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Il NYTimes arruola studenti

Il giornale? Facciamolo fare agli studenti di giornalismo. L’idea è nientepopodimeno che del New York Times. Come rivela il giornalista de La Stampa, Marco Bardazzi, nel suo (bellissimo) blog, il quotidiano della Grande Mela ha deciso di appaltare agli studenti della City University of New York-Cuny la redazione di The Local, il blog-giornale lanciato alcuni mesi fa su alcuni quartieri newyorchesi.

Bardazzi, esperto tra l’altro di giornalismo e new media,  lo giudica un esperimento interessante e da seguire.

La creatività giovanile come antidoto alla sclerlogo_thelocalosi dell’informazione ufficiale o un escamotage per far quadrare i conti?

Potrebbe funzionare anche da noi? La gestione, certo non entusiasmante, di alcuni master in giornalismo dei nostri atenei suggerirebbe qualche prudenza…

Data: 12 gennaio 2010

Dite al Corriere che Grasso è un prof

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Bellissimo reportage fotografico sulla Cattolica di Milano firmato da un trentenne ex allievo dell’ateneo di padre Gemelli, William Willinghton. Si tratta di Italian Students, un anno di scatti in bianco e nero nei chiostri milanesi (ma anche nelle tante sedi distaccate) a cogliere il popolo della Cattolica, ovvero le migliaia di giovani che ne frequentano i corsi.

Foto che saranno esposte in una mostra allestita proprio nel cortile d’onore del rettorato, a Milano, dal prossimo 29 ottobre al 28 febbraio del 2010.

A commentarle un ex-studente di rilievo: Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera.  E proprio il magazine del Corrierone ha dedicato, ieri, un grande servizio (ben nove pagine)  all’iniziativa.

Nel boxino che dettaglia la mostra, le biografie degli autori. Di Grasso si ricorda solo il passato studentesco omettendone, singolarmente, il presente accademico: ordinario di Storia della radio e della televisione presso la stessa Cattolica.

Una svista? O una pruderie del giornale? Essendo, l’autorevole collaboratore, dipendente dell’università di cui si parla, qualche lettore potrebbe eccepire trattarsi di (un minuscolo) conflitto di interessi.

Sicuramente, per Grasso il problema non si pone: alcuni anni fa,  proprio dalle colonne del Magazine, il critico ironizzò pesantemente (e in una maniera che allora apparve pretestuosa) sul titolo di un corso della Iulm, ateneo competitor di Cattolica in alcune discipline dell’area della Comunicazione.

Data: 23 ottobre 2009

Quanto pesa il giudizio degli studenti

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“Rapporto tra il numero di insegnamenti per i quali è stato richiesto il parere degli studenti ed il numero totale di insegnamenti attivi nell’a.a. 2007-08”: in questa breve formula c’è tutto il peso della valutazione studentesca in Italia. Compare nella griglia che riepiloga i criteri di assegnazione del fondo di finanziamento, la quota parte “meritocratica” del sostegno statale che arriva agli atenei italiani.

“Per il calcolo dell’indicatore”, aggiunge l’anonimo estensore, “si rapporta il valore specifico con quello mediano”.

I criteri di attribuzione di questo fondo, resi note a fine luglio, con grande entusiasmo da Mariastella Gelmini, sono tornati di recente alla ribalta, perché un dossier pubblicato recentemente dalla University Press dell’ateneo di Macerata (certamente uno dei penalizzati) li attacca pesantemente. Non solo il rettore di quell’università, il professor Sani, durante la presentazione del documento, è arrivato a paragonare il ministero a Superciuk, personaggio della famosa striscia anni ‘70, Alan Ford che, oltre a rubare ai poveri per dare ai ricchi, aveva il vizio di alzare il gomito.

La quota, che vale com’è noto circa 550 milioni di euro, assegna alle performance delal didattica circa un terzo delle risorse, pari 177,99 milioni.
La valutazione della didattica da parte degli studenti ha un peso di 0,20 che rappresenta un quinto degli altri criteri, ossia numero docenti di ruolo in rapporto agli insegnamenti, rapporto fra i scritti e rendimento degli studenti (calcolato in crediti), rapporto fra monte crediti delle discipline insegnate e crediti ottenuti; percentuale di occupazione a tre anni dalla laurea rapportata alla media della propria area geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole).
La valutazione nella valutazione (che incide quindi solo sul 7% delle risorse complessive) resta quindi sostanzialmente al palo.
Non solo, viene preso in esame semplicemente la quantità del processo, vale a dire gli insegnamenti per i quali si è attivata la procedura, senza soffermarsi minimamente sugli aspetti di comunicazione degli esiti, che pure sono previsti da una norma, il Decreto ministeriale n.544/2007, all’articolo 2.
Francamente da un ministro che, a ogni piè sospinto, afferma di voler riformare in senso meritocratico la nostra università ci si aspettava un po’ più di coraggio. Soprattutto, visto che ci si richiama spesso all’esperienza accademica statunitense come modello, Gelmini poteva coerentemente importare l’esperienza dei temutissimi faculty course quaestionnaires, i moduli di rilevamento della soddisfazione dello studente, in relazione alla qualità dell’insegnamento.

Sul tema della valutazione della didattica da parte degli studenti, Campus riprenderà, anche per quast’anno accademico, la campagna di sensibilizzazione che è approdata anche su Facebook.

Leggi anche Se il Mangnifico dei Magnifici glissa sulla trasparenza.

Data: 23 settembre 2009

Incivili in ateneo

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Uso del cellulare durante la lezione, abbigliamento inappropriato, ascolto dell’iPod, lettura di giornali mentre il prof spiega, perfino le minacce: sono alcuni dei comportamenti più incivili degli studenti universitari inglesi secondo una ricerca condotta da Paula Rivas della Edge Hill University, che ha intervistato 57 docenti del corso di laurea in Infermieristica.

A darne notizia è il Times Higher Education di ieri.

Al top della maleducazione in aula ci sono l’uso del cellulare (94,8%), di poco sopravanzato dalle chiacchiere durante la lezione (97,1%). L’entrata in ritardo raccoglie il 91,4% delle segnalazioni, il messaggiare col telefonino il 90,9; l’essere impreparati il 90,3. Preparare i libri per l’uscita prima del tempo è censurato nel 85,2 dei casi e l’apparire annoiati o apatici raccoglie il fastidio dei docenti nel 82,4 e per cento dei casi.

Seguono, secondo le interviste ai docenti, l’addormentarsi durante le lezioni (63% delle risposte), la lettura dei giornali (40%) , mentre il linguaggio insolente ricorre nel 27 per cento delle testimonianze. Sei docenti su cento parlano di studenti che minacciano altri compagni di corso.

Ma il primo post di commento, sul sito del giornale, rovescia la questione, soprattutto riguardo all’uso del telefono:  “Faccio workshops per alcuni docenti”, spiega Jonhatan Baldwin, “e posso dire che hanno lo stesso comportamento”. E suggerisce un comportamento “incivile” da aggiungere alla lista studentesca: “Uscire per una pausa e non tornare”.

Se anche gli inglesi fanno i maleducati in aula, quali risultati potrebbe dare un’analoga inchiesta in Italia? A Campus di ottobre la risposta.

Data: 18 settembre 2009

Matematica impossibile, manda l’amica

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La storia sembra pescare nei più reconditi cassetti del leggendario accademico e, al contrario, pare sia verissima.

A quanto riferito ieri da Repubblica in cronaca di Milano, una studentessa della Statale sarebbe stata denunciata: dopo una serie di bocciature allo scritto di Matematica, si è fatta sostituire da un’amica secchiona, finendo però smascherata allo scritto dal docente che aveva confrontato la grafia con quella degli elaborati precedenti.

Il fatto riapre una annosa questione: l’insegnamento delle materie scientifiche nelle scuole superiori è davvero disastroso. Sempre più matricole devono sobbarcarsi pre-corsi (quando ci sono) organizzati dalle facoltà o dalle associazioni. Lo scorso anno si è mossa la Conferenza dei presidi di Scienze-ConScienze, promuovendo attività di sostegno in molti atenei.

Molte delle future matricole che, in questi giorni, preparano i test di accesso ai corsi a numero chiuso, sacramentano proprio sulle domande Matematica, Fisica e più in generale di logica.

La storia pone però anche un’altra questione: quella, lasciatemi dire, etica.

Se a vent’anni si sguazza già nella furbizia, che cosa saremo a 50?

Oppure, sgamare un esame tosto è legittimo anche se illegale?

Data: 17 luglio 2009

C’è una hidden law sugli atenei?

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C’è una versione nascosta del del ddl che riforma (tra l’altro) la governance delle università italiane.

A chiederselo è l’Andu-Associazione nazionale docenti universitari, commentando l’intervento di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di ieri.  In effetti l’economista bocconiano scrive: “(…) il ministro Gelmini da mesi ha nel cassetto una riforma ambiziosa e contrastata (ad esempio i rettori si oppongono alla proposta di vedersi sottratta la presidenza del cda degli atenei e non vogliono veder modificato il meccanismo con cui sono eletti)”.

Come rileva l’Andu “nelle varie proposte di Ddl ministeriali (e in quella parallela e convergente del Pd) è  prescritto che sia proprio il rettore a presiedere il consiglio di amministrazione” e non si parla di “un meccanismo elettivo del rettore diverso da quello attuale”. Secondo il sindacato “o Francesco Giavazzi ha un accesso privilegiato al cassetto segreto del ministro Gelmini o egli continua a sparare le sue opinioni senza preoccuparsi di leggere quello su cui scrive”.

Insomma, lettura distratta, intepretazione libera dei desiderata della ministra (o di una certa politica) o c’è (c’è stato) un altro testo?

In un comunicato di ieri che anticipa alcuni punti del Ddl che dovrebbe essere licenziato venerdì da Consiglio dei ministri, la Gelmini non accenna a niente di simile. Si accenna a un tetto per il numero dei membri, “11 per superare assemblerismo e paralisi” e “oragani pletorici e poco responsabilizzati”. Gelmini vede anche dei cda “fortemente responsabilizzati e competenti con il 40%” e promette che sarà “aumentata la rappresentanza studentesca”, elemento che pare in controtendenza con l’orientamento delle università che, in questo periodo, si erano date nuovi statuti o stavano per farlo.

Data: 15 luglio 2009

Meritocrazia. Basta tagliare gli appelli?

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Un fantasma si aggira per l’università italiana: la meritocrazia. Da quando Roger Abravanel ha scritto, ormai più di un anno fa, un bel libro sul tema (Meritocrazia, Garzanti), la parola ha preso quota, dopo essere passata un po’ in disuso.

Il merito e la meritocrazia sono il mantra di una serie di opinionisti-editorialisti-economisti, molti d’estrazione bocconiana e non solo. Si tratta di Francesco Giavazzi, editorialista di punta del Corriere, del suo collega, Roberto Perotti, libellista di punta, amato e citato da chi, come Gian Antonio Stella fa le pulci all’accademia italiana. Del gruppo fa parte un altro studioso dell’ateneo di Via Sarfatti, Tito Boeri, firma di Repubblica e anima de LaVoce.info. Della partita è, infine, anche un economista della Cattolica, Giacomo Vaciago, commentatore del Sole 24 Ore.

Commentatori autorevoli e influenti, molto ascoltati dalla politica, che spesso, negli ultimi anni, pensa le riforme con le rassegne stampa in mano.

Dunque, meritocrazia. Ovvero governo dei migliori. Qualcuno può ragionevolmente dirsi contrario?

Se non che, talvolta, la lunga marcia verso il merito giustifica operazioni che, a ben vedere, con l’affermazione dei migliori hanno poco a che vedere.

Un esempio? La riduzione degli appelli d’esame. Proprio oggi, Vaciago, sul Sole (Chi paga il prezzo del merito?) la rivendica come uno degli strumenti meritocratici e propugna un solo appello d’esame all’anno per materia, “come avviene in tutti i Paesi normali!” (l’esclamativo è dell’economista).

E che c’azzecca la meritocrazia? Nell’università del 3+2 male applicato – quello della pletora di insegnamenti, degli esemi lievitati e sempre più spesso solo scritti – in “questa” università, la via al merito è la potatura degli appelli? La selezione dei migliori, in queste condizioni, deve diventare una darwiniana scrematura?

In Cattolica, l’ateneo di Vaciago, la riduzione c’è stata già, questa primavera. Non in questi termini, ma c’è stata. Tanto da spingere gli studenti ciellini di Lista aperta ad affiggere un polemico datzebao davanti a Largo Gemelli, con questo titolo: “Non siamo la Bocconi”.

Meritocrazia, certo. Ma anche giustizia. Perché ogni riforma deve vedere il consorso di tutte le parti in causa e non deve sacrificare, ancora una volta, quella più debole, vale a dire gli studenti.

Invece gli studenti sembrano diventati, negli ultimi tempi, i punch-ball di tutti gli innovatori. C’è chi propone l’aumento delle tasse, perché tanto, così come sono, finiscono semplicemente per far pagare poco i figli dei ricchi (Giavazzi). C’è chi vuol cambiare la governance negli atenei, eliminando con cura le rappresentanze studentesche dagli organi collegiali (vari rettori italiani alle prese con i nuovi statuti, come l’uscente bolognese Calzolari).

La meritocrazia è però altro, con buona pace dei riformatori dalle ricette facili facili. E’ una responsabilità comune, non un dazio da far pagare ad alcuni.

Data: 3 luglio 2009

La crisi? La paghino gli studenti

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Ci risiamo. La mungitura dello studente come panacea di tutti i mali universitari.

Oggi la propina un economista, Francesco Giavazzi, editoralista del Corriere e consigliere un tempo molto ascoltato di Mariastella Gelmini.

Intervenendo oggi sul quotidiano – Prova di verità per gli atenei – Giavazzi ricorda che, dal prossimo anno accademico, graveranno sulle università italiane svariati milioni di euro di tagli ai trasferimenti: 10% nel prossimo anno, 18% in quello successivo.  Con le attuali regole – dice il professore – “per cui anche i bidelli eleggono i rettori”, gli atenei così a corte di risorse “saranno destinati a chiudere”. Con la governance attuale, l’accademia non sarebbe in grado di adeguarsi, rivoluzionando completamente criteri di ripartizione delle risorse e di spesa.

Giavazzi poi elogia parzialmente il ministro per aver bloccato il reclutamento con le vecchie regole, di aver agganciato il 5% dei fondi dell’anno in corso (in chiusura) alla valutazione e per aver abbozzato una riforma della governance.

Idee che, secondo l’autorevole bocconiano, trovano ostacolo nel gattopardismo degli universitari, dei sindacati e nella durezza di Tremonti nel non voler rivedere i tagli previsti.

Ergo, in questa situazione di stallo, aumentiamo le rette degli studenti che, livellate come sono, ultimamente, non sono che un trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi.  Introducendo, contestualmente, “borse di studio di pari valore per i meno abbienti”.

Economista, forse un po’ sofista (molte affermazioni sono piuttosto discutibili), Giavazzi invoca la solita vecchia politichetta: “Agli zoppi? Grucciate”.

La Gelmini non riesce a riformare? I baroni fanno resistenza? I sindacati s’arroccano? Tremonti non sente ragioni? Paghino gli studenti e le loro famiglie.

Data: 24 giugno 2009

Gran Bratagna: un sms stanga il prof in ritardo

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Si fa presto a dire studenti delatori. La campagna di protesta del sindacato studenti dell’Università Metropolitan di Manchester, denominata Late ovvero ritardo, ha sollevato un vespaio in Gran Bretagna, come riporta Times Higher Education. La Union ha infatti invitato gli universitari a segnalare con un messaggio sms i professori ritardatari alle lezione o, peggio, quelli che l’annullano senza alcun preavviso.

Molti professori hanno gridato allo scandalo: accusando il sindacato di incitare gli studenti a spiare la loro vita accademica.

Dal più importante sindacato dei docenti, l’University and College Union, è arrivata una vera e propria levata di scudi: “Come i sindacati studenteschi sanno”, ha dichiarato un portavoce, “i professori sono raramente in rtitardo eccetto che per buoni motivi. Gli studenti farebbero meglio ad unirsi alla nostra campagna contro la crescita dei costi dell’istruzione universitaria”.

Sul sito di THE, le prime reazioni. Come quella di Ben Murphy, un docente che contesta il suo sindacato: “Spiare”, scrive, “è un verbo non appropriato: lo si usa quando qualcuno si intromette nella vita privata di qualcun altro. E la mia vita privata non deve interessare ai miei studenti. Ma se arrivo tardi alle lezioni, non ci sono ragioni per cui questo fatto debba restare confidenziale”.

Una campagna del genere sarebbe possibile anche in Italia?

Data: 3 maggio 2009

C’è un rapporto tra gusti musicali e intelligenza?

Music that makes you dumb

Virgil Griffith, un dottorando al California Institute of Technology ha messo in correlazione le preferenze musicali degli studenti americani con il loro SAT score, il punteggio standardizzato ottenuto ai test d’ingresso al college. I test variano ma le principali sezioni sono lettura critica, matematica e scrittura.

Lo studio non ha carattere di scientificità ma i risultati fanno sorridere: gli studenti con punteggi maggiori ascoltano Beethoven mentre quelli con i punteggi minori ascoltano il rapper Lil’ Wayne.

I “secchioni” ascoltano anche Sufjah Stevens (che spazia dall’elettronica al folk, con minimalismo), i Counting Crows e gli U2. Gli “svogliati” ascoltano anche la coppia d’oro dell’r'n’b Beyoncé/Jay-Z.

Non ci sarebbe invece un rapporto tra generi e punteggi ottenuti.

Qualcuno si fa avanti per rifare lo studio in Italia?

Data: 6 marzo 2009

La copertina di The Fresher come metafora della vita universitaria

The Fresher, la guida studentesca di The Guardian, è uscita ormai da parecchi mesi. Però la copertina, realizzata dai grafici madrileni dell’agenzia serialcut, merita un’occhiata.

Una pila di stoviglie sporche e una serie di frasi simboleggiano la vita dello studente all’università. Vi riconoscete? ;)

The Fresher 2008

Data: 23 febbraio 2009

Gianfranco Fini contestato alla Sapienza

Gianfranco Fini Ieri pomeriggio il presidente della Camera Gianfranco Fini è stato contestato al rettorato della Sapienza, dove si era recato per la presentazione del Master in istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale.

Una trentina di manifestanti hanno urlato slogan e mostrato cartelli.

Data: 22 gennaio 2009
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