
Nella generazione di Facebook, Twitter e Messenger, a sorpresa, l’ultimo rapporto Istat, riporta che oltre un milione e 700mila giovani italiani tra i 15 e i 29 anni non ha mai utilizzato il pc nell’ultimo anno, o addirittura non lo usa affatto. Non so quanti si aspettassero questa situazione, che all’alba del 2010, in un Paese cosiddetto sviluppato (se non avanzato) come l’Italia, sembra fantascienza.
Ancora una volta è il Sud a far crescere quello che in Europa è quasi un record negativo, insomma, nel Meridione i giovani internauti sono meno della metà rispetto al Nord. Il digital divide però non miete vittime solo nel Meridione; come è evidente le coordinate culturali e sociali giocano un ruolo importante nell’uso del pc. La percentuale di emarginati tecnologici è infatti quadrupla tra i figli di operai rispetto ai figli di manager e professionisti.
La scuola italiana educa all’inclusione digitale? Poco, dice l’Istat a riguardo: tra i 6 e i 17 anni, solo 4 ragazzi su 10 usano il pc tra i banchi.
L’analfabetismo informatico è dunque ancora forte in Italia, nonostante si parli continuamente di generazione digitale. Sicuramente molti ragazzi “vivono” attaccati a cellulari, pc e conoscono tutte le nuove frontiere della comunicazione, ma molti altri, soprattutto tra le fasce socialmente più deboli, non conoscono ancora questo mondo. L’inserimento nel mondo del lavoro sarà dunque difficile per una parte di questi. Prima o poi si dovrà pur fare qualcosa.
Per fortuna che ci sono associazioni come il Biteb (Banco informatico tecnologico e biomedico, www.bancoinformatico.com), una Onlus nata per favorire l’accesso alla tecnologia da parte di realtà educative, sanitarie e assistenziali operanti in Italia e all’estero. Come opera? Attraverso il riutilizzo di computer, apparecchiature biomediche, macchinari e arredi tecnici dismessi, ma funzionanti. Dal 2006 hanno distribuito oltre 10mila apparecchiature a organizzazioni non profit attive in tutti i campi, dall’assistenza ai migranti alla tutela ambientale, dallo sport dilettantistico all’inserimento lavorativo dei disabili e hanno sostenuto strutture sanitarie e assistenziali dei Paesi in via di sviluppo, facilitando loro l’accesso a tecnologie dismesse da ospedali italiani e offrendo supporto nella gestione dei beni, secondo criteri di professionalità ed efficienza.
Data: 1 giugno 2010