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Cnsu bloccato: giovani Pd, nostra la protesta

runGli studenti del Pd rivendicano giustamente d’essere intervenuti per tempo sulla questione della mancata convocazione del Consiglio nazionale degli studenti universitari.

E’ infatti la Rete degli studenti democratici -  e non l’Udu (anche se la famiglia “politica” è la stessa) – ad aver ispirato un’interrogazione della deputata piddina Manuela Ghizzoni.

E ai primi di settembre, ancora i Gd avevano diramato questa nota:

Il governo Berlusconi continua a confondere il ‘fare’ con l’ ‘annunciare’. Dopo le roboanti dichiarazioni di ministri e deputati del Pdl che gioivano per la presunta vittoria delle forze del centrodestra alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari risultano dispersi sia il ministro Gelmini che le sue note stampa”. A dichiararlo sono Fausto Raciti, segretario nazionale dei Giovani democratici, e Michele Grimaldi, responsabile nazionale universita’ dei Giovani del Pd. “E’ un atto gravissimo, lesivo della funzione degli organi studenteschi e della dignita’ delle decine di migliaia di studenti che hanno espresso democraticamente il proprio voto, che il Cnsu a quattro mesi dal voto non sia ancora stato convocato” spiegano i due esponenti degli under 30 Pd. “La verita’ e’ che il governo e la Gelmini vogliono privare gli studenti della possibilita’ di esprimere il proprio giudizio, negativo, sul tentativo di pseudo riforma del sistema universitario. La verita’ – concludono Raciti e Grimaldi – e’ che il Pdl non ha in seno a tale organo la maggioranza per eleggere un proprio presidente. La verita’ e’ che le destre hanno perso le elezioni universitarie e tentano in tutti i modi di negarlo

Data: 6 ottobre 2010

Allarme dall’Unione Universitari

di Maria Teresa Melodia

Job WantedDopo il rapporto Istat sull’alta percentuale di under 25 senza impiego, Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell’Udu, l’Unione degli universitari, parla di “deriva del futuro per il nostro paese”, aggiungendo che “allo stesso tempo diminuiscono le immatricolazioni all’università degli studenti che provengono dalle fasce della popolazione economicamente più svantaggiate”.

Il rappresentante degli studenti ritiene che sia sempre più chiaro un dato: l’Italia sta “tornando verso una separazione di classi sociali creata ad arte dal governo che continua la sua opera di smantellamento dello stato sociale, agendo sul diritto al lavoro e sul diritto allo studio”.

La domanda è “a quale futuro è interessato il governo italiano?

Data: 2 settembre 2010

Neolaureati & disoccupati

unpaid_internships_jobs-279x300A spasso un giovane su quattro. Lo dice l’Istat: a luglio, fra gli italiani fra i 15 e i 24 anni, era senza lavoro il 26,8%. Esulta il ministro del Welfare, Sacconi, che ricorda come la percentuale sia migliorata dello 0,6% e che i dati europei siano ben più preoccupanti.

Per le migliaia di giovani che il prossimo anno conseguiranno l’agognata laurea, uno scenario preoccupante, anche perché si innesta in un trend – del tutto antecedente alla crisi – in cui le prospettive lavorative si dibattevano già intorno alle varie forme di lavoro precario.

Gli stessi giovani che, quando aprono il giornale, leggono di un accanito dibattito politico spesso incentrato sul nulla di turno: alcove passate-presenti e future, quartierini monegaschi, crisi di coscienza editoriali. Finché dura…

Data: 31 agosto 2010

Dov’era Celli?

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“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo”. Comincia così la lettera di Pierluigi Celli, direttore generale Luiss, al figlio e pubblicata da Repubblica. Una missiva, anzi un’invettiva sul Paese che non ha da offrire niente ai giovani di oggi. “È per questo che ti parlo con amarezza”, scrive Celli, ” pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio”. Celli motiva e ampiamente le ragioni del suo consiglio.  Sono le stesse che scriviamo da un po’ dalle colonne di Campus. Viva Celli, dunque?
No. Perché Celli non ha purtroppo i titoli per lanciare questi j’accuse.  Lo ricorda la firma in calce al pezzo e la qualifica sottostante (”già direttore generale della Rai“) che non abilita certo il direttore della Luiss all’utilizzo di questi toni.
Può infatti chi ha speso una vita dentro il sistema e ai più alti livelli, chiamarsene improvvisamente fuori?
Dov’era Celli quando in Italia si costruiva tutto questo? Quante volte ha detto “non ci sto”? Cos’ha fatto, concretamente, per sottrarsi, anche lui, alla costruzione di un’Italia chiusa ai giovani come quella che vediamo, in cui il merito è solo una parola buona a farsi pubblicità e in cui il futuro di tanti è appeso a un filo?

Data: 30 novembre 2009

L’Italia dei test di Medicina

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“Sono un medico, madre di una partecipante al quiz d’ammissione svoltosi il 3 settembre”: inizia così l’accorata missiva ai giornali di un genitore. A tema, ancora una volta, i test di Medicina. La mamma-medico rivela che “almeno una delle risposte del quiz è indiscutibilmente sbagliata”. Si tratterebbe del quesito numero 54. Citando trattati medici, la signora documenta il clamoroso errore degli esperti del ministero.
E poi apre il cuore: “Tenete presente”, scrive, “che per l’alto numero di partecipanti e la difficoltà dei test, anche una sola domanda considerata errata fa perdere la possibilità di essere ammessi. Ci sono migliaia di ragazzi che forse non entreranno a medicina per l’incompetenza e la superficialità di chi ha compilato questi test”.
La lettera, aldilà del merito della protesta, apre uno squarcio sull’Italia inchiodata, dove ormai tutti fanno il mestiere dei padri (e delle madri), perché non ci sono altre chance.
E siamo pieni di medici e dentisti che fanno pazzie e che si indignano, s’inalberano, protestano, affinché il bambino superi il maledetto test e il radioso futuro gli si apra, garantendogli lavoro, danaro, status sociale. Probabilmente anche spendendo, a questo scopo, il loro capitale di conoscenze e relazioni professionali. Se non, come ha fatto qualcuno in passato (ma anche a questo giro una banda è stata sgominata), pagando migliaia di euro per avere le soluzioni in anticipo.
L’anno scorso, in un paio di sedi, medici di mezza età si erano iscritti ai test, confidando di poter dare una mano al figlio cui, per effetto del medesimo cognome, sarebbero finiti vicini durante la prova.
Alla Cattolica di Roma non avevano mangiato la foglia e avevano messo in quarantena un plotoncino di senatori, a fare il test in solitaria, lontano dai pupi.
Se l’Italia non rimette nell’agenda politica la mobilità sociale e la necessità di creare, per i giovani, un accesso autentico al mondo delle professioni e del lavoro, questo Paese declinerà sempre di più, zavorrato dalle corporazioni.

Data: 11 settembre 2009

Aumentare le tasse? Ok il prezzo è giusto

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Ok il prezzo è giusto. Due economisti de LaVoce.info, il think tank di Tito Boeri e molti altri, hanno individuato di quanto sarebbe opportuno che salissero le tasse universitarie, così come Francesco Giavazzi (un altro del giro) ha sancito dalle colonne del Corriere: del 100%.

I due studiosi, Daniele Checchi (Statale di Milano) e Alberto Rustichini (Università del Minnesota), lo dicono in un articolo pubblicato oggi da La Voce.

Usando calcoli econometrici e prendendo come base i redditi delle famiglie italiane  dell’Indagine Bankitalia 2006, gli studiosi spiegano che le ripercussioni di un simile aumento sui redditi bassi “potrebbero rivelarsi modeste”.

Applicando i calcoli alla tassazione universitaria media – 800 euro – desumono che la maggior tassazione potrebbe ridurre di circa lo 0,11% la probabilità di iscrizione all’università. “Si tratterebbe”, scrivono Rustichini e Checchi, “di meno di 2mila studenti, che potrebbero facilmente essere esonerati dall’incremento delle tasse”.

Insomma, tolte queste famiglie, le altre, anche con bassi redditi, terrebbero botta continuando a inscrivere i figli all’università.

Secondo i due economisti, aumentare le tasse del 100% consentirebbe (al netto degli esonerati) un ricavo di 1,3 miliardi di euro, annullando di fatto l’effetto dei tagli di Tremonti. Ma gli effetti positivi sarebbero anche altri: studenti e famiglie rinuncerebbero all’equazione “basse tasse=bassa qualità dei servizi” che dominerebbe le scelte degli italiani oggi, insieme al feticcio del valore legale del titolo, uguale in qualsiasi ateneo.

“Se gli studenti impareranno a ‘votare con i piedi’ si produrrà quella concorrenza tra atenei che può aprire degli spazi per i più dinamici tra gli stessi”, scrivono.

Gli studiosi quindi concludono che aumentare le tasse si può (e si deve) ma, aggiungono, a due condizioni:

1) costruendo residenze universitarie (che quindi permettano alle famiglie comunque di non scegliere solo l’ateneo sotto casa);

2) erogando borse di studio (non solo in base al reddito ma anche “in base al contesto socio-culturale, per esempio sostenendo i figli dei genitori che non abbiano completato l’obbligo scolastico”) .

Nell’architettura degli economisti-riformisti nessun riferimento alla particolarità del quadro tributario italiano, nel quale vaste fette di popolazione, attraverso meccanismi di elusione e di evasione fiscale, denunciano redditi bassi.

Per assurdo, raddoppiare gli 800 euro di tasse pagati dal figlio di un ristoratore (categoria recentemente assurta alle cronache) potrebbe non avere effetto, mentre portare da 1.300 a 2.600 euro la retta della figlia di due lavoratori dipendenti potrebbe essere decisivo, perché questa abbandoni gli studi.

E sulla stesso sistema dei redditi, si baserebbero poi i sistemi di sostegni ipotizzati dai due. Ne è chiaro poi quando potrebbe incidere questo si sistema (residenze e alloggi) sulle finanze statali: sarebbe stato il caso, forse, fare due calcoli per capire l’incidenza, visto che si sono affrettati a ricavare il gettito complessivo.

Infine due notazioni.

La prima di ordine pratico: mentre gli atenei possono aumentare le tasse da subito – anche se c’è da superare i vincoli del tetto del 20% sul Ffo – il sistema di sostegni richiede leggi statali che, con i tempi parlamentari, arriverebbero chissà quando.

La seconda di ordine politico: essendo la riduzione della pressione fiscale un mantra del Governo Berlusconi, chi dovrebbe spiegare a circa 1,6 milioni di famiglie una tassa che cresce del 100%? E non una tassa sul lusso -  sulla terza casa, sul telefonino, o sul suv – come in passato si è ventilato ma sulo completamento dell’istruzione dei figli, oggi percepito come necessaria.

Dubito che i calcoli dell’econometria s’accordino, alla fine, con la giustizia e con la politica.

Per leggere l’articolo di Rustichini e Checchi, Le nozze coi fichi secchi, clicca qui.

Data: 23 luglio 2009

Vendola, pregiudizio antimeridionale su atenei

Nicky Vendola scende in campo a difesa delle università del Mezzogiorno italiano. “È in atto una presentazione del sud come fenomenologia del male”, ha detto intervenendo alla presentazione del Rapporto AlmaLaurea a Bari. Per il presidente della Regione Puglia, “l’università è stata usata come repertorio di una discesa agli inferi, quadro suggestivo ma privo di documentazione seria”.

“C’è un sentimento antimeridionalista che perma il un nuovo estabilishment culturale prima che politico”, ha detto Vendola, “pensare che i nostri atenei siaano un pozzo di spatrizio dello spreco è folle”.

Data: 12 marzo 2009

Tutta colpa dei fuoricorso?

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Finalmente individuato il vulnus dell’università italiana: i fuoricorso. La ministro Gelmini pare aver capito che scornarsi con la lobby accademica non conviene e quindi, per risanare il sistema, sceglie di bacchettare quanti sono in ritardo sulla durata legale degli studi.

L’idea è chiara: mungere loro e le loro famiglie, facendo cassa.

Trapelato dai corridoi di Piazzale Kennedy,  il progetto sembra di quelli che possono mettere d’accordo tutti, maggioranza e opposizione, conservatori e innovatori, Giavazzi e Figà Talamanca.

A noi la cosa non piace.  Certo, lo Stato investe diverse migliaia di euro all’anno per ogni iscritto e chi studia deve percepire questa responsabilità.

Ma la colpa del ritardo è unicamente attribuibile agli studenti (circa uno su tre, 667mila nell’anno 2006/2007)? C’entreranno qualcosa qualità della didattica, aule sovraffollate, proliferazione degli esami con il 3+2?

Evitiamo, per favore, il vecchio stereotipo dell’università parcheggio: roba buona per gli anni ‘70, quando iscriversi non costava davvero niente e consentiva, ai maschietti, di rinviare il servizio militare. Siamo nell’Italia della terza settimana e le rette medie non sono poi bassissime.

Non vorremmo che, gli studenti in generale e i fuoricorso in particolare, finiscano per essere vasi di coccio fra i vasi di ferro della polemica: governo e accademia.

Data: 12 novembre 2008

Concorsi, soluzione di compromesso?

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Il consiglio dei ministri di oggi si occuperà di università. Pare certa la presentazione di un decreto recante provvedimenti urgenti.

La Gelmini interverrà sui concorsi ma non per bloccare le tornate già bandite, come martellava il bocconiano Giavazzi (uno dei saggi scelti dalla ministro per ripensare la valutazione accademica) ma per bloccare le elezioni delle commissioni giudicatrici.

In base all’attuale norma,  infatti, sono i professori di un gruppo disciplinare a eleggere i commissari. Meccanismo che secondo alcuni osservatori – Roberto Perotti, autore de L’Università truccata, in primis – consente di “prescegliere” i vincitori.

Il decreto dovrebbe quindi introdurre l’estrazione a sorte dei quattro commissari.

Una soluzione di compromesso, alla quale forse non è estraneo il ruolo di grande mediatore a cui sta assurgendo (di nuovo) Gianni Letta e la presa di posizione, sul Corriere della Sera di ieri, degli esponenti Pd, Maria Pia Garavaglia (ministro ombra) e Luciano Modica (responsabile nazionale).

Personalmente, la penso sul punto come Perotti (e mi accade di rado): basta con l’infingimento dei concorsi. Ogni ateneo chiami liberamente chi vuole e risponda delle eventuali capre che finiscono in cattedra. Che ne pensate?

Data: 6 novembre 2008

Basta opposti estremismi

Il generale Bava Beccaris

C’è un’evidente escalation nella protesta anti legge 133, da un lato, e nella difesa dell’azione governativa, dall’altro: quella dei toni. Sempre più duri, sempre più esasperati.

A leggere in maniera sinottica L’Unità e il Giornale parebbe di vivere, da un lato, in una repubblica delle banane con la polizia che pesta ragazzini inermi, dall’altro in un’università in mano a khemer rossi pronti a tutto. Così una carica di alleggerimento dei celerini davanti alla stazione milanese di Piazza Cadorna è diventata, d’un colpo, un nuovo G8 genovese. E la cronaca di pacifiche e brevi occupazioni qua e là, in giro per l’Italia, sono diventate, per contro, violente gazzarre in stile ‘77.

Al contrario, come ha documentato ItaliaOggi alcuni giorni fa, la vita negli atenei scorre regolare. La gran parte degli studenti italiani non sta neppure alla finestra. Un po’ per disimpegno, un po’ perché non è facile capire i contorni della vicenda.

Chi protesta mette tutto nello stesso calderone: la scuola e l’università. Parla di “riforma Gelmini”, quando invece si ha a che fare, per l’università, con i tagli di Tremonti. Urla contro la privatizzazione, quando la legge 133 introduce di possibilità, per gli atenei, di trasformarsi in fondazioni.

Chi contesta la protesta, d’altro canto, pesta nel mortaio le parentopoli accademiche, la proliferazione delle cattedre, i corsi di laurea burletta. E l’università italiana diventa un bordello in mano alle più volgari baronie familiste.

Ecco serviti gli opposti estremismi. Che non servono a gestire il risanamento degli atenei italiani – schiacciati da 8 miliardi di debiti, come ha ricordato Aquis ieri, segno che qualcosa che non funziona c’è -  né a frenare le spinte ultraliberiste di chi sembra voler far fuori una concezione stessa di università.

Oggi, a rincarare la dose ci si è messo il premier Berlusconi, con una intemerata: “Contro le occupazioni, arriverà la polizia” e con un messaggio un po’ spiacevole alla stampa “Portate i nostri saluti ai vostri direttori…”. Non male neppure il leader Prc, Ferrero, che ha evocato gli spettri del 1898, ricordando il generale Bava Beccaris,  quello che bombardò i milanesi che aveva eretto barricate contro il carovita.

Sarebbe forse il caso di abbassare i toni e tornare a ragionare su fatti,  numeri, idee.

La politica, quella dei palazzi romani così come quella delle assemblee milanesi, dovrebbe servire a questo. Dovrebbe essere questo.

Data: 22 ottobre 2008

L’Università è truccata?

Roberto Perotti Sta alimentando il dibattito, e non poteva essere altrimenti, il libro del bocconiano Roberto Perotti, L’Università truccata, edito da Einaudi.

Perotti, storico censore della malauniversità e della parentopoli, pubbica da tempo un proprio Bollettino concorsi nel quale, dati alla mano, dimostra che regolarmente non vanno in cattedra i migliori.

Al libro ha tirato la volata un altro castigamatti degli atenei, l’editorialista del Corriere, Gian Antonio Stella e un collega e amico dell’autore, oltre che collega bocconiano, Tito Boeri, animatore con Perotti stesso de LaVoce.info, sito di economisti dell’area riformista.

Perotti o la Einaudi, o tutti e due, hanno poi fatto sfoggio di una tempistaica scientifica per l’uscita del libro che è uscito in concomitanza con il rinnovo rettorale de La Sapienza e di Tor Vergata.

Ai vertici dei due atenei sono andati, secondo le previsioni,  altrettanti docenti spesso discussi per la parantela accademica. Il primo, Luigi Frati, ha una consorte, una figlia e un figlio che insegnano nella sua stessa facoltà, quella di Medicina di cui è preside. Il secondo, Renato Lauro, preside anche’egli a Medicina, ha un figlio-collega.

Alla presentazione di Stella e a un editoriale antiFrati di Boeri su Repubblica, hanno fatto seguito una lunga lettera il prorettore uscente dalla Sapienza, Marietti, che accusa Boeri di ingerenza elettorale,  e un documentato intervento del matematico Figà-Talamanca che obietta proprio sull’uso dei numeri (le statistiche) operato dall’economista.

Su laVoce.info, invece, confuso fra i vari commenti, si può trovare anche un intervento del rettore dell’Università di Trento, Davide Bassi, che  dice: “Non basta combattere il familismo. Dobbiamo aggredire le cause della malattia: le università non sono tutte uguali, così come non lo sono i professori. Bisogna abbandonare i concorsi e gli automatismi di carriera, attivare i contratti di tenure track, ridurre l’età di pensionamento dei docenti e limitare a due mandati le cariche elettive. Perotti propone di liberalizzare il sistema e di affidare al mercato (leggi studenti) il compito di selezionare gli atenei”.

Il rettore poi paventa uno scenario sconfortante: “Io ho molti dubbi sulla bontà della sua ricetta iperliberiste. Chi ci garantisce che gli atenei, per attirare più studenti, non dilapidino risorse in attività di grande impatto mediatico e di scarso contenuto scientifico?”.

E altri interrogativi non mancano.

Perché non abolire i concorsi e aprire ad un sistema “a chiamata”, tale da inchiodare gli atenei alle loro responsabilità? Chi mette le capre in cattedra ne pagherebbe le conseguenze in termini di reputazione, di finanziamento (perché abbasserebbero la qualità della didattica) e di immatricolazioni.

Data: 15 ottobre 2008

Agli atenei ci pensa il Giornale

L’università alza la testa? Ci pensa Mario Giordano.
Non è ancora partita la protesta contro i tagli – Sapienza, Polimi e gli atenei toscani, i primi – che il quotidiano più vicino alla presidenza del Consiglio (anche perché controllato dal fratello del premier, Paolo Berlusconi) apre con le malafatte dell’università.
I privilegi dei baroni. E protestano pure, titola il quotidiano diretto da Giordano. Occhiello: Le mani sull’Università, nientemeno. Sommario: Lavorano 3 ore al giorno e guadagnano 10mila euro al mese. Eppure minacciano scioperi.
Per l’occasione si rispolvera un’inchiesta del Sole 24 Ore, uscita nel maggio scorso, che citava i dati della Ragioneria dello Stato.
Piccolo dettaglio, quell’indagine e anche l’articolo di Matthias Pfaender non tengono in nessun conto l’attività di ricerca.
L’inchiesta poi recupera i casi più eclatanti di malauniversità dell’ultimo periodo: test truccati, esami comprati, familismi di varia estrazione.
Vorremmo sbagliare ma questa estate sarà molto calda per i professori universitari italiani.

Data: 4 agosto 2008
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