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Under 30: 500mila disoccupati in più

di Claudia Cervini

Disoccupazione-giovanile-in-salitaL’Istat presenta a Montecitorio, per voce del presidente dell’Istituto Enrico Giovannini, il nuovo rapporto annuale e lancia un nuovo allarme disoccupazione. 532mila occupati in meno nel 2009/2010 rispetto al biennio precedente. A fare le spese della crisi sono soprattutto i giovani under 30 tra i quali si registrano 501mila occupati in meno nel biennio citato, mentre tra gli over 50 si è registrato addirittura un incremento occupazionale con 291mila unità in più al lavoro (+ 5 per cento): uno scontro generazionale in piena regola che vede i giovani soccombere. In mezzo ai due estremi ci sono gli over 30 anch’essi vittime della crisi con 322mila unità lavorative in meno.

Anche la scuola fa le spese della crisi, o meglio, le fanno i ragazzi che la abbandonano: saliti al 19 per cento nel 2010 (22 per cento uomini e 15,4 per cento donne). Numeri ben lontani da quelli fissati dal piano per lo sviluppo e l’occupazione dell’Ue che mette una sbarra al 1o per cento. Sono tanti anche i giovani tra i 20  e i 24 anni che hanno abbandonato gli studi senza un diploma si scuola superiore sono il 14,4 per cento, stando alla media europea.

Affrontando gli effetti sociali della crisi appena trascorsa, Giovannini ha commentato: “I giovani e le donne hanno pagato in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte di rientro sul mercato del lavoro, le quali ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità. Una quota”, continua, “sempre più alta di giovani scivola, non solo nel Mezzogiorno, verso l’inattività prolungata, vissuta il più delle volte nella famiglia di origine, e verso bassi livelli di integrazione sociale, soprattutto per quelli appartenenti alle classi sociali meno agiate”.

Di nuovo un allarme giovani, dunque, in particolare un allarme occupazione che potrebbe essere suonato troppo tardi se l’inattività giovanile si dovesse trasformare in una forma di disoccupazione strutturale.

Data: 24 maggio 2011

Bruschi: “L’università non è un parcheggio”

di Claudia Cervini

Max Bruschi“L’università non è un parcheggio, per lo più costoso…”, ha affermato Max Bruschi, consigliere del ministro Gelmini, raccontando a Campus la sua idea di istruzione e formazione.

“Bisognerebbe sostanziare il titolo di studio, distinguendo tra chi studia seriamente e chi, diciamo,  sta in università.  Se noi estirpassimo l’anomalia tutta italiana dei fuori corso le università funzionerebbero meglio e ci sarebbero più opportunità di lavoro per i neolaureati.  Naturalmente non mi riferisco agli studenti-lavoratori, ma a chi si iscrive in ateneo quasi per ritardare l’ingresso nel mondo del lavoro. Inoltre il fuori corso è un grosso costo per la comunità“.

Difficile però distinguere tra chi è in ritardo sul piano di studi perché lavora, ha problemi di salute, perché ha difficoltà a superare alcuni esami complessi e chi invece sta sui banchi universitari senza un reale obiettivo. Parole forti, dunque, quelle del consigliere, che tocca un altro nodo del sistema: il mismatch tra la domanda specializzata di lavoro e l’offerta.

“La prepareazione al mondo del lavoro, oggi  più che mai, è fornita dal sistema scuola-fondazioni-università. Manca in toto una formazione professionalizzante; fatto che incrementa la disoccupazione. Stiamo cercando di lavorare in questa direzione”.

Data: 23 maggio 2011

La protesta parte dal futuro

di cgalleani

protesta6dicPuò suonare strano ma è così. Le proteste di questi giorni contro il ddl Gelmini – che sarà discusso in Senato dopo il 14 dicembre – partirebbero dalla preoccupazione degli studenti per il loro futuro. Secondo un sondaggio svolto da Demos in collaborazione con Coop, il 38% dei giovani intervistati ritiene che il problema principale dell’università italiana sia lo scarso collegamento con il mondo del lavoro. Non solo: la maggioranza degli intervistati (circa il 60%) ritiene che la situazione di scuola e università italiana sia peggiorata negli ultimi dieci anni, e che le misure previste nel decreto legge non faranno altro che peggiorare le cose (lo pensa più o meno il 50% di chi ha espresso la sua opinione). I tagli previsti dal ddl, andando a peggiorare una situazione già critica, sarebbero dunque “la goccia che ha fatto traboccare il vaso“, in un clima di malcontento e di forte incertezza sul domani. I risultati della ricerca di Demos sono visibili sul sito www.demos.it/a00528.php.

Data: 7 dicembre 2010

Meeting di Rimini senza università

MeetingSorpresa: università scomparsa al Meeting di Rimini.

Forse per la prima volta da quando l’evento esiste, vale a dire dal 1980, un tema tanto caro alla gente di Comunione e liberazione, non è nel programma. Non un dibattito, né una presentazioncina, magari defilata, lontana dai clamori dell’Auditorium, in genere appannaggio di ministri e capi di stato. Niente.  Il solo riferimento agli atenei riguarda uno stand commerciale, quello della Illy, in cui è allestita l’Università del caffè (ma la parola “università” non era tutelata dalla legge?)

A scorrere il vasto (e interessantissimo) programma dell’edizione 2010, si trova molto sociale, abbastanza politica (con una forte sottolineatura del lavoro), tanta tantissima cultura, ricca e qualificata attenzione alla Chiesa, ma nessun riferimento alla formazione superiore.
Sebbene non manchino davvero gli universitari. Oltre ad alcuni habitués dell’evento, come i giuristi Lorenza Violini (Unimi), Luca Antonini (Unipd), Andrea Simoncini (Unifi), Marta Cartabia (Unimib); gli scienziati come Marco Bersanelli (Unimi), i filosofi come Carmine Di Martino (Statale Milano); gli storici come Giorgio Feliciani (Cattolica), – senza dimenticare Giancarlo Cesana e Giorgio Vittadini, rispettivamente medico il primo, statistico il secondo, entrambi a Milano Bicocca e di fatto fondatori dell’evento -, quest’anno si possono trovare a Rimini il rettore di Bologna, Ivano Dionigi, e molti altri studiosi di altrettanti atenei, italiani e stranieri.
Eppure nessuna riflessione strutturata sull’università (e peraltro neppure sulla scuola), né è in calendario una visita di Mariastella Gelmini, che proprio al Meeting, due anni orsono, si era presentata all’Italia.
Possibile che gli organizzatori abbiano voluto scansare un tema così caro agli aderenti al movimento di don Luigi Giussani (che nacque nei licei degli anni ‘50 ma che raggiunse la sua massima diffusione negli atenei degli anni ‘70)?

Forse per evitare di far da cassa di risonanza alle polemiche esterne?

O piuttosto per non concedere la tribuna riminese a quanti volessero farne di nuove?

Data: 20 agosto 2010

Italia: un milione e 700mila giovani analfabeti digitali

di Claudia Cervini

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Nella generazione di Facebook, Twitter e Messenger, a sorpresa, l’ultimo rapporto Istat, riporta che oltre un milione e 700mila giovani italiani tra i 15 e i 29 anni non ha mai utilizzato il pc nell’ultimo anno, o addirittura non lo usa affatto. Non so quanti si aspettassero questa situazione, che all’alba del 2010, in un Paese cosiddetto sviluppato (se non avanzato) come l’Italia, sembra fantascienza.

Ancora una volta è il Sud a far crescere quello che in Europa è quasi un record negativo, insomma, nel Meridione i giovani internauti sono meno della metà rispetto al Nord.  Il digital divide però non miete vittime solo nel Meridione; come è evidente le coordinate culturali e sociali giocano un ruolo importante nell’uso del pc. La percentuale di emarginati tecnologici è infatti quadrupla tra i figli di operai rispetto ai figli di manager e professionisti.

La scuola italiana educa all’inclusione digitale? Poco, dice l’Istat a riguardo: tra i 6 e i 17 anni, solo 4 ragazzi su 10 usano il pc tra i banchi.

L’analfabetismo informatico è dunque ancora forte in Italia, nonostante si parli continuamente di generazione digitale. Sicuramente molti ragazzi “vivono” attaccati a cellulari, pc e conoscono tutte le nuove frontiere della comunicazione, ma molti altri, soprattutto tra le fasce socialmente più deboli, non conoscono ancora questo mondo. L’inserimento nel mondo del lavoro sarà dunque difficile per una parte di questi. Prima o poi si dovrà pur fare qualcosa.

Per fortuna che ci sono associazioni come il Biteb (Banco informatico tecnologico e biomedico, www.bancoinformatico.com), una Onlus nata per favorire l’accesso alla tecnologia da parte di realtà educative, sanitarie e assistenziali operanti in Italia e all’estero. Come opera? Attraverso il riutilizzo di computer, apparecchiature bio­mediche, macchinari e arredi tecnici dismessi, ma funzionanti. Dal 2006 hanno distribuito oltre 10mila apparecchiature a  organizzazioni non profit attive in tutti i campi, dall’assistenza ai migranti alla tutela ambientale, dallo sport dilettantistico all’inserimento lavorativo dei disabili e hanno sostenuto strutture sanitarie e assistenziali dei Paesi in via di sviluppo, facilitando loro l’accesso a tecnologie dismesse da ospedali italiani e offrendo supporto nella gestione dei beni, secondo criteri di professionalità ed efficienza.

Data: 1 giugno 2010

Istruzione: qualità vs disciplina

di Maria Teresa Melodia

“Preoccupiamoci della qualità della scuola, è più urgente della disciplina”, ammonisce Roger Abravanel in un’intervista pubblicata da Il Messaggero il 9 marzo. L’ autore di “Meritocrazia, quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro Paese più ricco e più giusto” (Garzanti) interviene nella querelle del cinque in condotta. “Querelle che è emblematica del disinteresse per la scuola pubblica italiana, sia da parte della maggioranza che dell’opposizione”, sottolinea, insistendo: “Dovremmo utilizzare i test per misurare la capacità di comprensione dei nostri ragazzi dal momento che le verifiche Ocse-Pisa hanno dimostrato che la nostra scuola va malissimo, soprattutto al Sud”. Osservazioni centrali anche per l’ Università, dove la qualità dell’insegnamento ha una valenza strategica nell’ottica del futuro lavorativo dei giovani laureati.

Perché allora tante resistenze? “Il rendimento degli alunni permette di misurare la qualità degli insegnanti, ecco perché i sindacati si schierano contro, temono i licenziamenti- spiega Abravanel – però sbagliano, valutare i ragazzi, e quindi i loro insegnanti, può servire a formare meglio i docenti”.
Ora c’è da chiedersi: la Gelmini seguirà i passi della meritocrazia o della severità a tutti i costi?

Data: 11 marzo 2010

Dov’è il futuro dei giovani meridionali?

di Maria Teresa Melodia

StudentiL’articolo di Giovanni Marinetti, pubblicato ieri dal magazine della Fondazione FareFuturo, propone un’interrogativo che, tristemente, si ripete da anni – Ma perché al Sud la politica non pensa ai giovani? Nel meridione c’è il boom dei giovani “NEET”(not in education, employment on training), ovvero circa 500.000 anime, che non studiano, non fanno training professionale, non lavorano. Quale futuro per i giovani meridionali? Secondo Francesco Delzìo, autore del libro La Scossa. Sei proposte shock per la rinascita del Sud, siamo di fronte a una “generazione bruciata, uno spreco inaccettabile di capitale umano e di vite individuali”.E i politici? Indifferenti. Stanno a guardare, fino a quando non arriva la campagna elettorale e parlare di giovani e lavoro porta voti.

Serve, come invoca Marinetti, che la politica inizi a parlare a quei giovani di progetti seri e convincenti. Serve che la politica arrivi prima delle mafie, proprio perché un bacino di ragazzi-zombie è la più grande vittoria delle mafie, è la dimostrazione che lo Stato ha fallito. Per questo, urgono dalla politica risposte concrete, che si chiamano opportunità, per quei ragazzi che decidono di non abbandonare il proprio territorio, per offrire a chi resta l’occasione di un cambiamento, non solo economico.
Proprio sul divario culturale tra nord e sud, sono usciti, recentemente, su La Stampa, i dati della Fondazione Giovanni Agnelli, dai quali emerge un’Italia spaccata in due sul tema dell’istruzione: i giovani meridionali hanno un anno e mezzo di ritardo nella preparazione rispetto a quelli del Nord e sanno quello che sa uno studente immigrato. Oggi è un dato di fatto: nascere al Sud punisce gli studenti. Ed è una vergogna, perchè in una società democratica, il diritto a una buona istruzione è la condizione primaria per la libertà.

Data: 2 marzo 2010

Odio freddo su Israel

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Odifreddi, il Matematico impertinente, fresco prepensionato dell’Università di Torino come ha rivelato Campus, non ne vuol sapere di godersi il suo buen retiro dedicandosi alla sua attività di divulgatore scientifico.

Giorni addietro, ha messo il cappello anche sulla polemica Israel, quella montata contro il docente della Sapienza, reo di aver guidato il tavolo tecnico ministeriale che ha lavorato alla riforma delle Ssis, le scuole di formazione degli insegnanti.  Polemica che, lo ricordiamo, aveva toccato vertici razzistici quando si erano ricordate le origine ebraiche del professore.

Odifreddi, revisionando la sua nutrita bacheca di premi e riconoscimenti, ne ha rinvenuto uno del 2002 e intitolato a Giuseppe Peano. E lo ha rispedito al mittente. Motivo? Era stato attribuito anche a Giorgio Israel, colpevole secondo Odifreddi, di “pensiero fondamentalista”.

Un discendente del Peano ha protestato, ieri, con una lettera al Corriere della Sera.

“Come pronipote di Giuseppe Peano“,  ha scritto Peano jr, “propagatore di idee di tolleranza e creatore di una nuova lingua per la comunicazione internazionale, l’Interlingua, oltre che matematico insigne, non posso che esprimere la mia più completa solidarietà al professor Israel, in totale e assoluto dissenso dalle affermazioni del mio concittadino Odifreddi”.

E matematico è pure Israel anche se, a differenza di Odifreddi, insegna ancora.

Invidia dei numeri primi?

Data: 1 ottobre 2009

Matematica, chiacchiere e amnesie

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Il grande ritorno dei numeri. Stamane il Corriere della Sera celebra il +70% degli iscritti a Matematica, rispetto al 2004-2005 e il piccolo boom delle facoltà scientifiche.

Lo fa dedicando ai primi dati sulle immatricolazioni l’apertura dell’inserto culturale e un richiamo in prima pagina.

Perché dunque gli studenti riscoprono i numeri? Si chiedono a Via Solferino.

Obbligo morale interrogare sul punto l’onnipresente Piergiorgio Odifreddi che, anche da (pre)pensionato dell’università, presidia il fronte culturale e organizza il Festival della Matematica (ma non l’avevano licenziato un anno fa?).

Il matematico impertinente regala al lettore una risposta veramente scientifica su questo ritorno ai numeri:  “La matematica oggi attrae perché risponde a una domanda di verità”, spiega. “Perché nel Medioevo la chiave di interpretazione del mondo era la teologia e oggi la teologia non risponde più a quelle domande”.

Fortunatamente, il Corriere si ricorda che esiste, da qualche anno, un Progetto lauree scientifiche, intervistandone il coordinatore, professor Nicola Vittorio, astrofisico e già preside di Scienze a Tor Vergata.

Vittorio ha raccontano cosa si è fatto, in questi anni, in molte scuole superiori e cioè orientato gli studenti, facendo loro capire che oggi le possibilità occupazionali di un laureato in Matematica (ma anche in Fisica o in Scienze dei materiali) sono maggiori che nel passato, e aggiornato il modo di insegnare dei docenti, privilegiando il laboratorio ecc ecc.

Insomma, non con le chiacchiere (in libertà) ma con il lavoro si producono risultati.

Peccato che il giornale dimentichi di ricordare chi volle e finanziò il Progetto: Letizia Moratti.

Data: 27 agosto 2009

Quanto piace il voto al prof

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Pochi giorni fa, la notizia degli studenti milanesi del liceo Berchet che danno i voti ai loro docenti è apparsa su tutte le prime pagine dei giornali.

Commenti estasiati salvo, forse, la Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera. Qualcuno ha festeggiato l’affermarsi di un “modello Brunetta” anche fra i banchi delle superiori.

Pochi sanno che, in Italia, la valutazione degli studenti è introdotta per legge già da qualche anno, all’università. O meglio, sarebbe, perché come Campus ha già scritto più volte quest’anno (lanciando anche la campagna Dillo alla Gelmini, anche noi valutiamo), quest’obbligo è surrettiziamente disatteso.  Come? L’esito questionari di valutazione, distribuiti a fine corso,  viene occultato dalla maggioranza degli atenei italiani. Si contano sulle dita di due mani, quelli che li comunicano tramite web d’ateneo. L’unica università che aveva iniziato a pubblicizzare i dati, indicando il nominativo dei docenti, era Trieste ma l’aggiornamento dei dati si è misteriosamente bloccato.

Nell’ateneo giuliano, qualche maligno ha anche detto che la caduta del rettore Romeo, tre anni orsono, fosse imputabile proprio a questa iniziativa.

Eppure la parola valutazione è diventato il mantra di ogni commentatore, politico od accademico, dei fatti universitari.

Data: 26 giugno 2009

“Surfing day”: il 27 febbraio torna l’Onda

“Surfing day”Venerdì 27 febbraio gli studenti italiani torneranno in piazza per il Surfing day, giornata di mobilitazione nazionale studentesca.

La protesta riguarda i provvedimenti già contestati in autunno e ora in fase di attuazione sulla scuola e sull’università.

Su facebook è presente l’evento ed è possibile annunciare la propria partecipazione.

A Roma il corteo partirà da Piramide alle 9:30, a Torino da piazza Arbarello alle 9:00, a Genova da piazza Caricamento alle 9:00, a Siena da piazza della Posta alle 9:00, a Brindisi da piazza della Stazione alle 9:30, a Napoli ci sarà una lezione all’aperto a piazza Dante alle 9:00, a Cosenza e a Trieste si svolgeranno dei flash mob. Altre iniziative sono in via di definizione.

Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito dell’Unione degli Studenti.

Data: 20 febbraio 2009

Obanomics: miliardi per l’istruzione

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Il più grande investimento statale in educazione dopo la Seconda Guerra mondiale, così il New York Times di oggi definisce gli aiuti al sistema formativo che, salvo sorprese, saranno approvati oggi dal Congresso americano.

Si tratta di 150 miliardi di dollari, più del doppio dell’intero budget federale dell’istruzione, destinati a tutto il sistema: dagli asili alle università.

Un investimento biennale previsto dal Programma Stimulus, messo a punto nelle scorse settimane dallo stesso Congresso, in accordo con il presidente Obama, ancora non in carica.
Un provvedimento antirecessivo di stampo keynesiano, dall’economista inglese che negli anni 30 teorizzò l’intervento dello Stato in economia e che influenzò il presidente Roosvelt.
Con il New Deal, l’inquilino della Casa Bianca avviò una stagione di grandi investimenti pubblici – opere, ponti, attività federali – che dette lavoro a milioni di americani impoveriti dalla crisi (qualcuno ha letto Furore di Steinbeck?), iniettando ricchezza nelle vene esangui dell’economia. Fece, cioè, qualcosa di anticiclico.

Come sta facendo Obama, appunto.

Gli Stati Uniti guardano a università, ricerca e il capitale umane in genere, come ai destinatari di nuovi investimenti antirecessivi:in questo modo, non solo si fa circolare moneta attraverso gli stipendi degli addetti, ma si creerebbe innovazione a beneficio del mondo produttivo e si migliorerebbe la qualità della forza lavoro.

In Italia, per adesso, il governo Berlusconi (soprattutto Tremonti, un po’ meno la Gelmini),  in queste aree ha pensato a tagliare:  riordinando, razionalizzando, premiando gli atenei virtuosi – tutto quel che volete – ma, di fatto, brandendo la scure.

Data: 28 gennaio 2009
Campus
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