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Giovani: la Toscana stanzia 300 milioni

di Claudia Cervini

ragazziQuasi 300 milioni verranno stanziati dalla Regione Toscana in tre anni  per studenti e giovani precari che non possono permettersi un affitto, che svolgono stage in azienda, che stanno prestando servizio civile, che vogliono aprire un’azienda. Il progetto si chiama Giovani sì e nasce per aiutare quei 70mila giovani toscani disoccupati, quel 30 per cento di trentenni che vivono ancora in casa con i genitori, quei 20mila che svolgono tirocini senza remunerazione.

150 euro per l’affitto ai giovani (studenti e single) che convivono, mentre 200 euro andranno alle coppie con figli, contributi arriveranno anche per l’acquisto della prima casa, grazie ad accordi stipulati con i costruttori.

Agli stagisti spetteranno invece 400 euro mensili (dei quali 250 a carico dell’azienda). Aumentano anche i fondi per il servizio civile, che nel triennio saranno pari a 45 milioni di euro.

Altre agevolazioni sono previste per l’assunzione di laureati, per i lavoratori atipici e per i giovani imprenditori; mentre un meccanismo di prestiti d’onore è stato istituito per permettere a giovani tra i 18 e i 35 anni di frequentare un programma di studio della durata triennale.

Data: 4 gennaio 2011

Primato della Bocconi, ma…

di Maria Teresa Melodia

vision_1L’ateneo privato batte il Politecnico di Milano nella classifica di Vision, il network di laureati italiani con esperienza di lavoro all’estero che già lo scorso anno aveva pubblicato una graduatoria analoga. Che però denuncia: “Non siamo competitivi a livello internazionale”. A fronte della valutazione sono stati esaminati diversi elementi, tra cui la produzione di ricerca, l’impatto occupazionale e la capacità di attirare finanziamenti.

Analizzando la classifica, il Politecnico milanese si piazza al terzo posto, dopo l’Università di Bologna, che fa un balzo dal sesto posto dell’anno scorso al secondo. Esce dal podio il Politecnico di Torino, terzo lo scorso anno, che perde una posizione. Al quinto e al sesto posto due atenei romani, che migliorano entrambi di quattro posizioni rispetto al 2009: il Campus Bio-Medico e la Luiss. Sempre di quattro posti sale l’Università di Firenze, settima; mentre ancora meglio fanno l’Università di Padova, ottava (+11 posizioni); La Sapienza di Roma, nona (+13 posizioni) e l’Università di Torino, decima (+10 posizioni). Fuori dalle prime dieci, un piccolo miglioramento per la Vita Salute San Raffaele di Milano, dal 14 all’11° posto, e poi tre atenei che invece l’anno scorso erano nella top ten: l’Università di Pisa, dodicesima (-5 posizioni); quella di Milano, tredicesima (-8 posizioni); e quella di Perugia, quattordicesima (-10 posizioni). Chiude le migliori 15 l’Università di Parma, che perde due posizioni.

Tra gli aspetti che balzano all’occhio c’è la forte concentrazione territoriale delle migliori università: otto sono nel centro, sei nel nord-ovest. Per trovare un ateneo del sud bisogna scendere fino al 39° posto, dove c’è l’Università di Messina. E in generale, si conferma il poco appeal degli atenei italiani all’estero. “Le università italiane vivono una situazione di scarsa capacità di competere a livello internazionale”, dice lo studio, che mostra come in Italia gli studenti stranieri siano soltanto il 3% della popolazione studentesca, mentre in Inghilterra sono il 17,3%, in Francia l’11,2% e in Germania il 9,4%. Non a caso al momento nessuna università italiana fa parte delle prime cento del mondo.

Premesso che ultimamente le classifiche degli atenei proliferano, neanche a farlo apposta, ci sarebbe da chiedersi: le università Italiane hanno VISION, aldilà del loro naso, pardon, cortile?

Data: 18 ottobre 2010

La Gelmini s’è scordata il Cnsu

gelmini

Che ne è del parlamentino studentesco? Eletto ormai quattro mesi, il ministro Gelmini non lo convoca ancora. E l’organismo consultivo di rappresentanza studensca, da solo, non si può certo convocare.

Se lo chiede, con una lettera aperta inviata ai giornali, Elena Maisto, rappresentante eletto e membro dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani-Adi. Eccone il testo:

Dopo il clamoroso ritardo con cui è stato emanato il decreto ministeriale di nomina degli eletti, ci ritroviamo nella spiacevole situazione di dover
constatare come ad oggi ancora non ci siano cenni di convocazione
della prima riunione.
La situazione comincia ad essere imbarazzante anche in vista dei
delicati passaggi parlamentari del Disegno di legge sull’università,
sul quale il CNSU potrebbe e dovrebbe esprimere considerazioni e
proposte. Interventi del genere necessiterebbero di partecipazione e
condivisione, che proprio luoghi come il CNSU dovrebbero assicurare.
Anche Lei sostenne questa tesi quando, all’indomani delle elezioni,
indicò, incautamente, nell’esito del voto un segnale positivo per le
Sue riforme in materia di Università e Ricerca.
In tale contesto, continuare a procrastinare la convocazione della
prima riunione del CNSU corrisponderebbe, invece, ad una sua totale
delegittimazione.
A ciò vanno aggiunte le esigenze indubbiamente più pratiche, ma
particolarmente sentite all’inizio di un anno accademico, di una
pronta calendarizzazione degli incontri annuali del CNSU, così come
stabilito dall’art. 9 del Regolamento, e di una immediata conoscenza
della futura composizione del CUN ex art. 17 del Regolamento stesso,
al fine di un’efficace organizzazione in vista delle future scadenze.
Nella convinzione che questa richiesta troverà al più presto riscontro, Le porgo distinti saluti“.

Data: 13 settembre 2010

Strategie per farsi notare

di Maria Teresa Melodia

job4I giovani sono sempre più penalizzati dal mercato del lavoro. Il rischio di restare disoccupato per chi ha meno di 25 anni è triplo rispetto a chi ha tra i 26 e i 74 anni. Inoltre, la probabilità di essere assunti con contratti a termine è quadrupla rispetto alle altre fasce di età. A lanciare l’allarme è il Cnel, che ha presentato il “Rapporto sul mercato del lavoro 2009-2010″. Una situazione, questa, che accomuna tutta l’area euro. Il tasso di disoccupazione giovanile, infatti, nei paesi del Vecchio continente è doppio rispetto a quello riscontrato a livello mondiale.

Quale via d’uscita? Dalle colonne del quotidiano londinese The Guardian ci si domanda se le università debbano insegnare agli studenti come trovare un lavoro nel contesto economico quanto mai critico, dove una laurea non fornisce per forza l’accesso a posizioni soddisfacenti e remunerative. In Inghilterra il 14.9% dei laureati è disoccupato e molti criticano il fatto che all’università non è stato loro insegnato come affrontare un colloquio o la scrittura di un cv, essenziali per affacciarsi al mondo del lavoro.

Anche oltreoceano la crisi c’è e si fa sentire. Le assunzioni dei neolaureati nel 2010 sono state tagliate di più del 5% rispetto il 2009, secondo il National Association of Colleges and Employers. In proposito, un altro punto di vista è stato recentemente offerto dal New York Times, che ha titolato: Graduates’ First Job: Marketing Themselves. Il primo lavoro dei laureati? Fare auto-marketing, insomma essere manager di se stessi, saper vendersi.

In un mercato competitivo, a seconda dei propri punti di forza o debolezza, è importante evidenziare le proprie specialità. In soldoni? Fare molto attenzione nella fase di ricerca del lavoro, con un occhio per il cv, la lettera di motivazione e il colloquio. In primo luogo è essenziale far emergere il valore della tua laurea, come ha puntualizzato Katharine Brooks, director of liberal arts career services all’ University of Texas di Austin, specialmente se sei laureato in materie umanistiche e non c’è una reale connessione tra la laurea conseguita e il lavoro che stai cercando. Un esempio pratico? I laureati in filosofia. Per loro non ci sono così tanti lavori, ma la gente usa la logica per formulare idee e conclusioni e ciò fa sì che gli studi filosofici possano avere la loro efficacia nel mondo del lavoro.

Tra i consigli degli esperti: vedere le cose da una prospettiva differente e pensare fuori dal mucchio. Oltre alla laurea, è importante avere storie da raccontare sulle proprie esperienze, non solo lavorative, e poi flessibilità per mobilità e salario. Tra gli altri suggerimenti: tirare fuori il meglio dal servizio placement dell’università e dal network degli studenti, confrontandosi con coetanei. E poi ricordare che nessun lavoro è per forza quello che deve durare tutta la vita. Cercare occasioni per imparare, provare, vedere ciò che piace ed essere aperti a nuove opportunità, oltre ad avere attenzione per le potenzialità della tecnologia, entusiasmo ed energia. Infine, se siete privi di esperienza, no panic, l’occhio cade sul vostro potenziale, ma dovete farlo notare!

Data: 5 agosto 2010

Perchè andare all’università?

di Maria Teresa Melodia

uniAnche l’America s’interroga: vale ancora la pena frequentare l’università? Una spesa sempre più costosa, che spesso non si traduce nell’“investimento” sperato: completato il ciclo di studi, sono infatti in crescita gli studenti che hanno difficoltà a trovare lavoro.

Dalle colonne del cliccatissimo The Huffington Post, Bob Samuels, Presidente dell’ University Council – American Federation of Teachers (istituzione che accorpa le facoltà e i docenti dei campus dell’ Università della California) e docente all’UCLA (University of California, Los Angeles), sottolinea quanto sia importante soffermarsi su cosa l’istruzione universitaria possa fare per gli individui, in quanto persone e in quanto nazione.

Le università insegnano a chi le frequenta ad analizzare, comunicare e collaborare, specifica Samuels, abilità fondamentali per partecipare alla società civile e riuscire nella professione che ognuno sceglie di fare. Quello che i datori di lavoro ricercano nei candidati, spiega Samuels, consiste non solo nell’essere ottimi scrittori, efficaci speaker e analizzatori, ma soprattutto nell’essere dei laureati che sappiano comportarsi in modo etico, che siano motivati e in grado di lavorare bene in team. Il fatto, puntualizza il docente americano, è che spesso questo non viene insegnato nelle università.

Esami standardizzati, lezioni ad altà densità numerica, sistema competitivo di valutazione sono alcuni dei fattori che fanno sì che molti studenti diventino dei passivi consumatori di conoscenza, concentrati sui voti, prosegue il docente dell’UCLA, ma malgrado tutti i problemi dell’istruzione universitaria, aggiunge, spesso le università riescono ad insegnare ai giovani allievi ad essere adulti responsabili e pensatori critici e creativi. A volte questo percorso ha il suo compimento a lezione, all’interno delle mura degli atenei, altre volte ancora sono gli studenti a scoprire da soli il percorso più adatto a loro.

Non importa il come. Ciò che evidenzia Samuels è che le università danno agli studenti il tempo e lo spazio per conoscere loro stessi e il mondo che li circonda e dal momento che la nostra società si preannuncia sempre più multi-tasking e ad alta tecnologia, è proprio l’educazione universitaria che può offrire una chance per capire come usare e produrre conoscenza. Per questo l’educazione universitaria deve diventare una priorità nazionale sulla quale una Nazione, qualunque essa sia, deve poggiare per svilupparsi in modo etico e responsabile.

Data: 4 agosto 2010

Tutta la verità sulle aziende (o quasi)

di Maria Teresa Melodia

sopo-it1“La vita è troppo breve per il lavoro sbagliato”. La pensano così un paio di ex studenti Bocconi, ideatori della start up Sopo.it, piattaforma online pensata per classificare le aziende in base ai commenti dei dipendenti, in maniera completamente anonima e attraverso un sistema di rating chiaro e strutturato.

L’obiettivo è quello di offrire a chi cerca un lavoro, neolaureati in primis, uno strumento utile per effettuare una scelta consapevole. Capita infatti spesso che le informazioni date al colloquio non siano sufficienti, ed è qui che scatta l’utilità di Sopo.it che si presenta come un social network finalizzato alla valutazione e recensione della qualità di vita nelle aziende, basata su una logica bottom- up, in pieno stile web 2.0.

Gli utenti possono votare la propria azienda sulla base di 9 parametri che vanno dalla voce stipendio e benefit all’opportunità di carriera, fino a caratteristiche intangibili quali la capacità del management, rispetto per la persona, trasparenza, work/life balance, stabilità del posto di lavoro, ambiente di lavoro, etica e professionalità. A questi indicatori si può aggiungere un commento testuale che spiega il voto complessivo che si aggiunge alle classifiche elaborate da Sopo.it sulla base dei punteggi e utili per comparare le aziende e valutare i punti di forza e debolezza.

500 sono le aziende recensite finora, e le visite totali sono circa 50.000. E se alcuni dubbi nascono inevitabilmente di fronte a un servizio che si basa su utenti anonimi, potenziali screditori o frustrati, si nota anche che su Sopo.it le informazioni sulla reputazione delle aziende sono tante e possono rivelarsi interessanti. Un servizio utile non solo per chi cerca lavoro, ma anche uno strumento di monitoraggio per chi assume.

Data: 4 agosto 2010

Addio posto fisso

di Maria Teresa Melodia

HardStudentLifeCertamente per i giovani precari non è una novità. Un’indagine di Gidp, l’associazione dei responsabili delle risorse umane, pubblicata da Repubblica, lo dice chiaramente: il posto fisso è sempre più una chimera, soprattutto per i neolaureati.

Il contratto a tempo indeterminato è stato soppiantato dalle varie forme di flessibilità e la crisi economica ha fatto il resto…Nel 2010 solo il 6% dei neolaureati assunti dalle aziende ha firmato un contratto a tempo indeterminato, mentre nel 2004 la percentuale era del 20%.

Lo stage è diventato la prima modalità di inserimento. Nell’ultimo anno è stato offerto un contratto a tempo determinato al 30% di coloro che hanno superato brillantemente il tirocinio, mentre solo il 17% ha firmato il tanto atteso contratto a tempo indeterminato al termine dello stage. Per chi viene assunto, la prima paga oscilla tra i 22 mila e i 26 mila euro. La migliore retribuzione si registra nel chimico e farmaceutico.

Ciò che emerge dall’indagine di Gidp è anche la rapidità delle ricerche di lavoro: le aziende impiegano sempre meno tempo a trovare le figure professionali che cercano, fino a sfiorare i 15 giorni. In pratica, in un mercato affollato di persone che cercano lavoro, è sempre più importante farsi trovare e farsi scegliere in tempi rapidi.

Le lauree preferite dalle aziende sono quelle in ingegneria ed economia. Seguono, a distanza, informatica e giurisprudenza, mentre tra i requisiti che fanno la differenza si piazzano la conoscenza delle lingue straniere, la disponibilità alla mobilità territoriale,la motivazione, la rapidità con cui si consegue la laurea, le esperienze all’estero e/o un eventuale Master.

L’area aziendale più dinamica, dove si registra il maggior numero di nuove assunzioni è quella dell’amministrazione, finanza e controllo, segnalata dal 15% dei datori di lavoro che hanno partecipato all’indagine del Gidp. Seguono il commerciale, la progettazione e il marketing.

Infine dallo scenario delineato dalla ricerca emerge poco accompagnamento nel percorso di inserimento per le nuove figure assunte. Se è vero che quasi il 30 per cento lo prevede in azienda da almeno un anno, è altrettanto vero che il 35 per cento non ha alcun percorso di inserimento e che un altro 13 per cento lo ha introdotto da appena un anno. Il che si traduce in una riduzione dell’attenzione alla formazione del personale in virtù dell’attenzione ai costi.

Data: 3 agosto 2010

Giovani e banca: la metà non sa gestire le proprie risorse

di Claudia Cervini

soldi_homeI giovani non amano la finanza. Lo dice il rapporto 2010 presentato da PattiChiari che fotografa il livello di cultura finanziaria degli italiani, restituendo una situazione preoccupante per quanto riguarda l’informazione giovanile.

Il 49% degli under 35 non è in grado di effettuare operazioni finanziarie elementari, come calcolare un tasso d’interesse, valutare il costo di un finanziamento per beni di consumo o per beni immobili o calcolare gli effetti dell’incremento del tasso di sconto sui propri risparmi.

La cultura finanziaria nel nostro Paese cresce con l’aumento dell’età, infatti i giovani sono i più inesperti in materia finanziaria, il gap tra gli under e gli over 35 è del 50%.

Questo perché l’interesse e la preoccupazione per queste questioni nasce con la creazione di un conto corrente, con l’aumento del capitale accumulato, potremmo dire attraverso la pratica del learn by doing.

Il titolo di studio sicuramente influisce sulla cultura finanziaria. I laureati sono più informati e consapevoli rispetto a chi ha un titolo di studio inferiore, ma lo sono meno rispetto a chi frequenta un dottorato.

I più informati comunque non sono i giovani che si sono formati in materia sui banchi di scuola, ma chi ha deciso volontariamente e in modo autonomo di frequentare un corso di formazione.

Cosa si può fare per migliorare la cultura finanziaria giovanile? Secondo PattiChiari è indispensabile coinvolgere il sistema scolastico centrale e inserire la materia nei percorsi di studio, operazione che richiede anche una formazione adeguata degli insegnanti. Altra proposta è quella di migliorare i corsi di formazione non universitari per raggiungere le generazioni più giovani.

Le cifre preoccupano soprattutto perché le scelte che condizionano la vita vengono prese prima dei 35 anni, momento in cui i giovani, secondo il rapporto, non sono ancora preparati a gestire le loro finanze.

Data: 2 luglio 2010

Dopo la stage? A spasso!

di Maria Teresa Melodia

unpaid_internships_jobs-279x300Appena uno stage su 5 fa guadagnare il posto di lavoro. E solo nel 2,3% dei casi a tempo indeterminato. Sono questi i dati di un’indagine condotta dall’Isfol, in collaborazione con Repubblica degli stagisti, su un campione casuale di quasi 3mila stagisti. Tirando le somme: il 52,5% degli stage effettuati da coloro che hanno risposto al sondaggio si sono conclusi con una stretta di mano e nel 17,4% dei casi con una proposta di proroga. La possibilità di un contratto di lavoro sale al 24,3% quando lo stage é stato effettuato dopo la laurea specialistica e al 28,4% se costituisce il completamento di un percorso di qualifica professionale.

Come riporta il Sole24Ore ogni anno in Italia vengono attivati circa 400mila stage, e l’identitkit dello stagista è, prevalentemente, donna (69%), tra i 25 e i 30 anni (68%), con laurea specialistica alle spalle (44,6 per cento).

“Andrebbero regolamentati meglio gli aspetti relativi alla durata degli stage – per Domenico Sugamiele, direttore generale dell’Isfol – limitandone la frequente reiterazione, e attestare le competenze acquisite da poter inserire nel libretto formativo di ciascun ragazzo”. Come se non si sapesse che ci sono aziende che usano la pratica degli stage come porta scorrevole per avere sempre a disposizione nuove risorse, a basso costo. Insomma, non solo un esercito immobile, come dichiarato qui dagli economisti de La Voce, ma pure invisibile!

E come ha scritto recentemente il settimanale Newsweek, i tirocini si rivelano essere un “lusso” per ricchi: spesso non retribuiti, molti giovani vi si sottopongono volontariamente per migliorare le proprie future chances di impiego una volta usciti dalle università. La pratica del tirocinio non retribuito è in aumento esponenziale negli USA, dove è passata dal 9% all’80% (tra gli studenti universitari) dal 1992 al 2008 (fonte National Association of Colleges and Employers), ed è ormai considerata un requisito indispensabile per poter concorrere, una volta laureati, a posizioni lavorative vantaggiose. A farne le spese sono i giovani delle famiglie meno abbienti, che vengono automaticamente tagliati fuori qualora lo stage diventi un “lasciapassare” obbligatorio.
Intanto, in Italia, per ora, ci si chiede sempre più spesso, che stage si voglia fare da grandi…

Data: 9 giugno 2010

A.A.A. laureato cercasi? Roba vecchia

di Maria Teresa Melodia

CBR003863C’è poco da festeggiare (anche) per i laureati d’oltremanica. Infatti, secondo una ricerca, citata dal quotidiano inglese The Guardian, nel 2010 le assunzioni di neolaureati avranno una secca battuta d’arresto. L’88% delle 502 piccole e medie aziende intervistate ha dichiarato di non essere intenzionato a dare lavoro a giovani che hanno appena lasciato le aule universitarie, a causa della recessione economica. E giusto per rincarare la dose, la quasi totalità delle aziende interpellate ha sottolineato di non aver assunto nessun neolaureato nell’ultimo anno.

A fronte di una crescita vertiginosa della disoccupazione fra i giovani tra 18 e i 24 anni in possesso di laurea, il governo inglese aveva già cercato di porre rimedio, creando un piano, demominato The Graduate Talent Pool, che facesse incontrare domanda e offerta, oltre ad istituire fondi per sostenere 10.000 tirocicini nelle piccole imprese. Azioni che però si sono rivelate poco efficaci dal momento che a detta di circa il 48% delle imprese della suddetta ricerca non ci sono offerte di lavoro per nessun livello, mentre il 39% ha espresso chiaramente l’esigenza di un grado d’esperienza nettamente superiore a quello dei neolaureati. L’unica lieve nota di sollievo si presenterebbe, secondo la metà delle imprese intervistate, nel caso in cui il governo si impegnasse a dare delle sovvenzioni alle aziende che accolgono neolaureati, benchè la maggior parte dei potenziali datori di lavoro converga sul fatto che la selezione del candidato è basata più sulle sue competenze e sul livello d’esperienza, che sul tipo di laurea.
Insomma, dove vai se l’esperienza non ce l’hai?

Data: 8 gennaio 2010

Coppola: Italia… patrigna

di Maria Teresa Melodia

Francis Ford CoppolaSiamo un paese in cui i padri divorano i figli. Parola di regista e che regista. L’ italo-americano, Francis Ford Coppola, al Torino Film Festival per presentare l’ultima fatica cinematografica Tetro, ha parlato del nostro paese al quotidiano La Stampa: “Amo l’Italia ma mi rende triste. Non offre opportunità ai giovani. In giro per il mondo, persino in Messico o Guatemala, trovi ragazzi italiani che cercano occasioni di lavoro. Per avere un futuro ci vogliono buoni genitori alle spalle. I padri italiani, invece, sono come quelli dei miei film, vogliono tutto per se stessi, i soldi, le ragazze, il centro dell’attenzione. Sono addirittura capaci di rubare la fidanzata ai figli, come in Tetro” .

Affermazioni, quelle del regista del Padrino che fanno sobbalzare, se non altro per l’inconscia punta di orgoglio nazionale che è ancora viva in ognuno di noi, ma anche parole che fanno riflettere e pensare in modo istintivo alle tipologie di ‘padri’ nell’ Italia contemporanea.

I padri ‘di sangue’ che fanno di tutto per tenere le cose in famiglia e tramandare la loro ‘proprietà’ al figlio, padri per i quali non c’è spazio per i figli altrui, anche se bravi e talentuosi. La discriminante non è il merito, ma lo è il far parte del circolo dei parenti o degli amici stretti.

Poi ci sono i padri intesi come i maestri professionali, i ‘capoccia delle imprese’, i politici e i dirigenti, quelli che decidono a chi assegnare il posto in azienda, su quali persone puntare e a quali dare spazio, quelli che possono decidere se investire sui giovani e su quali, se allevarli, o spremerli con stage o contratti a progetto poco lungimiranti.

Le loro scelte sono attutite da altri padri ancora, i padri di famiglia che hanno fatto di tutto per assicurare ai figli l’ avvenire migliore e che si trovano a pagare le spese straordinarie dei loro stessi ‘bambini’ laureati, giovani, precari e insicuri con retribuzioni minime, che poi sono quelli che il ministro Padoa Schioppa aveva definito i bamboccioni.

Data: 20 novembre 2009

Laurearsi al tempo della crisi

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Dalla Gran Bretagna arriva una notizia da far paura: rispetto all’anno scorso, i neolaureati disoccupati sono aumentati del 44%, avete letto bene: quarantaquattro percento. Il dato fa il paio con un altro: il 7,9% dei laureati del 2008, a gennaio di quest’anno stava ancora cercando lavoro.
Peter Orszag, il direttore del Bilancio dell’amministrazione Obama, parlando nei giorni scorsi agli studenti della New York University, ha fatto un discorso molto chiaro agli studenti che affollavano l’aula magna della Wagner School: anche dopo la crisi ci vorranno anni, almeno 15, perché i salari ritorni ai livelli precedenti.

Secondo Orszag, che con i suoi 40anni è il più giovane collaboratore di Obama, chi si laurea quando c’è disoccupazione deve accettare salari più bassi di almeno il 6%.

In Italia, invece il punto dei giovani laureati senza lavoro non è all’ordine del giorno, né nell’agenda politica.

Eppure il problema esiste, anche se è vero che l’economia italiana, meno finanziarizzata di quella americana e britannica e con un sistema bancario meno compromesso, ha retto un po’ meglio all’urto della crisi.

Campus in edicola dedica alla questione un’ampia inchiesta, con le voci dei neolaureati raccolte in quattro grandi career-day da Nord a Sud (eccone un estratto da CampusTv)

E continueremo ad occuparcene aumentando lo spazio e l’attenzione a questi temi.

Data: 13 novembre 2009
Campus
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