The start-up of you
Fare la start-up di se stessi, o almeno uno spin-off, in altre parole essere imprenditori del proprio io. Di questi tempi spesso si sente questo invito rivolto ai giovani e ai meno giovani alle prese con gli inizi della carriera professionale. Tradotto significa: inventare il proprio lavoro, perché se ci si limita a cercarne uno, ormai si rischia di restare a bocca asciutta. Mai però, quest’invito, è stato sistematizzato in un set di regole chiave da seguire per avere successo nell’impresa come è stato fatto da Reid Garrett Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e board member, tra le altre, di Mozilla e Zynga) nel suo ultimo libro The start-up of you e da Thomas Friedman sul New York Times nell’omonimo editoriale.
Capacità di produrre valore, spirito di adattamento, intuizione imprenditoriale e propensione all’innovazione sono le qualità che il giovane start-upper di oggi deve avere. E sono anche le qualità che cercherà in voi chi vi farà un colloquio Oltreoceano, ma anche nelle più vitali realtà italiane. Questo perché, come si sente dire da un po’ di tempo a questa parte e come si legge nell’editoriale citato: “I percorsi tradizionali di carriera non ci sono più, il posto fisso e la crescita per passaggi progressivi pure”, dunque bisogna inventarsi nuove soluzioni e ritagliarsi nuovi spazi.
Non sono i grandi numeri a creare valore, non servono capitali stellari, ci dice Friedman, servono invece competenze tecniche e fiuto imprenditoriale (che vuol dire anche assumersi una piccola dose di rischio). Infatti le società più interessanti sul panorama high-tech: Facebook, Groupon, Zynga , Twitter e LinkedIn hanno un valore complessivo di quasi 200 miliardi, ma un numero di dipendenti molto ridotto che non arriva a 20mila in totale.
“Differentiate or die” è il monito conclusivo di Friedman: differenziarsi o morire. Senza essere così catastrofici possiamo dire che lo spirito imprenditoriale se non è totalmente innato, può essere allenato e soprattutto coltivato in network stimolanti che potrebbero divenire utilissimi un giorno: quello dei compagni di corso, per esempio. L’università è ancora un ottimo modo per sviluppare sinergie, idee e progetti, con occhi ben puntati sul mondo produttivo.
L’obiettivo è quello di non disperdere l’esperienza dei laureati ma di favorire la condivisione della stessa permettendo la collaborazione su progetti, eventi e lavoro e moltiplicando le opportunità di crescita, di reciproca utilità e di collaborazione professionale. Ecco perché è nata una community sul web che, dopo la laurea, permetterà ai cosiddetti “alumni” di mantenere i contatti anche dopo aver discusso la tesi. Succede al Politecnico di Milano grazie a cui, all’indirizzo
Gli atenei sono sempre più attenti alla comunicazione e all’informazione: sono ormai sbarcati su tutti i principali social network (da Facebook a Twitter) e stanno creando nuove testate, dai blog a veri e propri magazine e nuovi programmi radio e tv.
Twitter, Facebook, You tube, Second life, le università sbarcano su internet. Da un lato sono sempre più attive in termini di produzione di contenuti sui new media: dal blog del rettore, alla nascita di vere e proprie testate, dalle web tv d’ateneo alle radio (a fine maggio ci sarà la quinta edizione del Festival delle radio universitarie d’ateneo in Calabria). E dall’altro presentissime in rete sui vari social network che offre il world wide web.
Alla Carlo Bo nasce UniurbPost, testata online dell’ateneo che racconta la vita dell’università marchigiana soffermandosi su iniziative e manifestazioni nazionali e internazionali, sulle news riguardanti facoltà, dipartimenti e corsi, sulle decisioni degli organi istituzionali.
Le proteste universitarie fanno il giro del mondo: dai Balcani ai Caraibi. Dopo lo sciopero della fame degli studenti serbi che, accampati con tende e picchetti davanti al Palazzo del Governo, hanno ottenuto 500mila euro di fondi pubblici per lo storico ateneo di Belgrado (78mila studenti iscritti), è la volta di Porto Rico.



