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Ranking THE, l’Italia sprofonda

Dopo la QS arriva il ranking del Times Higher Education e, per le università italiane, la situazione non migliora.
Il magazine britannico, stavolta, non ci contempla nelle prime 200 mentre, nelle edizioni passate, c’era Bologna intorno alla 192 piazza.
Nell’edizione 2010, è Trieste che si guadagna la palma del meno peggio fra le italiane. L’ateneo giuliano si colloca al 217mo posto. Seguono Milano Statale (235), Padova (243), Ferrara (250), Trento (252), il Politecnico di Torino (281), Bologna (287), Pisa (310), Modena e Reggio Emilia (311), Bari (313), La Sapienza di Roma (325) e Politecnico di Milano (334).
Anche questa classifica risente molto dell’impostazione anglo-americana dei suoi criteri. Basti pensare che all’interno della voce “ricerca” con un peso del 17,5% pari al 5,25 dell’intera valutazione, viene misurato il livello delle entrate di ogni università da brevetti e studi su committenza: prassi che in Italia, a torto o a ragione, è ancora molto residuale.
Più in generale, nelle top 200, si assiste a un generale arretramento delle britanniche nei confronti delle statunitensi che guidano saldamente le prime 10, con Harvard, Caltech e Mit, ai primi tre posti. Secondo la direttrice Gavin Esler, a fare la differenza sono i maggiori investimenti a stelle strisce, pari al 3,1 del Pil, contro una media Ocse del 1,5 e un dato britannico sceso al 1,3. Secondo Esler, la Gran Bretagna paga quindi i crescenti tagli cui sono andate sottoposte, nell’ultimo periodo, le università “made in Uk”.
Che il pessimo posizionamento italiano sia collegato al fatto che investiamo solo lo 0,9% del Pil?
La prima università non angloamericana è il Politecnico di Zurigo che occupa la 15ma piazza.

Data: 17 settembre 2010

Fondi al merito: Firenze pesca il jolly

Dall’inferno al paradiso nel volgere di una settimana. L’Università di Firenze, ancora venerdì scorso, era sotto shock per l’esclusione dalla ripartizione del 7% del fondo di finanziamento ordinario che la ministro Gelmini aveva voluto legare al merito.

L’ateneo fiorentino, come aveva spiegato la Gelmini a caldo, era stato escluso per non avere avuto i conti in ordine. In particolare Firenze (assieme ad altri atenei come Pisa, Siena e Trieste) era stata esclusa per aver destinato agli stipendi – di docenti e non – più del 90% del finanziamento dell’anno precedente.

A nulla erano valse le rimostranze del rettore uscente, Augusto Marinelli. Invano, il rettore aveva richiamato una recente comunicazione del Tesoro che attestava la discesa dell’ateneo sotto la fatidica percentuale e quindi il rientro, a buon diritto, fra le università virtuose.

Dopo nemmeno sette giorni, la Gelmini torna sui suoi passi e dichiara che Firenze è stata “rivalutata” e che quindi può accedere al 7%. Anzi, per effetto delle buone performance nella ricerca e nella didattica, Firenze si piazzerebbe al quarto posto assoluto, dietro Trento e i due politicnici (Torino e Milano), ottenendo il 3% dello stanziamento complessivo, pari a 19 milioni di euro, “tre in più a quanto ricevuto nel 2008″, ha sottolineato il rettore uscente.

Decisivo sarebbe stato un incontro fra lo stesso Marinelli e la ministro, avvenuto mercoledì scorso a Roma. E come ha fatto, il rettore ad incontrare in trafinefatta la responsabile dell’Istruzione che ha notoriamente un agenda piuttosto blinadata?

A favorire il chiarimento è stato un giovane deputato fiorentino del Pdl, Gabriele Toccafondi, che aveva tentato un ruolo di mediatore anche nell’autunno scorso, fra l’approvazione del Dpef e la stesura della Finanziaria 2009.

Già rappresentante degli studenti nel Cda dell’università fiorentina a metà degli anni ‘90, eletto nella lista Ateneo studenti (vicina a Cl), Toccafondi ha rappresentato il jolly pescato dall’università fiorentina.

E proprio la Matta del poker fu il simbolo elettorale scelto dal giovane deputato all’epoca della sua campagna studentesca, come documenta uno dei primi post di questo blog.

Data: 31 luglio 2009

Quanto piace il voto al prof

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Pochi giorni fa, la notizia degli studenti milanesi del liceo Berchet che danno i voti ai loro docenti è apparsa su tutte le prime pagine dei giornali.

Commenti estasiati salvo, forse, la Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera. Qualcuno ha festeggiato l’affermarsi di un “modello Brunetta” anche fra i banchi delle superiori.

Pochi sanno che, in Italia, la valutazione degli studenti è introdotta per legge già da qualche anno, all’università. O meglio, sarebbe, perché come Campus ha già scritto più volte quest’anno (lanciando anche la campagna Dillo alla Gelmini, anche noi valutiamo), quest’obbligo è surrettiziamente disatteso.  Come? L’esito questionari di valutazione, distribuiti a fine corso,  viene occultato dalla maggioranza degli atenei italiani. Si contano sulle dita di due mani, quelli che li comunicano tramite web d’ateneo. L’unica università che aveva iniziato a pubblicizzare i dati, indicando il nominativo dei docenti, era Trieste ma l’aggiornamento dei dati si è misteriosamente bloccato.

Nell’ateneo giuliano, qualche maligno ha anche detto che la caduta del rettore Romeo, tre anni orsono, fosse imputabile proprio a questa iniziativa.

Eppure la parola valutazione è diventato il mantra di ogni commentatore, politico od accademico, dei fatti universitari.

Data: 26 giugno 2009
Campus
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