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Giovani, l’esercito immobile. E se si muovesse…?

di Maria Teresa Melodia

300px-Personaggi_LEGOI dati parlano chiaro: la disoccupazione giovanile sale al 30% e come conseguenza molti giovani under 30 rimangono a casa con mamma e papà.
Su La Voce.info l’economista Daniela Del Boca e il demografo Alessandro Rosina descrivono i giovani italiani come un esercito immobile, una risorsa scarsa, più sprecata e meno valorizzata che altrove.

I due esperti, paragonando il nostro Paese al resto d’Europa, evidenziano come negli ultimi trent’anni i giovani nord-europei abbiano continuato a lasciare la famiglia presto, aiutati anche da adeguate politiche di promozione e protezione dell’autonomia; nel Sud Europa è invece iniziata una fase di progressivo prolungamento dei tempi di uscita. Ai fattori culturali si sono sovrapposti sempre più quelli economici, facendo consolidare un sistema coerente caratterizzato da bassi tassi di attività e inadeguato sostegno del welfare pubblico.
Tutta colpa della crisi? Non solo. Come scrivono i redattori de La Voce. info, secondo i dati di un’indagine condotta dall’Istat, tra i ventenni e i trentenni che a fine 2003 vivevano con i genitori, solo uno su cinque risultava essere uscito a inizio 2007. Tra chi aveva affermato a inizio periodo che sicuramente nei prossimi tre anni avrebbe conquistato una propria indipendenza, solo il 53%è riuscito effettivamente a farlo.

Altri dati scoraggianti arrivano anche dal recente rapporto Eurostat “Youth in Europe – 2009 Edition”. Se si considerano i tassi di attività nella fascia 25-29 anni, l’anomalia italiana emerge non solo dai livelli – da noi molto più bassi – ma anche dal legame con il titolo di studio. Negli altri paesi, già prima dei 30 anni i laureati si trovano in vantaggio rispetto a chi è meno qualificato. Solo da noi ciò non avviene

Il quadro è quello di un esercito immobile, “non reso attivo da chi guida il paese per creare sviluppo e ricchezza, ma nemmeno mobilitato “dal basso” per proteste e lotte contro gli squilibri generazionali. La conseguenza è un’economia che non cresce e una società che non si rinnova”, concludono Del Boca e Rosina.

E se questo esercito immobile iniziasse a darsi una mossa? Come? Iniziando a pretendere, unito e compatto, condizioni e tipologie contrattuali più eque come quelle previste dal contratto unico a tutele progressive proposto da Tito Boeri.

Data: 4 giugno 2010

Pensioni, i giovani rischiano il 30%

di Maria Teresa Melodia

pensioniC’è urgenza di riforme a detta dei politici italiani. Si parta allora dalla riforma del mercato del lavoro, come suggerisce l’economista Tito Boeri in un articolo pubblicato su La Voce.info. In un’analisi spietata Boeri denuncia che non riformare il mercato del lavoro costa e anche tanto, soprattutto ai giovani che in futuro dovranno fare i conti con il sistema contributivo. E c’è anche bisogno di maggiore informazione , dal momento che la maggioranza non ha coscienza del problema: “l’Inps, suggerisce Boeri, dovrebbe mandare a tutti i contribuenti proiezioni sull’ammontare delle prestazioni che potrebbero ricevere a seconda di quando andranno in pensione e di come andrà l’economia. Servirebbe anche a incoraggiare investimenti in previdenza integrativa e la scelta di lavorare più a lungo”.

“Le mancate riforme del percorso di ingresso nel mercato del lavoro possono costare ai giovani fino al 30% della loro pensione futura”, puntualizza l’economista della Voce, sottolineando un conflitto generazionale sempre più acuto e il preannunciarsi di pensioni più magre per le generazioni che stanno oggi pagando le quiescenze ai pensionati e che andranno in pensione molto più tardi di chi li ha preceduti.

Il succo della proposta di Boeri è questo: “Le condizioni in cui i giovani entrano nel mercato del lavoro vanno riviste”, per una previdenza veramente previdente per tutti.

Data: 18 gennaio 2010

Aumentare le tasse? Ok il prezzo è giusto

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Ok il prezzo è giusto. Due economisti de LaVoce.info, il think tank di Tito Boeri e molti altri, hanno individuato di quanto sarebbe opportuno che salissero le tasse universitarie, così come Francesco Giavazzi (un altro del giro) ha sancito dalle colonne del Corriere: del 100%.

I due studiosi, Daniele Checchi (Statale di Milano) e Alberto Rustichini (Università del Minnesota), lo dicono in un articolo pubblicato oggi da La Voce.

Usando calcoli econometrici e prendendo come base i redditi delle famiglie italiane  dell’Indagine Bankitalia 2006, gli studiosi spiegano che le ripercussioni di un simile aumento sui redditi bassi “potrebbero rivelarsi modeste”.

Applicando i calcoli alla tassazione universitaria media – 800 euro – desumono che la maggior tassazione potrebbe ridurre di circa lo 0,11% la probabilità di iscrizione all’università. “Si tratterebbe”, scrivono Rustichini e Checchi, “di meno di 2mila studenti, che potrebbero facilmente essere esonerati dall’incremento delle tasse”.

Insomma, tolte queste famiglie, le altre, anche con bassi redditi, terrebbero botta continuando a inscrivere i figli all’università.

Secondo i due economisti, aumentare le tasse del 100% consentirebbe (al netto degli esonerati) un ricavo di 1,3 miliardi di euro, annullando di fatto l’effetto dei tagli di Tremonti. Ma gli effetti positivi sarebbero anche altri: studenti e famiglie rinuncerebbero all’equazione “basse tasse=bassa qualità dei servizi” che dominerebbe le scelte degli italiani oggi, insieme al feticcio del valore legale del titolo, uguale in qualsiasi ateneo.

“Se gli studenti impareranno a ‘votare con i piedi’ si produrrà quella concorrenza tra atenei che può aprire degli spazi per i più dinamici tra gli stessi”, scrivono.

Gli studiosi quindi concludono che aumentare le tasse si può (e si deve) ma, aggiungono, a due condizioni:

1) costruendo residenze universitarie (che quindi permettano alle famiglie comunque di non scegliere solo l’ateneo sotto casa);

2) erogando borse di studio (non solo in base al reddito ma anche “in base al contesto socio-culturale, per esempio sostenendo i figli dei genitori che non abbiano completato l’obbligo scolastico”) .

Nell’architettura degli economisti-riformisti nessun riferimento alla particolarità del quadro tributario italiano, nel quale vaste fette di popolazione, attraverso meccanismi di elusione e di evasione fiscale, denunciano redditi bassi.

Per assurdo, raddoppiare gli 800 euro di tasse pagati dal figlio di un ristoratore (categoria recentemente assurta alle cronache) potrebbe non avere effetto, mentre portare da 1.300 a 2.600 euro la retta della figlia di due lavoratori dipendenti potrebbe essere decisivo, perché questa abbandoni gli studi.

E sulla stesso sistema dei redditi, si baserebbero poi i sistemi di sostegni ipotizzati dai due. Ne è chiaro poi quando potrebbe incidere questo si sistema (residenze e alloggi) sulle finanze statali: sarebbe stato il caso, forse, fare due calcoli per capire l’incidenza, visto che si sono affrettati a ricavare il gettito complessivo.

Infine due notazioni.

La prima di ordine pratico: mentre gli atenei possono aumentare le tasse da subito – anche se c’è da superare i vincoli del tetto del 20% sul Ffo – il sistema di sostegni richiede leggi statali che, con i tempi parlamentari, arriverebbero chissà quando.

La seconda di ordine politico: essendo la riduzione della pressione fiscale un mantra del Governo Berlusconi, chi dovrebbe spiegare a circa 1,6 milioni di famiglie una tassa che cresce del 100%? E non una tassa sul lusso -  sulla terza casa, sul telefonino, o sul suv – come in passato si è ventilato ma sulo completamento dell’istruzione dei figli, oggi percepito come necessaria.

Dubito che i calcoli dell’econometria s’accordino, alla fine, con la giustizia e con la politica.

Per leggere l’articolo di Rustichini e Checchi, Le nozze coi fichi secchi, clicca qui.

Data: 23 luglio 2009

Meritocrazia. Basta tagliare gli appelli?

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Un fantasma si aggira per l’università italiana: la meritocrazia. Da quando Roger Abravanel ha scritto, ormai più di un anno fa, un bel libro sul tema (Meritocrazia, Garzanti), la parola ha preso quota, dopo essere passata un po’ in disuso.

Il merito e la meritocrazia sono il mantra di una serie di opinionisti-editorialisti-economisti, molti d’estrazione bocconiana e non solo. Si tratta di Francesco Giavazzi, editorialista di punta del Corriere, del suo collega, Roberto Perotti, libellista di punta, amato e citato da chi, come Gian Antonio Stella fa le pulci all’accademia italiana. Del gruppo fa parte un altro studioso dell’ateneo di Via Sarfatti, Tito Boeri, firma di Repubblica e anima de LaVoce.info. Della partita è, infine, anche un economista della Cattolica, Giacomo Vaciago, commentatore del Sole 24 Ore.

Commentatori autorevoli e influenti, molto ascoltati dalla politica, che spesso, negli ultimi anni, pensa le riforme con le rassegne stampa in mano.

Dunque, meritocrazia. Ovvero governo dei migliori. Qualcuno può ragionevolmente dirsi contrario?

Se non che, talvolta, la lunga marcia verso il merito giustifica operazioni che, a ben vedere, con l’affermazione dei migliori hanno poco a che vedere.

Un esempio? La riduzione degli appelli d’esame. Proprio oggi, Vaciago, sul Sole (Chi paga il prezzo del merito?) la rivendica come uno degli strumenti meritocratici e propugna un solo appello d’esame all’anno per materia, “come avviene in tutti i Paesi normali!” (l’esclamativo è dell’economista).

E che c’azzecca la meritocrazia? Nell’università del 3+2 male applicato – quello della pletora di insegnamenti, degli esemi lievitati e sempre più spesso solo scritti – in “questa” università, la via al merito è la potatura degli appelli? La selezione dei migliori, in queste condizioni, deve diventare una darwiniana scrematura?

In Cattolica, l’ateneo di Vaciago, la riduzione c’è stata già, questa primavera. Non in questi termini, ma c’è stata. Tanto da spingere gli studenti ciellini di Lista aperta ad affiggere un polemico datzebao davanti a Largo Gemelli, con questo titolo: “Non siamo la Bocconi”.

Meritocrazia, certo. Ma anche giustizia. Perché ogni riforma deve vedere il consorso di tutte le parti in causa e non deve sacrificare, ancora una volta, quella più debole, vale a dire gli studenti.

Invece gli studenti sembrano diventati, negli ultimi tempi, i punch-ball di tutti gli innovatori. C’è chi propone l’aumento delle tasse, perché tanto, così come sono, finiscono semplicemente per far pagare poco i figli dei ricchi (Giavazzi). C’è chi vuol cambiare la governance negli atenei, eliminando con cura le rappresentanze studentesche dagli organi collegiali (vari rettori italiani alle prese con i nuovi statuti, come l’uscente bolognese Calzolari).

La meritocrazia è però altro, con buona pace dei riformatori dalle ricette facili facili. E’ una responsabilità comune, non un dazio da far pagare ad alcuni.

Data: 3 luglio 2009

Economisti contro

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Scintille economiche. A Bari, durante la presentazione dell’XI Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazione dei laureati italiani, duro intervento di Gian Franco Viesti, docente presso l’ateneo di casa e attuale presidente dell’Agenzia per l’innovazione tecnologica della Regione Puglia.

Intervenendo nella tavola rotonda a commento dei dati esposti, Viesti ha spiegato come il Rapporto evidenzi le tre emergenze italiane: i giovani, cui è negata la mobilità sociale; le donne, che continunano ad essere discriminate sul lavoro (”un differenziale di salario del 23% a cinque anni dalla laurea, è incivile”, ha detto); il Sud, che fa da incubatore ad entrambi gli squilibri.

Sullo sfondo, ha spiegato Viesti, un investimento decrescente in formazione e un numero di laureati ancora clamorosamente insufficiente.

“Un ritardo drammatico”, ha detto l’economista, “la cui emergenza è rappresentata in modo burlesco e insufficiente anche da alcuni economisti miei colleghi”.

Nella Sala degli Affeschi dell’Università di Bari, in molti hanno pensato a Roberto Perotti, Francesco Giavazzi e Tito Boeri, economisti della Bocconi, che sono peraltro fondatori o collaboratori de LaVoce.info, sito di economisti cui lo stesso Viesti collabora.

Data: 12 marzo 2009

Concorsi: Giavazzi canta vittoria

Francesco Giavazzi

Francesco Giavazzi pensa di aver vinto o forse stravinto. Dopo aver a più riprese dettato la linea ministeriale dalle colonne del Corriere della Sera, con tanto di appello al Partito democratico e alla ministra Garavaglia, l’editorialista bocconiano torna a scrivere su la Voce.info, l’autorevole sito fondato da Tito Boeri.

In un pezzo pubblicato oggi, lo studioso rivendica i pregi del 180, il decreto d’urgenza adottato da Mariastella Gelmini, che sbaracca le carte dei concorsi, già banditi, per 6.000 posti.

Per Giavazzi si è trattato di “un tentativo, strettamente una tantum, di sparigliare giochi già fatti prima ancora che i posti venissero deliberati dalle facoltà e i candidati facessero domanda”.  Secondo il docente, uno dei saggi scelto dalla Gelmini per progettare la nuova agenzia di valutazione della ricerca, ” sarebbe stato meglio, e anche più equo, riaprire i bandi, permettere ad altri candidati di partecipare, eliminare l’ignominia delle doppie idoneità. In un paese in cui l’ultima parola l’hanno i Tar è molto probabile che si sarebbe creato un contenzioso infinito”.

Insomma, si sarebbe optato per il male minore. Anche il consigliori ammette che il meccanismo di sorteggio non è poi questa grande garanzia nella selezione dei migliori. Più importanti, a questo riguardo, ammette Giavazzi, la destinazione del 7% del Fondo di finanziamento universitario alle migliori.

Già, allora perché non consigliare alla Gelmini di rianimare il Civr che, per ammissione di molti se non di tutti, aveva prodotto un sistema di valutazione della ricerca affidabile? O perché non utilizzare l’Anvur mussiana, già pronta ai blocchi di partenza?

Altro ministro, altri consiglieri, altra idea, altro iter.  Il governo si è insediato a maggio, a novembre si annunciano nuove linee guida: quando vedrà la luce il nuovo organismo di valutazione?

Per favore, qualcuno spieghi all’economista Giavazzi (e alla Gelmini che pare ascoltarlo) che anche il tempo è una risorsa scarsa.

Data: 18 novembre 2008

Barone controcorrente

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Su Luigi Frati, neomagnifico alla Sapienza di Roma, sono state rovesciate colonne di piombo dall’asse Stella-Boeri-Perotti e, quel che non è propriamente elegante, alla vigilia delle decisive tornate elettorali.

Dell’ex-preside di Medicina, si ricordavano ossessivamente le parentele: moglie, figlio e figlia, colleghi di facoltà.

Frati aveva vinto ugualmente, e con un consenso forte, malgrado fosse avversato da una campagna mediatica che probabilmente non aveva eguali nella storia dell’università.

Ora, colui che incarna per alcuni la quintessenza della baronia,  stupisce ancora, presentando la squadra di governo.

Fra i cinque prorettori che lo affiancherenno nella gestione del più grande ateneo d’Europa, c’è infatti Bartolomeo Azzaro, ricercatore di Storia dell’architettura. Si occuperà di  sviluppo della attività formative e di ricerca.

Un ricercatore ai massimi livelli di governo di un ateneo è davvero una rarità in un mondo, quello accademico, dove la suddivisione dei ruoli ricorda talvolta le caste indiane.

Gli altri componenti la squadra di Frati saranno Francesco Avallone, docente di Psicologia del lavoro, prorettore vicario con la responsabilità della riforma dello Statuto, della riorganizzazione e semplificazione organizzativa, delle strategie di comunicazione istituzionale, delle politiche per il personale; Antonello Biagini; professore di storia dell’Europa orientale, prorettore per la cooperazione e i rapporti internazionali; Luciano Caglioti, docente di Chimica organica, prorettore per ricerca e sviluppo, trasferimento tecnologico e rapporti con il mondo produttivo; Giuseppina Capaldo, docente di Diritto privato, prorettore per la pianificazione economica e il controllo finanziario.

Data: 8 novembre 2008

La laurea? Rende sempre meno

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Lo sapevamo un po’ tutti ma vederlo certificare da alcuni studiosi deprime ancor di più.

Il rendimento del titolo di laurea, in termini di remunerazione, è in diminuzione progressiva.

Lo spiegano Paolo Naticchioni, Andrea Ricci e Emiliano Rustichelli, ricercatori, in un articolo per laVoce.info, il portale di approfondimento economico e sociale fondato da Tito Boeri.

I tre studiosi hanno analizzato i dati di Banca d’Italia sulla ricchezza delle famiglie.

La ricerca dimostra come i rendimenti dei titoli di studio di livello universitario (e di scuola media superiore) tra il 1993 e il 2004  siano diminuiti in modo “consistente e statisticamente significativo”.

In particolare, si riduce la forbice fra chi ha la laurea e chi ha titoli inferiori.

Il differenziale fra chi è dottore e chi ha la sola licenza elementare, per fare un esempio, “si riduce lungo l’intera distribuzione dei salari, con una diminuzione che varia dal 39 per cento in corrispondenza del decimo percentile al 18 per cento in corrispondenza del novantesimo percentile”.

Discorso analogo, dicono i ricercatori, anche quando si utilizzano informazioni più dettagliate sulla tipologia della laurea conseguita.

“La diminuzione dei rendimenti dell’istruzione è evidente per le lauree umanistiche e professionali”, scrivono, “mentre per le lauree scientifiche i rendimenti, pur riducendosi nel tempo, non manifestano una variazione statisticamente significativa”.

Data: 28 ottobre 2008

L’Università è truccata?

Roberto Perotti Sta alimentando il dibattito, e non poteva essere altrimenti, il libro del bocconiano Roberto Perotti, L’Università truccata, edito da Einaudi.

Perotti, storico censore della malauniversità e della parentopoli, pubbica da tempo un proprio Bollettino concorsi nel quale, dati alla mano, dimostra che regolarmente non vanno in cattedra i migliori.

Al libro ha tirato la volata un altro castigamatti degli atenei, l’editorialista del Corriere, Gian Antonio Stella e un collega e amico dell’autore, oltre che collega bocconiano, Tito Boeri, animatore con Perotti stesso de LaVoce.info, sito di economisti dell’area riformista.

Perotti o la Einaudi, o tutti e due, hanno poi fatto sfoggio di una tempistaica scientifica per l’uscita del libro che è uscito in concomitanza con il rinnovo rettorale de La Sapienza e di Tor Vergata.

Ai vertici dei due atenei sono andati, secondo le previsioni,  altrettanti docenti spesso discussi per la parantela accademica. Il primo, Luigi Frati, ha una consorte, una figlia e un figlio che insegnano nella sua stessa facoltà, quella di Medicina di cui è preside. Il secondo, Renato Lauro, preside anche’egli a Medicina, ha un figlio-collega.

Alla presentazione di Stella e a un editoriale antiFrati di Boeri su Repubblica, hanno fatto seguito una lunga lettera il prorettore uscente dalla Sapienza, Marietti, che accusa Boeri di ingerenza elettorale,  e un documentato intervento del matematico Figà-Talamanca che obietta proprio sull’uso dei numeri (le statistiche) operato dall’economista.

Su laVoce.info, invece, confuso fra i vari commenti, si può trovare anche un intervento del rettore dell’Università di Trento, Davide Bassi, che  dice: “Non basta combattere il familismo. Dobbiamo aggredire le cause della malattia: le università non sono tutte uguali, così come non lo sono i professori. Bisogna abbandonare i concorsi e gli automatismi di carriera, attivare i contratti di tenure track, ridurre l’età di pensionamento dei docenti e limitare a due mandati le cariche elettive. Perotti propone di liberalizzare il sistema e di affidare al mercato (leggi studenti) il compito di selezionare gli atenei”.

Il rettore poi paventa uno scenario sconfortante: “Io ho molti dubbi sulla bontà della sua ricetta iperliberiste. Chi ci garantisce che gli atenei, per attirare più studenti, non dilapidino risorse in attività di grande impatto mediatico e di scarso contenuto scientifico?”.

E altri interrogativi non mancano.

Perché non abolire i concorsi e aprire ad un sistema “a chiamata”, tale da inchiodare gli atenei alle loro responsabilità? Chi mette le capre in cattedra ne pagherebbe le conseguenze in termini di reputazione, di finanziamento (perché abbasserebbero la qualità della didattica) e di immatricolazioni.

Data: 15 ottobre 2008
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