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Fra Bamboccioni e Neet

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Della tempesta di numeri che ci ha travolti ieri – Istat più AlmaLaurea – colpisce la forza luogocomunista di certi stereotipi.

L’epiteto Bamboccione, come si sa, l’aveva coniato l’economista Tommaso Padoa Schioppa in un momento di smemoratezza. Ministro, tecnico, del Governo Prodi, il professore, annunciando provvedimenti in favore delle giovani coppie, si lasciò scappare una chiosa davvero professorale: “Manderemo fuori casa i bamboccioni”.

Smemorato, perché anche allora, per quanto fossimo alla vigilia della grande crisi che ancora ci attanaglia, i giovani, specie se neolaureati, già si dibattevano fra stage col buono pasto e contrattini che non arrivavano a mille euro.

Smemorato perché uno come lui, figlio di un amministratore delegato delle Generali, che aveva potuto permettersi gli studi in Bocconi e che aveva cominciato a lavorare nella Milano di fine anni ‘60 – insomma, uno che quantomeno aveva avuto la fortuna dalla sua -   non aveva certo i titoli per ironizzare. Campus, all’epoca, mise in piedi anche una paginetta di Facebook: Bamboccioni, mai più

Eppure, quell’espressione oggi domina sui commenti al Rapporto Istat.  Ha forse perso quella sua connotazione negativa,  limitandosi a profilare il non più giovanissimo che insiste sotto il tetto paterno.

Il futuro oggetto di pubblica invettiva di commentatori, osservatori, esperti sedicenti o reali, c’è da giurarci, saranno i NeetNot in education, employment or training, vale a dire coloro che non studiano, non lavorano, né si formano, altrimenti indicati come Né Né.

Prevediamo un’ondata di sdegno socio-psicologico su un fenomeno che rivela un disagio molto forte, più che un giacimento di fancazismo.

Come accade sempre più spesso in questo Paese,  invece di chiacchiere sparse, avremmo bisogno di risolvere i problemi.

Leggi qui un nostro precedente articolo sulla Generazione Né Né

Qui e qui, altri articoli sui Bamboccioni

Data: 27 maggio 2010

Dagli addosso al né-né

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Il Rapporto Giovani (dell’omonimo Dipartimento dell’omonimo Ministero) ha lanciato il sasso in uno stagno melmoso: 700 giovani, fra 15 e 35 anni (giovani di 35 anni?) non studiano né lavorano. Deliberatamente.

Il Corriere della Sera, ieri, ha dato spazio alla notizia e le grida si sono levate altissime.

Vagabondi, fannulloni, mangiapane a ufo, bamboccioni sono stati gli epiteti migliori. Sulla graticola è finita anche l’università, accusata in qualche modo di esaltare eccessivamente le aspettative di una generazione.

Per contro, c’è chi la mena col precariato e con lo sfruttamento, dicendo: “I né-né” hanno ragione.

Chi ha torto? Chi ha ragione?

Queste statistiche (elaborate dal Dipartimento di studi sociali de La Sapienza)  sono affidabili? O c’è da evocare il solito Trilussa, buonanima, con la famosa invettiva sugli italiani che mangiano un pollo a testa?

Personalmente sono un po’ scettico: in vita mia ne ho conosciute di persone giovani che non studiavano né lavoravano ma, dieci volte su dieci, rivelavano fragilità, depressioni, spesso malattie vere e proprie. Anche quando erano mascherate da scelte consapevoli.

Data: 17 luglio 2009
Campus
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