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“Meglio precari, ma realizzati”

di Claudia Cervini

studenti_universitari500 giovani si sono espressi sulle loro condizioni di lavoro e sulle relative ambizioni. Ciò che è emerso? Il 60 per cento ha dichiarato di preferire svolgere il lavoro dei sogni pur con contratto di lavoro precario piuttosto che svolgere un lavoro sicuro, ma lontano dalle aspirazioni. Lo spaccato emerge dal sondaggio realizzato da Rena (Rete per l’eccellenza nazionale), associazione di giovani prevalentemente tra i 25 e i 37 anni nata per confrontarsi sui problemi del lavoro, dello sviluppo del territorio e per la valorizzazione dei talenti, che ha interpellato un campione di 500 giovani provenienti da tutta Italia di età compresa tra i 25 e i 35 anni.

Infatti il contratto a tempo indeterminato è ritenuto fondamentale per migliorare la propria posizione professionale appena dal 40% degli intervistati, mentre  il 35% rimarrebbe soddisfatto con un contratto atipico (a progetto, a tempo determinato, ad esempio), ma con una retribuzione maggiore. Solo il 26% degli intervistati, comunque, ha già un contratto a tempo indeterminato: il 37% lavora con un contratto a termine, e il 12% è libero professionista, mentre il 10% è in stage (di cui quasi il 4% non retribuito).

Data: 12 luglio 2011

I 700mila: quell’esercito di finti Neet

di Claudia Cervini

internship-1Sono tutti dati negativi i numeri in parte elaborati, in parte ricordati ieri dal Corriere della Sera, che punta ancora una volta i riflettori sulla questione giovanile parlando di “Paese gambero” e di “società che si ripiega su se stessa”.

500mila stagisti e 200mila praticanti. Almeno queste sono le cifre che si conoscono perché ci sono tanti stagisti che addirittura, senza neanche un contratto di stage né l’assicurazione (e naturalmente senza busta paga) fanno esperienze di tirocinio in nero.

Ecco perché ha ricordato Eleonora Voltolina, autrice del libro La Repubblica degli stagisti che oggi è anche un sito internet: “Gli inattivi risultano così numerosi nel nostro Paese; perché ci sono circa 700mila giovani tra stagisti e praticanti che nelle statistiche non si sa nemmeno dove piazzare“.

Dunque è forviante parlare di una fascia consistente di Neet tra i giovani italiani: non sono sconsolati (almeno non tutti), non di certo svogliati, ma spesso impegnati in forme di lavoro che la nostra società e le nostre statistiche nemmeno concepiscono. C’è davvero qualcosa che non va… Soprattutto se si continua a scorrere la lista dei numeri del precariato: il 41,4 per cento degli under 35 vive coi genitori a fronte del 10 per cento che restava nella casa paterna negli anni Settanta e dulcis in fundo il 40 per cento di chi esce di casa perché ha trovato un lavoro, non ce la fa e torna dai genitori. E potremmo continuare con la lista dei numeri sconcertanti. Sarà, ma tutti ne parlano e forse a nessuno conviene cambiare veramente lo status quo.

Data: 22 giugno 2011

“E se domani”… Giovani precari crescono

di Claudia Cervini

studenti1La fotografia arcigna scattata dall’Istat qualche giorno fa (di cui abbiamo dato notizia qui) sulla disoccupazione giovanile, la manifestazione di protesta spagnola degli “Indignados” – giovani che chiedono un futuro “digno” – le parole di Papa Benedetto XVI: “il lavoro intermittente compromette il futuro dei giovani”, pronunciate ieri in Santa Maria Maggiore in occasione del rosario per il 150ario dell’Italia, puntano, finalmente, tanti riflettori sulla questione giovanile nel Belpaese.

Tanto che ieri in prima serata su Rai 2, ad Anno Zero – nonostante il sommario forviante della trasimissione E se domani… Cosa accadrà dopo i ballottaggi – si è parlato (quasi esclusivamente) di occupazione, precariato, flessibilità, sfruttamento, insomma, di questione giovanile. Una fotografia dell’Italia difficilmente contestabile, realizzata anche attraverso collegamenti con le piazze zeppe di giovani precari in protesta, da piazzale Aldo Moro a Roma (sede del Cnr) a Puerta del Sol a Madrid, dove la fiumana radunatasi anche nelle piazze limitrofe parla, per voce di alcuni manifestanti, di “crisi ideologica e non economica del Paese”.

In studio c’è chi parla di “precarietà che rimbalza dal mercato del lavoro al mercato della vita“, come fa Nichi Vendola, chi parla, come fa invece Bruno Tabacci di “rottura dell’ascensore sociale” aggiungendo che “senza crescita si rompe il futuro” e chi come Maurizio Lupi riconosce questa “innegabile” parte consistente dell’Italia, affermandoche però non è l’unica. Lupi afferma inoltre che a fronte della drammaticità dei dati Istat ci sono posti di lavoro inevasi: “le imprese di Confartigianato chiedono manodopera che non arriva; in Italia esiste un problema educativo prima che occupazionale, una mentalità che spinge a rifiutare lavori manuali, considerati umili e quindi rifiutati. La legge non stabilisce il lavoro a tempo indeterminato“, continua Lupi, “è l’incontro tra domanda e offerta, tra imprenditori e lavoratori che determina il lavoro e il contratto”, che però andrebbe tutelato dalla legge, come aggiunge Michele Santoro: “ci sono tanti comparti del sistema economico-sociale del nostro Paese che senza questi precari non funzionerebbero (20mila precari tra i vigili del fuoco, tanto per fare un esempio) e quindi bisogna anche chiamere le cose con il loro nome: sfruttamento“.

In piazzale Aldo Moro infatti ci sono anche medici, vigili del fuoco e non solo quel pezzo d’Italia che viene abitualmente riconosciuta in situazione di precariato, per esempio quella dell’università e della ricerca.

Insomma una fotografia che spazia da Napoli e Genova, con Fincantieri che chiude due stabilimenti, a Roma con Teleperformance, colosso dei call-center che licenzierà nella sede di Fiumicino 300 persone e 1.400 operatori in tutta Italia assunti quattro anni fa a tempo indeterminato, offrendo alle nuove leve un contratto a progetto a tre euro l’ora. Insomma, tra questi non ci sono soltanto giovani, ma ci sono anche loro. E soprattutto sono loro in piazza a Roma, a Puerta del Sol e in altre piazze italiane e mediterranee. Nel bene o nel male, finalmente ora si parla di emergenza giovanile. Se ne è parlato a Siracusa all’Assise nazionale giovani e futuro, organizzato dall’organizzazione non profit Junior Achievement, se ne parla ora in prima serata tv. Forse un primo passo…

Data: 27 maggio 2011

Tiraboschi su precari e lavoro

di Claudia Cervini

tiraboschi--400x300I giovani viaggiatori della speranza li ha chiamati Gad Lerner nell’ultima puntata de L’Infedele (11 aprile) riferendosi sia ai tunisini che sbarcano in questi giorni sulle nostre coste sia ai precari italiani che si barcamenano tra stage (con rimborsi spese che permettono poco più di un gelato al giorno), contratti che definirli atipici è un complimento e varie forme di collaborazione quaquaraqua.

Non condivide la metafora del conduttore di La7 Michele Tiraboschi, ordinario di Diritto del Lavoro all’Unimore e consulente per il welfare del ministro Sacconi che, durante la puntata, afferma: “Se offri ai nostri laureati un lavoro a 50 minuti da casa lo rifiutano“, e aggiunge che bisogna approfondire il tema del mercato del lavoro guardando alle competenze che i giovani possono offrire alle aziende. “Quei ragazzi che lavorano nei call center e alle casse (dei supermercati ndr) che lauree hanno fatto? Lauree che, già dieci anni fa sapevamo, che non portano a un’occupazione“…

L’ultima riflessione del giuslavorista in proposito riguarda la distinzione tra il settore pubblico e quello privato. “Quale imprenditore vero non stabilizza un giovane che vale?” Secondo il professore tutti i veri imprenditori stabilizzano e pagano i giovani capaci perché ne hanno tutto l’interesse. Ma una domanda sorge alla scrittrice Michela Murgia (anche lei ospite in studio): “Quale imprenditore se può pagare meno contributi e meno stipendio a una persona per svolgere lo stesso lavoro non lo fa?”

Data: 13 aprile 2011

Lavoro under 30: tra Neet e poorly integrated

di Claudia Cervini

internship-1 Off to a good start? Jobs for youth è l’ultimo rapporto Ocse che riporta i riflettori, in realtà mai spenti, sul problema della disoccupazione giovanile che a dicembre in Italia ha raggiunto il 29 per cento, contro la media europea del 20 per cento. Lo studio, ripreso e ampiamente commentato da lavoce.it,  mostra soprattutto come l’incidenza dei disoccupati under 30 di lungo periodo sia maggiore rispetto a quella dei Paesi dell’Unione europea.

Bisogna distinguere però i giovani in difficoltà in due categorie: da un lato ci sono i Neet (neither in employment nor in education and training) percentuale tra le più alte nei Paesi sviluppati (solo la spagna ci ha superato nel secondo trimestre 2010) e dall’altra i cosiddetti poorly integrated, diplomati e laureati che si barcamenano tra contratti di lavoro autonomo con partita iva svantaggiosissimi (l’Italia ha il tasso più alto di giovani lavoratori autonomi), diversificati contratti a progetto (che non superano i sei mesi), stage sotto o zero pagati e periodi di inattività.

Questa situazione occupazionale può essere combattuta soltanto con una riforma del mercato del lavoro e della formazione come sottolineano sia il rapporto Ocse che l’Annual Growth Survey della Commissione europea e uno strumento efficace potrebbe essere lo stage, naturalmente riformato e impiegato correttamente sia dagli attori del mondo del lavoro pubblico che nel settore privato.

Come sottolinea anche lavoce.it, non si tratta di una provocazione, ma dalla presa di coscienza che in alcuni Paesi, come Francia, Belgio e Inghilterra, dove il tirocinio è regolamentato, retribuito e con una durata assolutamente limitata esso rappresenta un efficace anello di congiunzione tra scuola e lavoro. In Belgio il servizio per l’impiego ha creato un database di offerte di stage (remunerate) e lavori per studenti e il governo riduce le tasse di 400 euro a trimestre per le imprese che forniscono un tutor allo stagista, in modo che l’esperienza sia realmente formativa. In Francia i tirocini che superano i due mesi di durata devono essere retribuiti per almeno 400 euro mensili. In Inghilterra tagliano la testa al toro e prevedono gli stage solo all’interno di un percorso formativo.

Da noi invece quasi si vive di stage tra gli under 30: il rapporto Excelsior-Unioncamere della scorsa estate registrava 321.850 tirocini nel settore privato nel 2009. La convinzione è che gli stage stiano erodendo posti di lavoro e sostituendo forme contrattuali assai più corpose e stabili, anche se statisticamente è ancora presto per dirlo.

L’Italia purtroppo è in buona compagnia, ci sono Paesi come la Grecia, la Spagna, Portogallo e in parte – bisogna riconoscerlo – anche la Francia che hanno un mercato del lavoro segmentato come il nostro e assolutamente diviso tra categorie iper protette e contratti vantaggiosi e lavoratori precari a vita.

Data: 16 febbraio 2011

I precari si mettono in mostra

di Maria Teresa Melodia

L'ideatrice del progetto - ChiaraRitratti di Precari è il nome di un progetto fotografico di Chiara Schiaratura, laureata ventinovenne, di Pesaro, fotografa freelance ed educatrice in lotta con stage e contratti atipici. Ritratti di precari è anche una mostra che il 10 Dicembre, alle ore 17, verrà inaugurata allo scalone Vanvitelliano di Pesaro, dove rimarrà aperta fino al 24 dicembre, dal martedì alla domenica, dalle 18 alle 20. L’esposizione è l’evoluzione del lavoro che Chiara ha iniziato su questo sito web con una photogallery di ritratti di laureati, giovani e meno giovani, in balia del mercato del lavoro. La caratteristica delle foto è un timbro con una data di scadenza stampata sul corpo nudo del soggetto ritratto, proprio a significare l’incertezza del futuro, a causa di condizioni contrattuali instabili.
Chi è grafico, chi archeologo, chi insegnante, chi educatrice, chi ricercatrice, chi psicologa. Minimo comune denominatore: l’esser precario.

“Essere precari non è solo una condizione lavorativa, ma un modo di vivere. Essere precari significa non poter fare progetti, non poter stare tranquilli, non avere diritti…o per lo meno, rinunciarvi, per mantenere il proprio impiego. Non potersi comprare una casa, una macchina, essere alla continua ricerca del lavoro “dopo”. Non avere pensione. Studiare anni e anni e scoprire che quelle lauree non servono a nulla o poco più. Essere disillusi. Rassegnati. Chiudersi. Perdere piano piano la nostra dignità. La nostra Individualità”. E’ questo il testo con cui l’ideatrice del progetto presenta la mostra, sottolineando: “Non parlarne, non cambierà le cose. Alzando la testa e raccontandoci, forse, sì!”

Data: 3 dicembre 2010

Italia, Paese di serie C

di Maria Teresa Melodia

calcioC: avete letto bene. Alessandro Rosina, docente di Demografia e autore insieme a Elisabetta Ambrosi del saggio Non è un paese per giovani (Marsilio), dal sito La Repubblica degli Stagisti, definisce l’Italia un Paese di serie C, quando si guarda al Meridione, di serie B nel caso del Nord. La serie A? Di certo è fuori dai confini nazionali, dove ci sono invece le opportunità che mancano in un Paese per giovani che deve ancora arrivare, che si aspetta, benchè le potenziali ci siano. Un Paese nel quale il flusso migratorio Sud–Nord si acuisce: “Secondo i dati Istat, tra i laureati meridionali che a tre anni dal conseguimento del titolo hanno un lavoro, il 40% si trova al Nord. Di questi, circa quattro su dieci hanno ottenuto una votazione di 110 su 110”, sottolinea Rosina. E così, chi è in C (il Sud) vuole passare in B (il Nord), chi è in B, in gamba e di talento, vuole andare in A, e allora? Succede che parte, per approdare nel mercato internazionale e aggiungersi ai cervelli in fuga, come ha ricordato di recente Irene Tinagli.

E succede che i talenti arrivati in serie A non vogliano più retrocedere. Davanti a loro “maggiori guadagni, ma anche la maggior disponibilità di risorse e finanziamenti per svolgere al meglio il proprio lavoro, oltre che il maggior riconoscimento delle capacità dei singoli e un progresso di carriera più trasparente e meritocratico”, prosegue Rosina.

Ma possibile che le capacità non vengano valorizzate, che, per usare un termine calcistico, la campagna acquisti migliore la facciano gli altri? “Maggior investimento in ricerca e sviluppo; un welfare che promuova i comportamenti virtuosi dei singoli; un mondo del lavoro meno ingessato ed inefficiente; un sistema culturalmente più aperto all’innovazione e alla formazione del capitale umano”, è la risposta del docente. In sintesi: attenzione alla qualità del capitale umano e alla sua valorizzazione per una maggiore competitività.

E chi di dovere se ne rende conto? L’ultimo “fuggito” lo racconta La Provincia Di Varese: Pietro Ceccuzzi, 32 anni, laureato, specializzato, ricercatore dell’università dell’ Insubria di Varese. Ha detto basta: piuttosto che la fame da biologo, meglio andare nella vicina Svizzera a lavorare come maestro in una scuola media per 3.000 franchi.

Data: 7 settembre 2010

Allarme dall’Unione Universitari

di Maria Teresa Melodia

Job WantedDopo il rapporto Istat sull’alta percentuale di under 25 senza impiego, Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell’Udu, l’Unione degli universitari, parla di “deriva del futuro per il nostro paese”, aggiungendo che “allo stesso tempo diminuiscono le immatricolazioni all’università degli studenti che provengono dalle fasce della popolazione economicamente più svantaggiate”.

Il rappresentante degli studenti ritiene che sia sempre più chiaro un dato: l’Italia sta “tornando verso una separazione di classi sociali creata ad arte dal governo che continua la sua opera di smantellamento dello stato sociale, agendo sul diritto al lavoro e sul diritto allo studio”.

La domanda è “a quale futuro è interessato il governo italiano?

Data: 2 settembre 2010

Neolaureati & disoccupati

unpaid_internships_jobs-279x300A spasso un giovane su quattro. Lo dice l’Istat: a luglio, fra gli italiani fra i 15 e i 24 anni, era senza lavoro il 26,8%. Esulta il ministro del Welfare, Sacconi, che ricorda come la percentuale sia migliorata dello 0,6% e che i dati europei siano ben più preoccupanti.

Per le migliaia di giovani che il prossimo anno conseguiranno l’agognata laurea, uno scenario preoccupante, anche perché si innesta in un trend – del tutto antecedente alla crisi – in cui le prospettive lavorative si dibattevano già intorno alle varie forme di lavoro precario.

Gli stessi giovani che, quando aprono il giornale, leggono di un accanito dibattito politico spesso incentrato sul nulla di turno: alcove passate-presenti e future, quartierini monegaschi, crisi di coscienza editoriali. Finché dura…

Data: 31 agosto 2010

Una commedia che vede lontano?

Trentenni precari che si fanno rapitori. E’ il plot de La banda del brasiliano, un lungometraggio, firmato dal collettivo John Snellinberg di Prato e in vendita in dvd dall’8 giugno per la CG Home Video.
Realizzato a bassissimo costo in Toscana con Carlo Monni, storica spalla di Benigni, unico attore protagonista, La banda del brasiliano racconta di tre giovani balordi che si improvvisano sequestratori di persona, arrabbiati contro una generazione, quella dei 50enni, di cui dicono: “Ci ha dato i mezzi ma ci ha tolto gli scopi”.
“La colpa è della generazione dei nostri padri”, ha detto il regista, Patrizio Gioffredi, a MonniCorriere.it.  Una generazione “che ha contribuito a lasciarci in eredità un’Italia dove i diritti dei lavoratori si sono affievoliti, il bagaglio culturale è disperso e il potere è concentrato nelle mani di pochi”.
Lo scontro sociale prossimo venturo?

La Banda del Brasiliano

Data: 7 giugno 2010

Cepu: tutor arrabbiati su Lo Spacco

Si chiama Lo Spacco e si presenta come “foglio di info/utility a poliuscita rete & carta sulle condizioni di lavoro precario&sfruttato nel gruppo Cesd”.

Sei pagine formato A4 spillate, con un’icona nera su cui si stagliano, seduti di spalle come la pubblicità della Robe di Kappa, un angelo e un diavoletto.

Lo Spacco, arrivato per posta, in busta anonima, anche alla redazione di Campus, è di fatto una rassegna stampa cartacea e online di articoli (fra cui anche la nostra inchiesta), post di blog (fra cui questo) e di forum.

Il leitmotiv della pubblicazione sembrerebbero essere le dure condizioni dei tutor Cepu e spesso si polemizza con i vari gradi di responsabilità del gruppo: governatori, responsabili e referenti.

Non manca neppure una vignetta, sullo stile di B.C. (Before Christ) la striscia che appare su Linus, in cui due cavernicoli spacco(un gestore didattico e un tutor leader) dialogano sulle economie da farsi. “Oggi che fai?”, chiede il primo al secondo. “Risparmio sui tutor”, risponde l’altro. “Non lo stavi, facendo anche ieri?”, fa l’altro di rimando e il primo conclude: “Non avevo finito”.

La poesia Tutor da San Precario (Arezzo) – chiaro riferimento a San Sepolcro, quartier generale Cepu – è invece una pasquinata contro la catena di comando del Gruppo, rea di vessare il popolo dei tutor.

Un pamphlet di cui non si conosce il numero di copie diffuse, né la destinazione delle stesse ma che testimonia, evidentemente, forti tensioni interne alla conglomerata della ripetizione e dell’assitenza universitaria, di cui aveva dato conto anche Campus nelle prime puntate dell’inchiesta.

Potrebbe trattarsi di una ripresa di conflittualità interna come quella che, nel giugno del 2008, portò a una improvvisa sindacalizzazione dei tutor in alcune sedi italiana, in primis Bologna. Vicenda che appariva rientrata con la concilizione di un indennizzo da 140mila euro da parte di una decina di collaboratori bolognesi, protagonisti della protesta, e ai quali il gruppo non aveva rinnovato i contratti.

Data: 23 febbraio 2010

Cepu indennizza i tutor licenziati

cepunewCentoquarantamila euro pagati agli ex-tutor bolognesi. Si è conclusa poche settimane fa la vicenda di alcuni addetti della sede Cepu di Bologna che, nel giugno del 2008, avevano organizzato il primo sciopero della storia del gigante dell’assistenza universitaria.
Come racconta Campus, nel numero in edicola e CampusPRO nel numero online (occorre la registrazione), gli ex-tutor, messi alla porta dopo la sciopero con cui chiedevano di essere riconosciuti come dipendenti a tutti gli effetti, hanno conciliato con Cesd Srl, la holding operativa del Gruppo Polidori, davanti alla Direzione del lavoro di Bologna. Rinunciano alla causa contro un indennizzo complessivo di 140mila euro.
Campus offre anche la seconda puntata della Vera storia del Cepu, partendo dalla Marcon, l’aziedina di Città di Castello che, alla fine degli anni ‘60, produceva dispense sul modello della Scuola Radio Elettra di Torino, acquisita da Polidori negli anni a seguire.
Intanto l’azienda ha confermato quanto scritto da Campus sul numero precedente e anticipato dal quotidiano MilanoFinanza: Cesd Srl è stata acquistata da Dama2, una srl a socio unico (una fiduciaria lussemburghese), con base a Milano, fondata due anni orsono e attualmente inattiva. Come aveva titolato il quotidiano finanziario: Gli asset di Cepu finiscono in una scatola vuota.
La terza puntata dell’inchiesta su Campus Gennaio/Febbraio, in edicola ai primi di febbraio 2010.

Data: 21 dicembre 2009
Campus
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