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Per un Paese con meno Baroni

di Maria Teresa Melodia

BARONI_NERIIn un Paese che ha la classe accademica più anziana dell’Occidente, il Pd propone la pensione anticipata a 65 anni (invece che a 72) per i docenti universitari. L’obbiettivo della manovra? Fare spazio ai giovani ricercatori che troppo spesso entrano in ruolo a 40 e passa.

E come scrive La Stampa.it sembra che “lo «shock generazionale» sia il primo dei 10 capitoli che compongono uno dei cinque documenti messi ai voti sabato all’assemblea del Pd, chiamata alla conta da Bersani sui temi cardine del «Progetto Italia»: lavoro, università, riforme e giustizia, Europa e green economy”.

I Democratici, nell’ennesimo tentativo di riposizionamento, decidono quindi di rivolgersi alle nuove generazioni, attraverso i temi concreti che più stanno a cuore a uno stuolo di precari. Per lanciare un segnale ai giovani, i delegati del Pd dovranno votare anche a favore del contratto unico per la ricerca, altro pilastro della proposta: “Oggi – spiega Meloni – esistono svariate forme contrattuali, di ricercatori che guadagnano 1000 euro e sono privi di tutele assistenziali e previdenziali. Il contratto unico non raddoppia i costi per gli atenei, a cui verrebbero applicate le agevolazioni dei contratti di formazione”.

E per gli studenti? Come riporta il quotidiano torinese, il terzo cardine della rivoluzione promessa poggia sullo slogan «Erasmus in Italia» per promuovere la «mobilità geografica e sociale» degli studenti: a ognuno sarebbe collegato un «voucher» che può spendere se è in corso, nell’università che preferisce, «con un piano per le residenze universitarie e contributi all’affitto per i fuorisede». Per bilanciare i costi l’introduzione di un altro principio, riferito alle fasce di reddito alte: «Chi andrà fuori corso deve sapere che le sue tasse universitarie potranno aumentare, costituendo così un fondo per i più meritevoli»

Primi passi per smuovere le acque, per creare spazi in nome della meritocrazia, più che dei giovani in senso lato.

Ma rimarranno chiacchiere (già sentite)? O saranno fatti?

Data: 19 maggio 2010

Perito batte laureato 1-0

di Maria Teresa Melodia

laurea1254La disoccupazione giovanile? Tutta colpa del tessuto imprenditoriale italiano, composto da piccole medie imprese, in gran parte incapaci di valorizzare i laureati. E’ questo quanto dichiarato in soldoni da Roger Abravanel lo scorso 7 aprile in un’ intervista, pubblicata dal quotidiano Il Messaggero, con il titolo “Nelle piccole aziende il perito vince sul laureato”. Una frase che fa eco al costante aumento della disoccupazione giovanile che non trascura i laureati italiani, tutt’altro.

Una situazione, di cui prendere coscienza, causata anche, secondo Abravanel, dalla scarsa qualità dei percorsi universitari, che non preparano in modo adeguato i ragazzi, determinandone quindi l’insuccesso. “Prima di preoccuparsi della scarsità dei laureati, l’Italia ha il problema di non avere laureati preparati. I giovani escono dalle università con delle specializzazioni, ma non hanno le competenze, le competenze della vita. Non sono capaci di fare lavori di gruppo, non sanno ragionare, né sanno risolvere problemi …”, ha sostenuto il consulente e saggista, autore del best seller Meritocrazia.

Premesse di certo non incoraggianti per un giovane che si affaccia sul mondo del lavoro, ma prima di scoraggiarvi badate bene: la laurea paga, come ha sostenuto lo stesso Abravanel, “il tasso di disoccupazione dei laureati rimane inferiore a quello dei diplomati. Sarebbe un errore colossale se i giovani pensassero che la laurea sia un “pezzo di carta” che non serve”.

Peccato che però l’agognato pezzo di carta non sia accessibile a tutti. In primo luogo, un’università di qualità costa. A ciò si aggiunge la necessità per gli studenti meno fortunati di dover lavorare per pagarsi retta e libri, a cui si somma l’affitto per i fuori sede. La variabile discriminante rimane ancora il portafoglio di papà e non il merito del figlio/figlia in questione, come dovrebbe essere.

Data: 18 aprile 2010

Lauree online? Un bluff all’italiana

di Maria Teresa Melodia

2227Dopo averlo scritto nero su bianco noi di Campus, anche Repubblica.it affronta la questione del business delle lauree online, che in tempi record (un anno di studi come sconto garantito, 24 mesi contro i 36 necessari), e dietro ingenti somme ( circa 12 mila euro in tre anni) snocciolano lauree a persone, spesso alla ricerca di un avanzamento di carriera, più che di un titolo di studio frutto di impegno e competenze.

“Sono decine i concorsi indetti ma in realtà i docenti idonei non vengono assunti quasi mai a favore di personale a contratto. Dagli imprenditori alle banche la proprietà passa spesso di mano” riporta il quotidiano nazionale, che sottolinea come a sette anni dalla loro nascita, istituita con il decreto ministeriale del 17 aprile 2003 firmato dal ministro dell’Istruzione Letizia Moratti e dal ministro dell’Innovazione Tecnologica Lucio Stanca, gli atenei telematici italiani sono diventati a tutti gli effetti un – sistema parallelo- per scorciatoie a pagamento.

Un business da oltre 100 milioni di euro l’anno, senza contare i proventi di master e specializzazioni. Un’anomalia tutta italiana dal momento che nel nostro Paese le università telematiche sono 11, il numero più alto di tutta Europa, dove in ogni nazione ne esistono una o due soltanto. Tra gli atenei sui generis, in prima fila, spicca E-campus, filiazione universitaria del ricco e potente Cepu, famoso “centro di assistenza agli esami”.

Insomma, quello che doveva essere l’e-learning italiano si è rivelato il classico pasticcio all’italiana, un po’ come è successo con i tanto decantati contratti flessibili creati sulla base del modello americano. Ma questa è un’altra storia…

Di Cepu & co. abbiamo già scritto, oltre che su carta, qui e qui.

Data: 9 aprile 2010

Ma che colpa abbiamo noi?

di Maria Teresa Melodia

Riccardo_ScamarcioPer molti ragazzi la colpa del presente bloccato dell’Italia è da imputare ai padri ex sessantottini, ma sicuro che sia proprio così? I giovani italiani si interessano poco di un futuro diverso. Sembrano obbedire agli adulti con una pazienza sconfinata, in attesa che arrivi qualcosa di nuovo. Tanti giovani dicono che la politica non li riguarda, ma è un disinteresse che poi si ritorce contro di loro, perché la politica contiene temi d’attualità e problemi di tutti i giorni.

Dalla strage di Piazza Fontana (40 anni fa) a oggi, i ragazzi sono diventati apatici secondo Riccardo Scamarcio, che sulle pagine del magazine Rolling Stone racconta di come si sia passati da una gioventù che pretendeva tutto a una allineata sull’assenza di richieste, che l’attore dall’aria impegnata commenta così “abbiamo perso tutto ciò che di buono c’era nei movimenti della fine degli anni ‘60″. La prima ‘creatura’ di Moccia, riferendosi all’oggi, parla di disillusione verso qualsiasi tipo di idealismo, di volontà da parte di certi potenti italiani di addormentare un’evoluzione popolare e la conseguenza è che, in una società consumista, i più giovani diventano spettatori del loro futuro, senza nessuna partecipazione politica alla vita del Paese. Ma Scamarcio conclude dicendo che però lui non se ne va, “troppo facile andarsene”, e continua ad essere fiero di essere italiano.

Lottare contro la propria precarietà è difficile, ma a cosa è dovuta questa colpa di non ribellarsi mai, chi li ha voluti così questi giovani?
La tv, il torpore della società del benessere o la colpa è solo di una classe dirigente, ormai sessantenne, che schiaccia numericamente la massa critica giovanile? E’ ancora possibile un pieno riscatto o c’è solo l’ipotesi di una generazione che verrà?

Data: 11 dicembre 2009
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