoglio nazionale che è ancora viva in ognuno di noi, ma anche parole che fanno riflettere e pensare in modo istintivo alle tipologie di ‘padri’ nell’ Italia contemporanea.

I padri ‘di sangue’ che fanno di tutto per tenere le cose in famiglia e tramandare la loro ‘proprietà’ al figlio, padri per i quali non c’è spazio per i figli altrui, anche se bravi e talentuosi. La discriminante non è il merito, ma lo è il far parte del circolo dei parenti o degli amici stretti.

Poi ci sono i padri intesi come i maestri professionali, i ‘capoccia delle imprese’, i politici e i dirigenti, quelli che decidono a chi assegnare il posto in azienda, su quali persone puntare e a quali dare spazio, quelli che possono decidere se investire sui giovani e su quali, se allevarli, o spremerli con stage o contratti a progetto poco lungimiranti.

Le loro scelte sono attutite da altri padri ancora, i padri di famiglia che hanno fatto di tutto per assicurare ai figli l’ avvenire migliore e che si trovano a pagare le spese straordinarie dei loro stessi ‘bambini’ laureati, giovani, precari e insicuri con retribuzioni minime, che poi sono quelli che il ministro Padoa Schioppa aveva definito i bamboccioni.

Data: 20 novembre 2009

Phd squillo? Non in Italia

Brook

Ha fatto scalpore, in Gran Bretagna, la storia di Brooke Magnanti, un bella, bionda trentaquattrenne di lontane ma chiare origini italiane.

La Magnanti ha raccontato di essersi a lungo prostituita per pagare il suo dottorato in Oncologia pediatrica.

”Sono andata letto con un numero di uomini che va dalle dozzine alle centinaia”. La storia era finita in un libro, Belle de jour, autobiografico ma che doveva rimanere sotto pseudonimo. L’identita’, al contrario, e’ venuta fuori e Brooke ha fatto outing col Sunday Times.

Dunque, oltre Manica ci si prostituisce per un phd.

Il solito autolesionismo italiano noterebbe subito che, da noi – dal mitico professore docente di diritto della navigazione a Camerino fino ai recenti casi di un ateneo lucano – c’è chi si è venduto anche per passare un esame.

In realtà, a voler esser cinici oppure sanamente provocatori,  la storia di Brooke segnala altro: in Gran Bretagna il dottorato conta qualcosa mentre in Italia e’ un titolo praticamente misconosciuto.

Da oltre un anno il ministro Gelmini ne ha annunciato la riforma sollecitando il coordinamento delle scuole di dottorato a fornire alcuni spunti. Cosa che è stata fatta da tempo.

Nel frattempo, oltre a inserire il phd in un documento Italia 2020, firmato a quattro mani con il ministro del Welfare, Sacconi, la Gelmini s’è dimenticata il dottorato. Non s’è capito, per esempio, perché non l’abbia contemplato nel ddl di riforma, visto che parla di reclutamento e di giovani ricercatori.

Eppure, ogni anno, formiamo migliaia di giovani alla ricerca per poi consegnarli a un mercato del lavoro per il quale quel titolo non ha nessun valore aggiunto rispetto alle lauree e ai master.  Senza dimenticare i dottori di ricerca che prendono le vie del precariato, negli atenei, nei centri di ricerca e nelle scuole. Un gigantesco spreco di talento e di risorse.

E questo mentre le nostre imprese, per la maggior parte piccole, ignorano cosa sia la ricerca e lo sviluppo, perdendo terreno giorno per giorno sui mercati.

Basterebbe davvero un piccolo sforzo per incentivare il dottorato per le imprese: aziende che si consorziano per avere alcuni dottorandi a fare ricerca.

Al contrario, il phd rimane una grande macina delle risorse umane migliori di questo Paese, un parcheggio, una perdita di tempo.

Fatte salve le convinzioni morali di ognuno, ultimamente niente per cui valga la pena prostituirsi.

Data: 18 novembre 2009

Laurearsi al tempo della crisi

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Dalla Gran Bretagna arriva una notizia da far paura: rispetto all’anno scorso, i neolaureati disoccupati sono aumentati del 44%, avete letto bene: quarantaquattro percento. Il dato fa il paio con un altro: il 7,9% dei laureati del 2008, a gennaio di quest’anno stava ancora cercando lavoro.
Peter Orszag, il direttore del Bilancio dell’amministrazione Obama, parlando nei giorni scorsi agli studenti della New York University, ha fatto un discorso molto chiaro agli studenti che affollavano l’aula magna della Wagner School: anche dopo la crisi ci vorranno anni, almeno 15, perché i salari ritorni ai livelli precedenti.

Secondo Orszag, che con i suoi 40anni è il più giovane collaboratore di Obama, chi si laurea quando c’è disoccupazione deve accettare salari più bassi di almeno il 6%.

In Italia, invece il punto dei giovani laureati senza lavoro non è all’ordine del giorno, né nell’agenda politica.

Eppure il problema esiste, anche se è vero che l’economia italiana, meno finanziarizzata di quella americana e britannica e con un sistema bancario meno compromesso, ha retto un po’ meglio all’urto della crisi.

Campus in edicola dedica alla questione un’ampia inchiesta, con le voci dei neolaureati raccolte in quattro grandi career-day da Nord a Sud (eccone un estratto da CampusTv)

E continueremo ad occuparcene aumentando lo spazio e l’attenzione a questi temi.

Data: 13 novembre 2009

Ddl Gelmini: Decleva, ok. Fontanesi, troppi paletti

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Il disegno di legge della Gelmini di riforma dell’Università – approvato oggi dal consiglio dei Ministri – registra i primi commenti.

Il numero uno dei rettori italiani, Enrico Decleva, plaude sostanzialmente all’impianto del provvedimento che, ricordiamo, interviene decisamente sulla governance degli atenei, sul reclutamento e sul altri temi.

Per l’ampiezza del suo impianto e la valenza riformatrice degli interventi previsti”, dice Decleva in una nota ufficiale, “rappresenta un’occasione fondamentale e per molti versi irripetibile per chi ha davvero a cuore il recupero e il rilancio dell’università italiana”.

Secondo il rettore dei rettori, “rispetto ad alcune soluzioni potranno essere opportuni ulteriori approfondimenti. Ma è essenziale che, a questo punto, anche nel nostro Paese si siano determinate le condizioni per affrontare in un’ottica coerente e di ampio raggio urgenze e criticità altrove superate da tempo”.

Per il presidente della Crui “è ora necessario che il confronto parlamentare si sviluppi concentrandosi sul merito delle varie questioni. Così come è indispensabile, e per più aspetti pregiudiziale, che all’avvio del processo riformatore, e a garanzia della sua credibilità, corrisponda una disponibilità adeguata di risorse. A partire da quanto sarà garantito al finanziamento degli atenei per il 2010”.

La Crui dunque ripropone il suo schema: riforma, anche pesante, purché i tagli già calendarizzati da Tremonti rientrino.

Di tono diverso, l’intervento del rettore dell’Università di Milano Bicocca, Marcello Fontanesi, intervenuto oggi a Milano, nella sede di Assolombarda, alla presentazione del Rapporto Stella sui laureati degli atenei lombardi e di altre università italiane (Federico II, Napoli, Pisa).

Fontanesi, che è uno dei rettori più in vista di Aquis, l’associazione degli atenei eccellenti, parla del ddl come di una “legge ambiziosa” ma che presenta un richio “quello di regolare il tutto in maniera troppo dettagliata, inserendo un mare di paletti”. Per Fontanesi, le nuove norme rischiano di essere “una camicia di Nesso, che può ridurre la capacità di sperimentare, innovare, autorganizzarsi. Abbiamo a che fare con la gestione di cervelli”, ha concluso, “e c’è bisogno di un sistema libero. Non anarchico ma libero”.

Data: 28 ottobre 2009

Anvur, regolamento alle Camere

gelmini

Pochi giorni fa avevamo dato conto della lentezza con cui lo schema di decreto della nuova Agenzia per la valutazione-Anvur procedeva nel suo iter. Si notava, tra l’altro, come il provvedimento, licenziato dal Consiglio di Stato a metà settembre, non fosse stato ancora inviato dal ministero dell’Istruzione al ministero per i Rapporti col Parlmento e quindi alle commissioni parlamentari competenti per gli atti successivi.

Ebbene, il 21 ottobre, due giorni dopo la nostra notarella, lo schema di decreto è stato inviato in Parlmento dove, l’indomani, è stato assegnato alle commissioni Cultura e Bilancio della Camera.

Certamente una coincidenza.

Intanto festeggiamo: un altro faticoso passo verso la valutazione.

Le due commissioni hanno tempo,  rispettivamente, fino al 6 e al 21 novembre per l’esame.

Data: 28 ottobre 2009
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