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Quell’odio freddo sugli umanisti

odifreddiPubblichiamo qui l’editoriale che troverete sul nuovo numero di CampusPRO (consultabile a questo indirizzo), a proposito delle varie polemiche sorte sugli e contro gli umanisti e i rispettivi titoli. Polveroni sollevati prima dal ministro Gelmini, che ha evitato di inserire gli studiosi delle scienze umane nell’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema dell’Università e della Ricerca, e poi da Odifreddi,  paladino delle scienze pure, che ha lanciato un post infuocato sul blog di Repubblica cavalcando l’onda di questa esclusione.

Gli umanisti sono giustamente in allarme. Non solo il ministro Gelmini ha reiterato i suoi dubbi sull’utilità o l’efficacia stessa di corsi come Scienze della comunicazione (con toni così polemici da suscitare la levata di scudi di cui diamo conto a pagina 6 e 7 del nostro quindicinale CampusPRO) ma ha evitato di inserire studiosi di queste aree disciplinari fra i commissari dell’Anvur.
Un errore di prospettiva piuttosto grave. Se può essere legittimo, da parte di chi governa, indicare delle priorità formative – lo fece la Moratti con le lauree scientifiche e Prodi con l’area ingegneristica – è davvero miope farlo a detrimento di altre discipline. Oltretutto, questa strisciante polemica verso le materie “inutili” ai processi economici e di sviluppo, questo continuo ironizzare sui titoli ultraspecialistici di questo o quel corso, rivela un pensiero culturale di debolezza sconcertante: non c’è storicamente stagione di sviluppo e di ricchezza che non si accompagni alla ricerca del bello nell’arte e nelle lettere in generale. Da sempre, la crescita dei commerci e delle imprese si accompagna a una fioritura del talento umanistico. Per questo, dire che studiare la filologia romanza o i mistici del 1100 italiano non serva è una bestialità bella buona. O che un matematico valga più di un grecista, una stupidaggine. Solo provocatore come Odifreddi, prepensionato dell’Università di Torino cui non spiace essere presentato come docente attivo nei comunicati stampa che lo riguardano, poteva attizzare la polemica scienze pure contro scienze umane (come abbiamo raccontato nel servizio a p. 13). Come ricorda sempre l’astrofisico Nicola Vittorio, coordinatore del Progetto lauree scientifiche, rifiutando questo schematismo, “la cultura è una sola”. E infatti lui ama l’opera e suona il piano. Odifreddi predilige la grancassa.

Data: 8 febbraio 2011

Una fuga che vale 4 miliardi di euro

di Maria Teresa Melodia

fuga-dei-cervelliCervelli che fuggono all’estero portando via ricchezza. Per la precisione 4 miliardi di euro. Come riporta Repubblica, è questa la cifra, stimata nell’arco di venti anni, che l’Italia ha perso. A tanto ammonta il fatturato ricavato dal deposito di 155 domande di brevetto delle quali l’inventore principale è nella lista dei top 20 italiani all’estero e di altri 301 brevetti ai quali diversi ricercatori italiani emigrati hanno contribuito come membri del team di ricerca. Risultato che arriva dall’indagine condotta dall’Istituto per la Competitività (Icom) e commissionata dalla Fondazione Lilly. La ricerca, presentata al Senato, ha evidenziato come ogni cervello in fuga varrebbe circa 148 milioni di euro e come il 35% dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca abbia da tempo abbandonato l’Italia. Nella Top 20 elaborata dall’associazione Via-Academy, costituita da un gruppo di ricercatori italiani che vivono e lavorano all’estero, si evidenzia come man mano che si arriva in cima alla graduatoria, la Top Italian Scientists, diminuisca il numero dei residenti in Italia e aumenti quello dei residenti all’estero. Insomma, se i cervelli emigrati diventano più produttivi è una questione di condizioni e contesto. Oltre a mancare gli investimenti in denaro, manca una mentalità, una cultura della ricerca. Per maggiori dettagli, si rimanda sito dell’Icom.

Data: 9 dicembre 2010

In Italia i manager sono vecchi

di Maria Teresa Melodia

managerNon è una provocazione: solo l’1% delle imprese, quando si tratta di dare un incarico da dirigente, sceglie un under 35. Il risultato emerge da un’indagine, realizzata con il coordinamento di Gidp, l’associazione di direttori del personale di imprese attive in diversi settori. L’età giusta per una promozione? Tra i 40 e i 45 anni L’area commerciale è quella più “accessibile” per i giovani. Un fenomeno, quello dei dirigenti “Agé”, acuito dalla crisi, e registrato anche dall’indagine di Uniocamere secondo cui, negli ultimi otto anni il peso percentuale degli imprenditori con meno di 30 anni, è diminuito in maniera significativa. Dal 2002 a oggi è passato dall’8,1 al 6,3 %, mentre quello degli ultrasettantenni è lievitato dall’ 8,5 al 9,2 %. Una riduzione che per i giovani imprenditori vale il 23,5 %. Diretta conseguenza è la diminuzione complessiva di imprese individuali (quasi ottantamila) avvenuta in Italia.

Non ci sono giovani abbastanza in gamba in Italia? O è solo, semplicemente un Paese di “anta” che non vogliono fare spazio?
Nel film The Social Network che racconta la nascita del successo di Facebook, frutto di una geniale intuizione di Mark Zuckerberg, classe 1984, la frase che il rettore di Harvard rivolge a due studenti in visita al campus americano è: “Mettetevelo in testa: qui i ragazzi non vengono per trovare lavoro. Vengono per inventarsene uno”. Brillanti idee, inventiva, fantasia. Sono queste le doti buone della gioventù. Se non ci si scommette ora, domani potrebbe essere troppo tardi. A questo punto, tocca ai ragazzi farlo notare a chi di dovere, per prendersi quello che meritano. Ad aspettare e a lamentarsi si perde solo tempo.

Data: 1 dicembre 2010

Test: l’Udu vince il maxi ricorso

di Claudia Cervini

testingresso5Esclusi dalle prove d’ammissione, riammessi dopo il ricorso. È quanto è successo a Firenze, ai numerosi aspiranti medici che non sono rientrati nelle graduatorie della Facoltà di Medicina dell’ateneo fiorentino. Una parte degli studenti che hanno partecipato al maxi ricorso collettivo verrà ora riammessa con riserva.

Lo ha dichiarato a Repubblica Michele Bonetti, legale dell’Udu, Unione degli universitari (intervistato da CampusPRO a proposito delle polemiche sui ricorsi ai test d’ingresso apparse sullo scorso numero).

Prova falsata a causa della presenza delle tavole periodiche degli elementi, che indisturbate erano appese ai muri di due aule, teatro della prova di ammissione. Fatto discriminante, in quanto alcuni quesiti potevano trovare risposta dalla semplice osservazione delle tavole.

I legali dell’Udu si dicono soddisfatti perché, benché la sentenza riguardi soltanto 10 candidati, rappresenterà un precedente per quelle successive. 1 a 0 per il sindacato studentesco.

Data: 21 ottobre 2010

Numero chiuso: precedenza ai lombardi

di Claudia Cervini

testingresso5Considerare la residenza e non il voto di maturità per l’accesso ai corsi a numero chiuso. Questo quello che chiede la Lega con due emendamenti presentati dal Carroccio e approvati dalla settima  commissione regionale Cultura e formazione professionale.

Stabilire quindi una corsia preferenziale per gli studenti lombardi (o residenti in regione da almeno cinque anni) e dedicare il 20% del programma ad argomenti legati al territorio.

“Oggi gli studenti lombardi partono svantaggiati” spiega il consigliere regionale leghista Massimiliano Orsetti a Repubblica “perché nei test di ammissione alle università a numero chiuso si tiene conto anche del voto preso all’esame di maturità, che in alcune regioni del Sud è notoriamente dato con generosità.”

Inoltre la Lega chiede di sostenere in via prioritaria gli studenti lombardi anche in tema di diritto allo studio: residenze universitarie, borse di studio ecc.

Come ricorda il consigliere regionale Pd Fabio Pizzul “potenzialmente saranno penalizzati anche gli studenti novaresi o piacentini, che abitano appena al di là dei confini della regione” e che, con riferimento a certi settori, non trovano alternative nelle loro città. Il rischio come ricorda Pizzul è di escludere studenti meritevoli privandoli della possibilità di frequentare il corso prescelto. Insomma, nuova lesione del diritto allo studio.

Data: 23 settembre 2010

eCampus, Ionesco in cattedra

FormulaCollege

Svelato l’arcano della formula college dell’università eCampus di Novedrate, l’ateneo del fondatore di Cepu, Francesco Polidori.

“Vivi l’università come in un college americano”, strilla la nuova versione della gigantesca campagna pubblicitaria, oggi presente, a pagina intera, su Repubblica, di cui riproduciamo un dettaglio.

“Con la guida di un tutor”, vi si spiega, “segui tutti i giorni le lezioni preparate dai professori (grassetto nostro, ndr). Il programma è formulato in modo da agevolare l’apprendimento delle materie universitarie e prevede anche attività extradisciplinari a completamento della tua formazione”.

Dunque, un’università che per legge è a distanza, cioè un ateneo telematico, propone la frequenza a tempo pieno e una didattica frontale affidata ai tutor che spiegano le lezioni preparate da docenti universitari.
Avremo degli studenti telematici che studiano fisicamente tutto l’anno a Novedrate, scaricando slide dai loro pc su cui si prepareranno seguiti da alcuni tutor (dell’ateneo o che arriveranno in convenzione con Cepu?), per poi farsi esaminare, in presenza, da quei professori di cui hanno studiato gli appunti e i testi adottati.

Eugène Ionesco, buonanima, non sarebbe riuscito a fare meglio.

Data: 6 settembre 2010

Test di ammissione: set da 007

di Claudia Cervini

MI150604INT_0001Vita dura per chi pensava di superare i test d’ammissione navigando col cellulare in internet, munendosi di auricolare (rigorosamente nascosto sotto la folta chioma), o semplicemente copiando dal foglio dell’amico.

Gli atenei infatti non si fanno trovare impreparati, anzi, hanno predisposto un set da 007 per difendersi dal nuovo spaventoso nemico dell’esame di ammissione: la tecnologia. La notizia è di Repubblica di oggi: a Bari metal detector e aule schermate con disturbatori di cellulari, alla Federico ΙΙ di Napoli, divieto di portarsi le penne da casa, a Firenze chi ha i capelli lunghi durante il test dovrà legarli.

Insomma gli studenti potranno contare solo sulle loro forze e si dovranno accontentare di sbagliare con la loro testa.

Data: 1 settembre 2010

Addio posto fisso

di Maria Teresa Melodia

HardStudentLifeCertamente per i giovani precari non è una novità. Un’indagine di Gidp, l’associazione dei responsabili delle risorse umane, pubblicata da Repubblica, lo dice chiaramente: il posto fisso è sempre più una chimera, soprattutto per i neolaureati.

Il contratto a tempo indeterminato è stato soppiantato dalle varie forme di flessibilità e la crisi economica ha fatto il resto…Nel 2010 solo il 6% dei neolaureati assunti dalle aziende ha firmato un contratto a tempo indeterminato, mentre nel 2004 la percentuale era del 20%.

Lo stage è diventato la prima modalità di inserimento. Nell’ultimo anno è stato offerto un contratto a tempo determinato al 30% di coloro che hanno superato brillantemente il tirocinio, mentre solo il 17% ha firmato il tanto atteso contratto a tempo indeterminato al termine dello stage. Per chi viene assunto, la prima paga oscilla tra i 22 mila e i 26 mila euro. La migliore retribuzione si registra nel chimico e farmaceutico.

Ciò che emerge dall’indagine di Gidp è anche la rapidità delle ricerche di lavoro: le aziende impiegano sempre meno tempo a trovare le figure professionali che cercano, fino a sfiorare i 15 giorni. In pratica, in un mercato affollato di persone che cercano lavoro, è sempre più importante farsi trovare e farsi scegliere in tempi rapidi.

Le lauree preferite dalle aziende sono quelle in ingegneria ed economia. Seguono, a distanza, informatica e giurisprudenza, mentre tra i requisiti che fanno la differenza si piazzano la conoscenza delle lingue straniere, la disponibilità alla mobilità territoriale,la motivazione, la rapidità con cui si consegue la laurea, le esperienze all’estero e/o un eventuale Master.

L’area aziendale più dinamica, dove si registra il maggior numero di nuove assunzioni è quella dell’amministrazione, finanza e controllo, segnalata dal 15% dei datori di lavoro che hanno partecipato all’indagine del Gidp. Seguono il commerciale, la progettazione e il marketing.

Infine dallo scenario delineato dalla ricerca emerge poco accompagnamento nel percorso di inserimento per le nuove figure assunte. Se è vero che quasi il 30 per cento lo prevede in azienda da almeno un anno, è altrettanto vero che il 35 per cento non ha alcun percorso di inserimento e che un altro 13 per cento lo ha introdotto da appena un anno. Il che si traduce in una riduzione dell’attenzione alla formazione del personale in virtù dell’attenzione ai costi.

Data: 3 agosto 2010

E voi, pensate di emigrare?

di Maria Teresa Melodia

Secondo l’ultimo rapporto sul mercato del lavoro diffuso dall’Istat l’aumento della disoccupazione in Italia fra i ragazzi fra i 15 e i 24 anni è salito a maggio al 29,2% dal 29,1% di aprile e si tratta del dato più elevato dal 2004.

E se l’Italia sembra non offrire molto ai più giovani, e molte delle cronache recenti riportano gli italiani tra coloro che, più di altri, sono costretti, ma anche pronti, a “fuggire” all’estero, da una recente indagine di Eurobarometro (il servizio della Commissione europea, che misura ed analizza le tendenze dell’opinione pubblica in tutti gli Stati membri e nei paesi candidati) condotta su un campione di 27 mila europei, traspare un risultato inaspettato: i più “mobili” sono i danesi, mentre i meno pronti gli italiani. Infatti solo il 4 per cento degli italiani dice di immaginarsi in un lavoro in un’altra nazione. La percentuale più bassa di tutti e 27 i paesi coinvolti, come riporta anche il quotidiano La Repubblica.it.

Inoltre, nella classifica delle mete ambite per il lavoro l’Italia si piazza all’ottavo posto, superata dalla Spagna che, con la quarta posizione, è il primo paese “latino” tra le mete ideali degli europei. Il top nella testa degli europei è costituito dagli Stati Uniti (preferito dal 21% degli europei intervistati), nonostante il crollo finanziario abbia avuto origine proprio nel cuore tradizionale del capitalismo mondiale; seguono, un poco distanziati, il Regno Unito (scelto dal 16%) e poi l’Australia (15%).

Entra nella top 5 anche la Germania con il 12 per cento, e l’Italia viene preceduta dalla Francia e dal Canada, mentre con il 9 per cento delle preferenze, il nostro Paese supera mete come l’Olanda, la Nuova Zelanda, la Svezia e la Norvegia.

La molla principale per cambiare paese? La possibilità di guadagnare di più (lo dice il 35 per cento) e a guidare chi cerca un impiego fuori dai confini nazionali sono soprattutto i contatti personali, ma molti altri (il 43 per cento) fanno riferimento a Internet e a tutte le informazioni che possono recuperare attraverso la Rete. Circa uno su cinque invece chiede aiuto ai servizi pubblici per l’impiego o cerca da sé, quando riesce, un contatto diretto con un datore di lavoro all’estero.

Data: 19 luglio 2010

Giovane? Chi è costui?

di Maria Teresa Melodia

celli02Se vai a sentire una conferenza dal titolo – Questo non è un paese per i giovani – in un teatro perugino stracolmo di un pubblico in attesa di un dibattito che prenda il volo, per rigor di logica, ti aspetti proposte innovative, o almeno scontri dialettici infuocati. Per di più, se in tale teatro, sul palco come relatori compaiono Pierluigi Celli, direttore generale della Luiss, Giuseppe Civati, esponente del Pd e blogger, Antonio De Napoli, portavoce del Forum nazionale dei giovani, Marcello Foa, cofondatore dell’Osservatorio europeo dei giornalisti, moderati da Giovanna Zucconi, giornalista culturale, dal piglio ironico salvifico.

E invece le cose non vanno come ti aspettavi. La discussione si inceppa, segue i binari delle frasi fatte, dei colpevolismi inutili, delle prese di coscienza, nutrite di retorica, di se e di ma.

Celli si riaggancia alla famosa lettera di Repubblica. Una provocazione nata “perché non si parlava della questione dell’accesso al lavoro per i giovani”, sostiene il manager. “Chi ha e sta non lascia spazio?”, incalza la Zucconi. “Non solo in Italia”, ribatte il dirigente della Luiss, “Il problema è che i vecchi non si occupano dei giovani. Mancano i maestri”. E mentre il 25enne De Napoli afferma: “Il vero nodo è quello della rappresentanza giovanile. Inesistente”, per Civati la vera questione non è vecchi – giovani, ma tra ricchi – poveri, “in Italia è difficile che una persona si tiri su dal basso. Una polarizzazione quella tra giovani e vecchi che in realtà non vuole cambiare nulla”. “Viviamo in una frammentazione di ceti”- precisa il direttore della Luiss – “Chi ha il potere, lo perpetua tra i suoi, per cooptazione, selezionando chi non dà fastidio”.

Come rendere migliore questo paese in una battuta? “ L’Italia sarà migliore solo quando la gente di potere risponderà alla mail”, afferma Foa in una sintesi fulminante. Dal pubblico si solleva un quesito amaro che non trova risposta: ma perché i giovani non si incazzano? E’ forse un malessere troppo grande o ancora troppo piccolo per farci arrabbiare?

In chiusura, Celli, da esperto manager, fa la sua proposta: “ai giovani dovrebbe essere data l’occasione di diventare imprenditori per provare un’esperienza di responsabilità”. Mugugni interiori: ma un Paese può essere fatto solo da giovani imprenditori o è solo un’altra via che riporta sulla strada della famigliocrazia?

Tra dubbi e stupori, il quesito è se i giovani esistano ancora, di certo in questo dibattito, ospitato dal festival internazionale del giornalismo di Perugia, non si è parlato di loro.

Data: 25 aprile 2010

Dagli all’untore! D’ateneo

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Dell’Italia credulona della prima repubblica, quando una notizia l’aveva data il telegiornale era Vangelo.

Oggi è il telegiornale – nella fattispecie il Tg5 – a pendere dalle labbra dei colleghi di Repubblica. E i ministri, quelli titolari e quelli ombra, le corrono dietro. È accaduto il 14 febbraio scorso: il quotidiano che fu di Scalfari dedica tutta pagina 25 alla classifica degli atenei di Times Higher Education.

Ma quel ranking è di ottobre 2008 e, all’epoca, corsero fiumi di inchiostro, perché Bologna era scivolata al 192mo posto. Silvano Intravia, invece, va diritto come un fuso e intervista persino il rettore di Bologna. Lucrezia Agnes, del Tg5, legge Repubblica e confeziona, per il notiziario delle 13, un sapido servizio sui disastri dell’università italiana. L’agenzia Ansa, che guarda il Tg5, poco dopo le 14, rilancia la notizia.

Il ministro Mariastella Gelmini, il cui staff segue l’Ansa, rilascia alla medesima una dichiarazione dolente sull’ennesima débacle e si precipita a spiegare che le cose cambieranno. Maripia Garavaglia, sua alterego in quota Pd, detta, di nuovo all’Ansa, una dichiarazione risentita contro la collega. Ormai il tiro all’ateneo è quasi una disciplina olimpica. Poveri (tutti) noi.

Data: 7 marzo 2009

L’incredibile Calderoli

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Dovremo ringraziare lui, l’inventore della “maialata”, la riforma elettorale poi ribattezzata “porcellum”, se si apre un dialogo sull’università?

Roberto Calderoli, uno dei volti più discussi della Lega, ha rilasciato ieri a Repubblica un’intervista da incorniciare: l’università deve essere un tema bipartisan per la politica italiana, dice in sostanza. E, salutando la mutazione da decreto a disegno di legge della prossima, ennesima, riforma, invita ad aprire il dialogo con Veltroni e il Pd.

In questo bailamme, dalle valli della Bergamasca, patria del ministro della semplificazione, arriva una nota di ragionevolezza che, nella vicina Brescia, terra natia di Mariastella Gelmini, pareva essersi perduta.

Data: 4 novembre 2008
Campus
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