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Obama, studiate per aver successo

“Alcune tra le persone di maggior successo nel mondo hanno collezionato i più enormi fallimenti”. Lo spiega Barak Obama, nel discorso indirizzato oggi agli studenti americani.

Il presidente ha ricordato come “il primo Harry Potter di JK Rowling” sia stato rifiutato dodici volte prima di essere finalmente pubblicato e che la stella Nba, Michael Jordan, valuti positivamente gli errori commessi: “Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ecco perché ce l’ho fatta”, dice l’ex leader dei Chicago Bulls.

Per Obama “nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando”. E invita a darsi da fare in aula per avere successo nella vita.

Data: 8 settembre 2009

Il ceo e i dottorandi

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Il suo gruppo, presente in 140 Paesi, ha fatturato lo scorso anno qualcosa come 41,5 miliardi di dollari (circa 28 miliardi di euro), realizzando utili netti per oltre 8.
Daniel “Dan” Vasella, chairman e ceo di Novartis, il gigante svizzero nato nel 1996 dalla fusione di Ciba Geigy e Sandoz, è certamente uno dei manager più noti al mondo.

Uno che deve interessarsi della riforma sanitaria americana di Obama, dell’arrivo dell’influenza suina in autunno col dubbio che i suoi laboratori (e quelli dei competitors) non siano in grado di produrre abbastanza scorte di vaccino, che deve fare i conti con gli animalisti di Alf i quali, accusandolo di essere il capo di una banda di vivisezionatori, gli hanno bruciato casa e profanato la tomba di famiglia.
Un uomo che sta in cima a un impero industriale di 99mila persone, fra dipendenti e collaboratori.
Insomma uno dall’agenda impossibile, zeppa di consigli di amministrazione, riunioni di staff, voli, meeting internazionali.
Eppure, l’altro ieri, mr. Vasella nel quartier generale di Basilea, dove ha sede il Campus Novartis – una grande aree ex-chimica riconvertita in un bel quartiere dove i palazzi in cementovetro si alternano agli spazi verdi e ai bar – ha trovato 60-minuti-60 da dedicare a un gruppo di giovani neolaureati e dottori di ricerca proveniente da tutta Europa.
Proprio così, un’allegra brigata di ragazzotti promettenti (fra cui cinque italiani), selezionati da Novartis per una tre giorni sulle biotecnologie, BioCamp, hanno potuto ascoltare da uno dei manager più potenti del mondo, una brillante lezione sulle sorti del biotech e della farmaceutica, in relazione alle sfide dei prossimi anni: invecchiamento della popolazione, esplosione della spesa sanitaria, nuovi virus, malattie rare. Un’overview esclusiva lunga 45 minuti su temi strategici per ogni stato moderno. Il restante quarto d’ora, Vasella l’ha dedicato alle domande dei giovani ospiti. Tutt’altro che riverenti: effetti collaterali dei farmaci, investimento in medicinali orfani ecc ecc.
Eppure la finalità di quel raduno non era immediatamente quella di reclutare: ogni anno Novartis riunisce ai quattro angoli del mondo un po’ di giovani con i BioCamp e capita che ne metta sotto contratto alcuni. Insomma, il ceo non parlava a un plotoncino di giovani neoassunti, fatto che sarebbe stato comunque rilevante. Semplicemente, in Novartis avere un ottimo curriculum accademico, essere giovani e motivati è un valore e il fatto che ceo ma anche molti top manager dedichino tempo e attenzione a iniziative del genere lo testimonia.
Una situazione inimmaginabile in Italia, dove la spocchia comincia ad albergare nelle fabbrichette da 10 operai in su e dove le politiche sulle risorse umane sono ormai raramente basate sulla ricerca del talento e sulla valorizzazione dei giovani.
Per questo l’Italia è un paese ingrigito e corporativo, nel quale essere giovani e bravi è spesso un problema.

Data: 26 agosto 2009

Berkeley come la Casa Bianca: arriva l’orto bio

Un’immagine dell’orto

Tutti pazzi per Michelle Obama, che ha fatto l’orto biologico alla Casa Bianca. Anche negli atenei usa spopola la organic mania della first lady.

Nella mitica Berkeley – l’ateneo del ‘68 americano, il campus del film culto Fragole e sangue -  l’hanno seguita subito.

Un gruppo di studenti ha ottenuto dal presidente dell’università il permesso a vangare e seminare un bel po’ di terra e cominciare a piantarci pomodori, broccoli, rape bio.

Ecco servito il Victory Garden alla californiana.

Qualcuno in Italia, vuol provarci?

Data: 27 marzo 2009

Obanomics: miliardi per l’istruzione

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Il più grande investimento statale in educazione dopo la Seconda Guerra mondiale, così il New York Times di oggi definisce gli aiuti al sistema formativo che, salvo sorprese, saranno approvati oggi dal Congresso americano.

Si tratta di 150 miliardi di dollari, più del doppio dell’intero budget federale dell’istruzione, destinati a tutto il sistema: dagli asili alle università.

Un investimento biennale previsto dal Programma Stimulus, messo a punto nelle scorse settimane dallo stesso Congresso, in accordo con il presidente Obama, ancora non in carica.
Un provvedimento antirecessivo di stampo keynesiano, dall’economista inglese che negli anni 30 teorizzò l’intervento dello Stato in economia e che influenzò il presidente Roosvelt.
Con il New Deal, l’inquilino della Casa Bianca avviò una stagione di grandi investimenti pubblici – opere, ponti, attività federali – che dette lavoro a milioni di americani impoveriti dalla crisi (qualcuno ha letto Furore di Steinbeck?), iniettando ricchezza nelle vene esangui dell’economia. Fece, cioè, qualcosa di anticiclico.

Come sta facendo Obama, appunto.

Gli Stati Uniti guardano a università, ricerca e il capitale umane in genere, come ai destinatari di nuovi investimenti antirecessivi:in questo modo, non solo si fa circolare moneta attraverso gli stipendi degli addetti, ma si creerebbe innovazione a beneficio del mondo produttivo e si migliorerebbe la qualità della forza lavoro.

In Italia, per adesso, il governo Berlusconi (soprattutto Tremonti, un po’ meno la Gelmini),  in queste aree ha pensato a tagliare:  riordinando, razionalizzando, premiando gli atenei virtuosi – tutto quel che volete – ma, di fatto, brandendo la scure.

Data: 28 gennaio 2009

Cosa insegna Obama

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C’è una lezione per l’università italiana dall’ascesa di Barak Obama? Sì, quella che il diritto allo studio è una cosa seria.

Grazie alla discussa Affirmative action, la norma che negli Stati Uniti riserva quote alle minoranze, il figlio di un studente-immigrato keniota è arrivato sino ad Harvard, un luogo dovestudiare costa 50mila dollari all’anno circa.

Da noi, ancora oggi, centinaia di migliaia di giovani (e di famiglie) anche se lo volessero o avessero le capacità, non possono permettersi di studiare alla Bocconi.

In Italia, le politiche di diritto allo studio offrono borse scarse che spesso, troppo spesso, sono appannaggio di furbetti ed evasori totali o parziali.

E fa anche riflettere che, nel dibattito politico italiano, siano non pochi a scagliarsi contro l’università di massa o, peggio, l’università sotto casa. Affermazioni a cui è sottesa l’idea che la formazione superiore non possa essere che di pochi.

Cosa ne pensate?

Data: 5 novembre 2008
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