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Medicina, il Giornale scopre i test

Sallusti“Mio figlio bocciato a quei test iniqui di medicina”, che “non servono a stabilire sei i ragazzi hanno attitudine a diventare bravi dottori”. Parola di Alberto Zangrillo, cardiochirurgo del San Raffaele intervistato da Ok  Salute e ripreso ieri dal Giornale.

Zangrillo, ricorda il quotidiano orbato di Feltri e ora sallustiano 100%, è “medico personale di Silvio Berlusconi“. Forse per questo ne raccoglie l’amaro sfogo: “Il mio primogenito non è riuscito a sostenere con esito positivo gli ormai famigerati test di ingresso della facoltà di Medicina”.

Incredibile/1. Non che uno stimato chirurgo (e professore ordinario di Medicina) dica che i test non funzionino: su questo c’è da anni un dibattito ormai stanco ma che citi, come esemplificazione di tale malfunzionamento, la bocciatura del figlio. Che significa? Garantisce lui, da padre, sull’attitudine della progenie? In quanto figlio di chirurgo, Zangrillo jr, è evidentemente più versato per la Medicina?

Incredibile/2 Una testata che ha fatto della parentopoli universitaria un genere giornalistico – memorabili le inchiestissime che accompagnarono il decreto 133  tremontiano – non eccepisca niente, in questo senso, allo sfogo paterno. Per un altro accademico, probabilmente la chiosa sarebbe stata – c’è da scommetterci -  sul barone di Medicina che pretende  il figlio dottore.

Data: 13 gennaio 2011

Brunetta II meglio del primo

ministroBrunettaBrunetta zuzzerellone. Una battuta via l’altra, il ministro s’aggiudica una ribalta non sua, punzecchia Tremonti e lancia una lunghissima campagna elettorale per Venezia.

Sullo sfondo, i giovani. Dopo averli bacchettati domenica scorsa, riesumando l’epiteto bamboccionico di Padoa Schioppa, ora Brunetta propone un assegno per l’autonomia, 500 euro al mese come sostegno a chi lascia la casa paterna. E i soldi? Semplice per Brunetta: li prendiamo dalle pensioni. Cosa che ha fatto gridare leopposizioni allo scandalo della guerra fra poveri.

Lo scandalo vero è procedere per boutade su un terreno di mese in mese più drammatico, con l’ingrossarsi delle schiere dei neolaureati disoccupati.

E se il Brunetta I è davvero irricevibile dai giovani italiani, sul secondo forse una riflessione va fatta. Perché siamo l’Italia delle laute pensioni dei padri (come ha ricordato di recente Boeri) e il vuoto di futuro dei figli, e non solo in senso previdenziale.

L’idea del bonus non è peregrina né del tutto originale: Massimo Livi Bacci, nel suo Avanti giovani alla riscossa, propone una dote statale alla nascita di ogni bambino, da spendere in formazione/autonomia dopo i 20 anni.

Soluzioni che però continuano a dimenticare l’aspetto de lavoro:  se si continua a prospettare a un laureato 2/3 anno di stage non remunerati e poi, dai 30 anni, una infinita gavetta a  1000 euro, non c’è bonus che possa tenere.

E perché nessuno parla più di imprenditoria giovanile? Una no tax area di 3 anni, per le startup di neolaureati potrebbe essere un sostegno intelligente alla creatività e al bisogno di autonomia.

Data: 25 gennaio 2010

Più tasse per tutti

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“(…) Avvertono gli studenti e le loro famiglie che, in assenza di una correzione della linea politica del Governo sul finanziamento alle università, che riduca in modo consistente i tagli al fondo di finanziamento ordinario, sarà necessario per gli Atenei procedere a deliberare sensibili aumenti della contribuzione studentesca”. Firmato Aquis, ovvero gli atenei eccellenti e con i conti in ordine, raggruppati nell’Associazione per la qualità dell’università statali italiane.

Università del calibro di Bologna, Padova, Politecnico di Torino, Tor Vergata, in un documento di commento al ddl di riforma Gelmini, scrivono a chiare lettere che si va verso un aumento delle tasse.

Gli atenei, si legge nel documento, “si impegnano a spiegare con una lettera agli studenti ed alle loro famiglie in modo puntuale e dettagliato le motivazioni di tale scelta, tanto dolorosa e spiacevole quanto inevitabile ed obbligata”.

L’idea che era circolata nel mondo accademico un po’ di mesi fa era che la riforma su governance e reclutamento potesse essere “scambiata” con un rientro dei tagli previsti proprio dal 2010. Si è persino diffusa la notizia che le risorse per far rientrare i tagli fossero state individuate fra l’ingente tesoretto dello scudo fiscale.

Per questo, in generale, la maggioranza dei rettori italiani ha accolto con favore il contenuto della riforma.

Ma, a parte l’assenza di impegni formali da parte del ministro, questa speranza si infrange nelle determinazione di Giulio Tremonti.

L’unica promessa formale l’ha fatta, proprio dalle colonne di CampusPRO, il senatore Valditara (aennino del Pdl), che ha garantito un emendamento alla futura Finanziaria, dell’ordine di circa 500 milioni: quanto basterebbe per aprire le aule e non bloccare le lezioni nel nuovo anno solare.

L’impressione è che la soluzione, se sarà trovata, arriverà in dirittura d’arrivo dell’iter parlamentare.

Intanto, nei rettorati, si preparano le missive per gli studenti e le loro famiglie: si tratterebbe di aumenti davvero consistenti, forse dell’ordine del 100%, come aveva sostenuto, tempo addietro, la Voce.info e come spesso preconizzato dal bocconiano Giavazzi.  Da gennaio le lettere potrebbero arrivare nelle case di chi ha i figli all’università.

Con una problema di ordine politico: un governo nato sullo slogan “meno tasse per tutti” presenterebbe un conto piuttosto salato a 1,6 milioni di famiglie italiane.

Data: 11 novembre 2009

Mistero: Cepu venduta

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Si chiama Dama2 srl ed è una società milanese, fondata nel 2006, con poche migliaia di capitale sociale. Per la Camera di Commercio di Milano è inattiva. Ebbene, nel febbraio scorso, Dama2 s’è mangiata in un solo boccone il 99,86% di Cesd Srl, una società da quasi 6 milioni di capitale, 370 dipendenti e prossima ai 10 milioni di ricavi all’anno.

Cesd significa Cepu e Grandi Scuole, ovvero il gigante dell’assistenza universitaria e della ripetizione.

A rivelarlo è Campus di Novembre,  in edicola mercoledì 4, in un’inchiesta a puntate che cerca di far luce nel complesso intreccio societario del Gruppo fondato, quarant’anni fa, dall’imprenditore umbro Francesco Polidori (qui una sua rara intervista), oggi residente a San Marino.

Campus – che registra anche un imbarazzato “no comment” arrivare dal quartier generale del Gruppo, a San Sepolcro (Arezzo) – svela anche che dietro il nuovo “padrone” di Cepu c’è una società lussemburghese, cosa che infittisce il mistero.

Com’è noto, al gruppo Cepu è collegata anche l’università telematica eCampus, attivata dalla fondazione omonima, a sua volta costituita dallo stesso Polidori.

Data: 31 ottobre 2009

Tremonti, San Marino, Cepu

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La tempesta tributaria, che minaccia di abbattersi sugli italiani residenti a San Marino, potrebbe creare qualche fastidio al patron di Cepu, Francesco Polidori (di cui potete seguire qui una rara intervista).

Come ha annunciato al Meeting di Rimini nei giorni scorsi, il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti vuol vederci più chiaro sui quei 4.080 residenti italiani (che secondo l’Agenzia delle entrate potrebbero essere 6mila). Il sospetto è che le residenze siano fittizie, per il solo scopo di beneficiare del regime fiscale della piccola repubblica.

Della cosa il ministro Tremonti ha parlato con il segretario di Stato alla finanze di San Marino, Gabriele Gatti, in occasione della presenza di entrambi al Meeting di Rimini.

Uno degli italosanmarinesi più noti è appunto il patron di Cepu, Francesco Polidori, classe 1948.

In questi giorni alla ribalta delle cronache per una campagna pubblicitaria a molti zeri in favore dell’ateneo online eCampus, Polidori è infatti nato a Città di Castello (Perugia), ha il centro dei propri affari a San Sepolcro (Arezzo) sede principale del gruppo ma, a quanto risulta a Campus, risiede a Borgo Maggiore, alle pendici del Monte Titano, insieme alla consorte, la signora Marinella.

Mister Cepu non è solo, con lui vivono anche il fratello minore, Maurizio, 55 anni con la moglie, Antonietta. Maurizio è una figura importante in Cepu, presente in molti consigli di amministrazione ma, come negli affari, anche nella vita Francesco, il maggiore, comanda: all’anagrafe è infatti iscritto come capofamiglia dei quattro.

E a San Marino, Polidori non è un residente qualunque, fa parte anche del corpo diplomatico di quel Paese, con il titolo di “console a disposizione”.

Chissà che il presidente del Cepu, come gli altri italiani in quel Paese, non debba subire accertamenti dal fisco italiano. Il Testo unico sui redditi prevede che debba essere considerato contribuente italiano il cittadino che soggiorni almeno 183 giorni nel nostro Paese. Un termine che, in passato, ha messo nei guai Valentino Rossi il quale, pur avendo residenza a Londra, trascorreva gran parte dell’anno nel Bel Paese, e che sta impegnando in questi giorni i legali di Tiziano Ferro.

Polidori, probabilmente, avrà a questo riguardo meno problemi di altri vip. San Marino dista solo 77 chilometri da San Sepolcro è una strada un po’ tortuosa, via Pennabilli e Novafeltria, che Google Maps dà per 1 ora e 26 minuti, ma che può essere coperta quotidianamente.

Data: 31 agosto 2009

Aumentare le tasse? Ok il prezzo è giusto

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Ok il prezzo è giusto. Due economisti de LaVoce.info, il think tank di Tito Boeri e molti altri, hanno individuato di quanto sarebbe opportuno che salissero le tasse universitarie, così come Francesco Giavazzi (un altro del giro) ha sancito dalle colonne del Corriere: del 100%.

I due studiosi, Daniele Checchi (Statale di Milano) e Alberto Rustichini (Università del Minnesota), lo dicono in un articolo pubblicato oggi da La Voce.

Usando calcoli econometrici e prendendo come base i redditi delle famiglie italiane  dell’Indagine Bankitalia 2006, gli studiosi spiegano che le ripercussioni di un simile aumento sui redditi bassi “potrebbero rivelarsi modeste”.

Applicando i calcoli alla tassazione universitaria media – 800 euro – desumono che la maggior tassazione potrebbe ridurre di circa lo 0,11% la probabilità di iscrizione all’università. “Si tratterebbe”, scrivono Rustichini e Checchi, “di meno di 2mila studenti, che potrebbero facilmente essere esonerati dall’incremento delle tasse”.

Insomma, tolte queste famiglie, le altre, anche con bassi redditi, terrebbero botta continuando a inscrivere i figli all’università.

Secondo i due economisti, aumentare le tasse del 100% consentirebbe (al netto degli esonerati) un ricavo di 1,3 miliardi di euro, annullando di fatto l’effetto dei tagli di Tremonti. Ma gli effetti positivi sarebbero anche altri: studenti e famiglie rinuncerebbero all’equazione “basse tasse=bassa qualità dei servizi” che dominerebbe le scelte degli italiani oggi, insieme al feticcio del valore legale del titolo, uguale in qualsiasi ateneo.

“Se gli studenti impareranno a ‘votare con i piedi’ si produrrà quella concorrenza tra atenei che può aprire degli spazi per i più dinamici tra gli stessi”, scrivono.

Gli studiosi quindi concludono che aumentare le tasse si può (e si deve) ma, aggiungono, a due condizioni:

1) costruendo residenze universitarie (che quindi permettano alle famiglie comunque di non scegliere solo l’ateneo sotto casa);

2) erogando borse di studio (non solo in base al reddito ma anche “in base al contesto socio-culturale, per esempio sostenendo i figli dei genitori che non abbiano completato l’obbligo scolastico”) .

Nell’architettura degli economisti-riformisti nessun riferimento alla particolarità del quadro tributario italiano, nel quale vaste fette di popolazione, attraverso meccanismi di elusione e di evasione fiscale, denunciano redditi bassi.

Per assurdo, raddoppiare gli 800 euro di tasse pagati dal figlio di un ristoratore (categoria recentemente assurta alle cronache) potrebbe non avere effetto, mentre portare da 1.300 a 2.600 euro la retta della figlia di due lavoratori dipendenti potrebbe essere decisivo, perché questa abbandoni gli studi.

E sulla stesso sistema dei redditi, si baserebbero poi i sistemi di sostegni ipotizzati dai due. Ne è chiaro poi quando potrebbe incidere questo si sistema (residenze e alloggi) sulle finanze statali: sarebbe stato il caso, forse, fare due calcoli per capire l’incidenza, visto che si sono affrettati a ricavare il gettito complessivo.

Infine due notazioni.

La prima di ordine pratico: mentre gli atenei possono aumentare le tasse da subito – anche se c’è da superare i vincoli del tetto del 20% sul Ffo – il sistema di sostegni richiede leggi statali che, con i tempi parlamentari, arriverebbero chissà quando.

La seconda di ordine politico: essendo la riduzione della pressione fiscale un mantra del Governo Berlusconi, chi dovrebbe spiegare a circa 1,6 milioni di famiglie una tassa che cresce del 100%? E non una tassa sul lusso -  sulla terza casa, sul telefonino, o sul suv – come in passato si è ventilato ma sulo completamento dell’istruzione dei figli, oggi percepito come necessaria.

Dubito che i calcoli dell’econometria s’accordino, alla fine, con la giustizia e con la politica.

Per leggere l’articolo di Rustichini e Checchi, Le nozze coi fichi secchi, clicca qui.

Data: 23 luglio 2009

Atenei, le riforme di Via Solferino

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Non bastava Francesco Giavazzi a dettare la linea della politica universitaria dalle colonne del Corriere – praticamente su tutto, dal reclutamento alla governance fino alla necessità di aumentare le tasse.

Via Solferino ora schiera Pierluigi Panza, caposervizio in cultura, apprezzato autore di numerosi romanzi per Bompiani.

Panza, plurilaureato e dottorato, è comparso ieri nella pagina Idee&opinioni del giornale per proporre la riforma di un settore universitario: il suo.  E’ infatti professore a contratto in Beni culturali e, dopo aver ricordato la sperequazione, di impegno e salariale, con i “colleghi” di ruolo e lanciato una poderosa invettiva – la docenza a contratto come “espressione di un filantropico volontariato, nei casi migliori, parcheggio per portaborse e parenti, nei casi peggiori” – distilla, anche lui, la sua ricetta.

Vale a dire introdurre un “concorso nazionale per titoli che identifichi tutti gli idonei tra i quali le università possano chiamare, sia per contratti che per assunzioni”.  Ciò, secondo Panza, consentirebbe “certezza qualitativa, costringerebbe i docenti di ruolo a lavorare in università e i Cda degli atenei ad assumersi la responsabilità di chi chiamano”.

Oltre allo slancio innovatore, parrebbe che Panza abbia voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Che abbia problemi con qualche esponente del “baronismo” ai cui ricatti, come scrive, sono sottoposti i docenti a contratto?

Già ma proprio qui sta il punto: aldilà delle idee, anche in parte condivisibili, non stride a nessuno – Panza per primo -  il fatto che un giornalista del Corriere usi il suo giornale per un problema che lo riguarda direttamente?

La vicenda ricorda Aldo Grasso (un altro accademico) che, qualche anno fa, tuonava dalle colonne dello stesso quotidiano, contro i bonghisti che, dalle Colonne di San Lorenzo a Milano e sulle quali si affacciavano le sue finestre, gli facevano passare le notti in bianco.

Ma tornando all’ansia (furia?) riformatrice di Via Solferino, qualche pagina prima del commento di Panza, in una galleria di opinioni sulla proposta giavazziana di aumento delle tasse universitarie, le parole più giuste le diceva proprio Tremonti che ricordava: “Scrivere un fondo sul Corriere è più facile che fare una riforma”.

Data: 16 luglio 2009

La crisi? La paghino gli studenti

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Ci risiamo. La mungitura dello studente come panacea di tutti i mali universitari.

Oggi la propina un economista, Francesco Giavazzi, editoralista del Corriere e consigliere un tempo molto ascoltato di Mariastella Gelmini.

Intervenendo oggi sul quotidiano – Prova di verità per gli atenei – Giavazzi ricorda che, dal prossimo anno accademico, graveranno sulle università italiane svariati milioni di euro di tagli ai trasferimenti: 10% nel prossimo anno, 18% in quello successivo.  Con le attuali regole – dice il professore – “per cui anche i bidelli eleggono i rettori”, gli atenei così a corte di risorse “saranno destinati a chiudere”. Con la governance attuale, l’accademia non sarebbe in grado di adeguarsi, rivoluzionando completamente criteri di ripartizione delle risorse e di spesa.

Giavazzi poi elogia parzialmente il ministro per aver bloccato il reclutamento con le vecchie regole, di aver agganciato il 5% dei fondi dell’anno in corso (in chiusura) alla valutazione e per aver abbozzato una riforma della governance.

Idee che, secondo l’autorevole bocconiano, trovano ostacolo nel gattopardismo degli universitari, dei sindacati e nella durezza di Tremonti nel non voler rivedere i tagli previsti.

Ergo, in questa situazione di stallo, aumentiamo le rette degli studenti che, livellate come sono, ultimamente, non sono che un trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi.  Introducendo, contestualmente, “borse di studio di pari valore per i meno abbienti”.

Economista, forse un po’ sofista (molte affermazioni sono piuttosto discutibili), Giavazzi invoca la solita vecchia politichetta: “Agli zoppi? Grucciate”.

La Gelmini non riesce a riformare? I baroni fanno resistenza? I sindacati s’arroccano? Tremonti non sente ragioni? Paghino gli studenti e le loro famiglie.

Data: 24 giugno 2009

Obanomics: miliardi per l’istruzione

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Il più grande investimento statale in educazione dopo la Seconda Guerra mondiale, così il New York Times di oggi definisce gli aiuti al sistema formativo che, salvo sorprese, saranno approvati oggi dal Congresso americano.

Si tratta di 150 miliardi di dollari, più del doppio dell’intero budget federale dell’istruzione, destinati a tutto il sistema: dagli asili alle università.

Un investimento biennale previsto dal Programma Stimulus, messo a punto nelle scorse settimane dallo stesso Congresso, in accordo con il presidente Obama, ancora non in carica.
Un provvedimento antirecessivo di stampo keynesiano, dall’economista inglese che negli anni 30 teorizzò l’intervento dello Stato in economia e che influenzò il presidente Roosvelt.
Con il New Deal, l’inquilino della Casa Bianca avviò una stagione di grandi investimenti pubblici – opere, ponti, attività federali – che dette lavoro a milioni di americani impoveriti dalla crisi (qualcuno ha letto Furore di Steinbeck?), iniettando ricchezza nelle vene esangui dell’economia. Fece, cioè, qualcosa di anticiclico.

Come sta facendo Obama, appunto.

Gli Stati Uniti guardano a università, ricerca e il capitale umane in genere, come ai destinatari di nuovi investimenti antirecessivi:in questo modo, non solo si fa circolare moneta attraverso gli stipendi degli addetti, ma si creerebbe innovazione a beneficio del mondo produttivo e si migliorerebbe la qualità della forza lavoro.

In Italia, per adesso, il governo Berlusconi (soprattutto Tremonti, un po’ meno la Gelmini),  in queste aree ha pensato a tagliare:  riordinando, razionalizzando, premiando gli atenei virtuosi – tutto quel che volete – ma, di fatto, brandendo la scure.

Data: 28 gennaio 2009

I gruppi della protesta su facebook

“Beata ignoranza”Negli anni dei social network, che costituiscono senza dubbio uno dei fenomeni più rilevanti in Rete, la protesta degli studenti universitari, come è già stato evidenziato su questo blog in un precedente post, passa naturalmente anche attraverso questi nuovi strumenti che permettono ai ragazzi di comunicare in tempo reale e che offrono loro sempre maggiori possibilità di aggregazione e organizzazione.

Basta entrare su facebook, il social network di maggior successo che conta ormai qualche milione di utenti in Italia, per rendersi conto della grande quantità di gruppi che i ragazzi stessi hanno creato per discutere della legge 133 e della riforma universitaria. All’interno di questi gli studenti hanno la possibilità di lasciare messaggi pubblici in una bacheca e di inserire interviste, foto e video delle manifestazioni.

(leggi il resto del post…)

Data: 24 novembre 2008

Tremonti-Gelmini, mezzo dietrofront

tremonti_giulio.jpg133 addio. O quasi. Con un decreto d’urgenza, approvato oggi in Consiglio dei ministri, il Governo si rimangia in parte la cura “sangue, sudore e lacrime” messa a punto da Giulio Tremonti.

Grazie alla decisiva mediazione di Gianni Letta e alle pressioni di Alleanza nazionale e Lega, poco propense a vederre rinfocolate le proteste negli atenei, Tremonti ha dato l’ok e Gelmini ha scritto il decreto.

Il blocco del turn over si attenua: una nuova assunzione ogni due pensionamenti (contro il rapporto 1 a 5 precendente) e vincolo di spesa, nella misura del 60%, a favore dei giovani ricercatori.

Rivoluzionati anche gli ingenti tagli (65 milioni) al diritto allo studio. Gli stanziamenti segnano ora un più 135 milioni, con i quali si riuscirà a dare la borsa anche ai 40mila aventi diritto in base ai requisiti, ma oggi esclusi.

Dal 2009, circa 500milioni di Fondo di finanziamento ordinario (su circa 8.000) saranno distribuiti agli atenei con la migliore ricerca, in base alle analisi del Consiglio nazionale per la valutazione universitaria. “Un segnale”, ha chiosato Gelmini.

Immutati i tagli, a partire dal 2010 ma la stessa ministro fa capire che c’è un ampio margine di trattativa.

Contemporaneamente, sui concorsi, bocciata la linea dura che ne chiedeva il blocco: cambiano solo le regole di nomina dei commissari. Anziché essere votati fra i docenti del settore disciplinare, sarano estratti a sorte.

Plaude la Conferenza dei rettori, plaude il neorettore della Sapienza, Luigi Frati mentre da Palermo arriva il grido di dolore (o la minaccia?) degli atenei meridionali, che chiedono condizioni per poter competere con quelli del Centro-Nord. Si parla, esplicitamente, di cartello. Una sorta di contro-Aquis, l’associazione degli atenei eccellenti, che raccoglie una dozzina di università, fra cui Padova, Bologna, Politecnico di Milano, Bicocca.

Forse, la prima vittima di questo scontro fra politica e accademia è proprio la Conferenza dei rettori. Che di fatto pare non esserci più.

Data: 7 novembre 2008

Gelmini, l’inutile intervista

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Stamane la prima pagina del Corrierone ci aveva fatto sobbalzare. Strillava infatti l’intervista al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini: “Lo sciopero è un rito, niente tagli alle università“, concessa al bravo Marco Cremonesi.

In via Solferino ce l’hanno messa tutta con la titolazione ma putroppo l’intervista non contiente niente di nuovo. I soliti fervorini sull’eredità del brutto mondo cattivo lasciato dalle sinistre – con tanti saluti alla lunga stagione morattiana -, i soliti generici appelli al merito.

Di nuovo c’è, forse, la certificazione ministeriale sugli studenti universitari di destra: “Continuano la loro decennale battaglia contro i baroni”, dice Gelmini che evidentemente, oltre a fare il ministro si incarica anche di custodire l’ortodossia pidiellina, visto che giorni fa, intervenendo alla Fondazione Magna Charta del professor Gaetano Quagliarello, aveva esortato i docenti d’area a “tirar fuori gli attributi”.

Sul punto delle risorse per l’università in Finanziaria, la ministro si limita a dire che “per il 2009,  non si prevedono particolari tagli”.

Evidentemente i 133 milioni indicati nel provvedimento (48 sul Ffo, 65 dirittio allo studio e 20 per gli istituti di cultura)  sono bagatalle.

Un’arroganza sconcertante, quella di questo giovane avvocato bresciano. Sta come un soldatino a difendere la manovra che Giulio Tremonti, vero dominus della vicenda,  ha disegnato con la legge 133/08. Ma lo fa con il peggior armamentario propagandistico.

È ormai chiaro che la fatica del riformismo non la vuol fare.

Peccato, perché di riforme l’università italiana ha urgente bisogno.

Data: 27 ottobre 2008
Campus
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