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Università brevi

di Claudia Cervini

gelmini1L’università si accorcia. Non per tutti, ma per quei corsi di laurea che, anche dopo il conseguimento del titolo, hanno un percorso di accesso molto lungo alla professione; in primis Medicina e Giurisprudenza.

Come ha dichiarato a Il Giornale, il ministro Mariastella Gelmini ha  ”aperto un tavolo con il ministro della Salute Ferruccio Fazio, proprio allo scopo di valutare una abbreviazione degli anni di studio della facoltà di Medicina. Ora sono sei anni per la laurea, poi quattro o cinque di specializzazione, poi il dottorato. Non si finisce mai. L’obiettivo sarebbe quello di accorciare almeno di un anno”. Lo stesso vale per Giurisprudenza, dove il primo anno di praticantato potrebbe essere anticipato all’ultimo anno “prima della laurea in modo che dopo il diploma occorra soltanto un anno di pratica”, ha aggiunto il ministro.

In effetti in Europa i nostri studenti sono quelli che studiano più a lungo e non solo durante il percorso universitario, ma anche durante il liceo. La questione vera sarà trovare la modalità giusta per riformare i piani di studio che saranno spalmati su quattro anni anziché cinque e su cinque anni anziché sei (per Medicina).

Il ministro torna anche a parlare di abolizione del valore legale dei titolo di studio, idea che il ministro ha intenzione di trasformare in realtà. Chissà se questi proclami diverranno infine operativi.

Data: 12 luglio 2011

Bruschi: “L’università non è un parcheggio”

di Claudia Cervini

Max Bruschi“L’università non è un parcheggio, per lo più costoso…”, ha affermato Max Bruschi, consigliere del ministro Gelmini, raccontando a Campus la sua idea di istruzione e formazione.

“Bisognerebbe sostanziare il titolo di studio, distinguendo tra chi studia seriamente e chi, diciamo,  sta in università.  Se noi estirpassimo l’anomalia tutta italiana dei fuori corso le università funzionerebbero meglio e ci sarebbero più opportunità di lavoro per i neolaureati.  Naturalmente non mi riferisco agli studenti-lavoratori, ma a chi si iscrive in ateneo quasi per ritardare l’ingresso nel mondo del lavoro. Inoltre il fuori corso è un grosso costo per la comunità“.

Difficile però distinguere tra chi è in ritardo sul piano di studi perché lavora, ha problemi di salute, perché ha difficoltà a superare alcuni esami complessi e chi invece sta sui banchi universitari senza un reale obiettivo. Parole forti, dunque, quelle del consigliere, che tocca un altro nodo del sistema: il mismatch tra la domanda specializzata di lavoro e l’offerta.

“La prepareazione al mondo del lavoro, oggi  più che mai, è fornita dal sistema scuola-fondazioni-università. Manca in toto una formazione professionalizzante; fatto che incrementa la disoccupazione. Stiamo cercando di lavorare in questa direzione”.

Data: 23 maggio 2011

Giovani e banca: la metà non sa gestire le proprie risorse

di Claudia Cervini

soldi_homeI giovani non amano la finanza. Lo dice il rapporto 2010 presentato da PattiChiari che fotografa il livello di cultura finanziaria degli italiani, restituendo una situazione preoccupante per quanto riguarda l’informazione giovanile.

Il 49% degli under 35 non è in grado di effettuare operazioni finanziarie elementari, come calcolare un tasso d’interesse, valutare il costo di un finanziamento per beni di consumo o per beni immobili o calcolare gli effetti dell’incremento del tasso di sconto sui propri risparmi.

La cultura finanziaria nel nostro Paese cresce con l’aumento dell’età, infatti i giovani sono i più inesperti in materia finanziaria, il gap tra gli under e gli over 35 è del 50%.

Questo perché l’interesse e la preoccupazione per queste questioni nasce con la creazione di un conto corrente, con l’aumento del capitale accumulato, potremmo dire attraverso la pratica del learn by doing.

Il titolo di studio sicuramente influisce sulla cultura finanziaria. I laureati sono più informati e consapevoli rispetto a chi ha un titolo di studio inferiore, ma lo sono meno rispetto a chi frequenta un dottorato.

I più informati comunque non sono i giovani che si sono formati in materia sui banchi di scuola, ma chi ha deciso volontariamente e in modo autonomo di frequentare un corso di formazione.

Cosa si può fare per migliorare la cultura finanziaria giovanile? Secondo PattiChiari è indispensabile coinvolgere il sistema scolastico centrale e inserire la materia nei percorsi di studio, operazione che richiede anche una formazione adeguata degli insegnanti. Altra proposta è quella di migliorare i corsi di formazione non universitari per raggiungere le generazioni più giovani.

Le cifre preoccupano soprattutto perché le scelte che condizionano la vita vengono prese prima dei 35 anni, momento in cui i giovani, secondo il rapporto, non sono ancora preparati a gestire le loro finanze.

Data: 2 luglio 2010
Campus
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