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Manager di se stessi per reagire

di Maria Teresa Melodia

ragazziSono stati etichettati con l’odioso termine Bamboccioni seguito dalla generalizzazione dell’epiteto Neet (Not in education, employment or training). Sono i giovani di una generazione che il Presidente Napolitano ha definito “inascoltata” e in attesa di risposte.
Dopo un 2010 negativo, tra picchi di disoccupazione, proteste e sfiducia crescente, un segnale positivo per captare le opportunità arriva da una capacità auto imprenditoriale, almeno secondo Irene Tinagli che su La Stampa titola: “Gli studenti saranno manager di se stessi”. Il punto di ri-partenza? Quello degli studi. L’importante è che siamo quelli giusti. “La vera sfida sarà soprattutto rafforzare la loro capacità economico-imprenditoriale, da affiancare a qualsiasi tipo di specializzazione, scientifica o umanistica, tecnica o artistica”, sottolinea Tinagli. Insomma, un modo per tirarsi fuori da una situazione di stallo con le proprie braccia, grazie a doti organizzative e gestionali supportate dallo sviluppo di nuove idee. E ad affiancare una base solida di intuizioni e competenze di altissimo livello, un aiuto economico arriva dai talent scout finanziari, i cosiddetti “venture capital“. Una tendenza emersa negli ultimi anni nei quali si sono moltiplicate iniziative volte a promuovere l’imprenditorialità a 360 gradi. Quindi, se il posto fisso rimane una chimera, il rischio e l’investimento su se stessi sembra essere la via da intraprendere. Che tra privati e innovazione si ricrei addirittura una nuova Italia?

Data: 27 dicembre 2010

Perché i talenti fuggono?

di Maria Teresa Melodia

tinagli_grandeL’articolo di Irene Tinagli, intitolato Perché non siamo un Paese per scienziati e pubblicato su La Stampa.it, suona come un appello alla classe politica e accademica italiana.
Una classifica della Virtual Italian Academy, associazione di accademici espatriati che valuta la performance in termini di pubblicazioni e di impatto accademico di 400 ricercatori italiani, ci ricorda infatti che tra i migliori cervelli Italiani due su tre lavorano all’estero.

Se su 400 nomi di grandi cervelli, in 268 lavorano ancora in Italia, circa 6 su 10, il punto è, come sottolinea la Tinagli, che tra i migliori 20 solo 7 lavorano in Italia, gli altri 13, ovvero il 65%, sono tutti fuori. Allargando la lista ai top 50 le cose non migliorano molto: quasi il 60% dei migliori 50 è all’estero”. Non solo gli altri Paesi ci rubano tutti quelli più bravi, ma significa che, come sottolinea la Tinagli, “chi è andato all’estero, pur avendo già una marcia in più, ha trovato le condizioni giuste per poter sfruttare questa marcia e correre più veloce verso la meta”.

E’ una questione di contesto in cui si forma e opera la produttività intellettuale. In Italia, come emerge dalla classifica, non ci sono le condizioni per crescere e affermarsi, e neppure quelle per formare le nuove generazioni di scienziati. In Paesi come gli Usa, la Francia, la Svizzera, vige un sistema oliato, che come puntualizza la Tinagli, non a caso Docente all’Università Carlos III di Madrid, non solo garantisce all’individuo bravo l’opportunità di lavorare bene e di emergere, ma dà a tutto il sistema di ricerca nazionale una continuità fondamentale per contribuire al benessere e alla crescita del Paese”. Ulteriore aspetto che evidenzia sempre su La Stampa Flavia Amabile è poi che proprio i cervelli italiani più giovani con meno di 55 anni sono all’estero. Quelli che ce l’hanno fatta senza fuggire hanno tutti più di 55 anni.

Come conclude la docente collaboratrice de La Stampa ci vogliono qualità come costanza, consapevolezza, lungimiranza, dentro e fuori le università, che implicano uno sforzo collettivo, economico e culturale. Per questo l’emergenza italiana è quella di lavorare di più sulle condizioni per creare un sistema motivante e funzionale, affinché chi resta in patria possa essere produttivo al pari dei propri colleghi all’estero. Per superare una situazione anomala in un Paese con così tanti talenti.

Data: 1 settembre 2010

Uk/La tassa sulla laurea

di Maria Teresa Melodia

london_bigbenbusIn Inghilterra si cambia, forse: con la crisi ci sono meno fondi e più domande di iscrizione e quindi? Quasi metà delle aspiranti matricole non entrerà negli atenei. Come riporta il quotidiano La Stampa, Vince Cable, ministro alle Attività produttive – con delega all’istruzione secondaria – e numero due del partito Liberaldemocratico ha presentato la riforma del “prestito di studio” introducendo una tassa sulla laurea.

Nella pratica? Una “tassa” da versarsi una volta terminati gli studi che tenga conto della differenza del reddito, cioè da pagare in percentuale variabile sui guadagni futuri, secondo il principio che non è giusto che le rette siano uguali per tutti – come invece accade oggi in Inghilterra, dove per far fronte alle spese d’iscrizione e al costo della vita affrontato durante gli anni universitari, gli studenti britannici – nonché i cittadini europei – possono chiedere un prestito alla Student Loans Company, una specie di “banca” creata appositamente dal governo che di fatto anticipa tutte le spese. Dopo la laurea, quando s’inizia a percepire un reddito lordo annuo di almeno 15 mila sterline, scatta l’estinzione del debito (pari a circa al 9% del salario del neolaureato). Dovesse tradursi in realtà, la proposta avanzata da Cable andrebbe a intaccare il principio d’uguaglianza a favore di contribuzioni variabili.

E se oltremanica si cerca di delineare una riforma che garantisca al Regno Unito un sistema competitivo eppure sostenibile, in Italia, il prestito d’onore, frutto di un accordo stipulato nel 2008 tra l’allora Ministro delle Politiche Giovanili Giovanna Melandri e L’Abi, l’Associazione Bancaria Italiana, è stato finora poco utilizzato a causa di procedure troppo complesse.

Come riporta il quotidiano torinese, l’attuale Ministro Meloni ha rinegoziato l’accordo, portando la cifra da 5 mila a 15mila euro e semplificandone la procedura. Novità che entreranno in vigore nel 2011 dopo che ad ottobre ci sarà la campagna di comunicazione e un sito dedicato.

Data: 29 luglio 2010

I social network: una cosa serissima

di Maria Teresa Melodia

Occhio alla vostra reputazione digitale! Tradotto: prima di postare qualcosa online direttamente associabile al vostro nome, pensateci. Che sia un blog, twitter, la vostra pagina Facebook con relative foto, l’azienda alla quale avete mandato il curriculum potrebbe consultarlo e fare un primo screening sulla base delle informazioni disponibili su di voi.

Ne ha scritto, tra il serio e il faceto, Valerio Mariani su La Stampa.it, in un articolo nel quale il giornalista racconta di aver ricevuto dei comunicati sull’argomento: “Reputazione online e ricerca del lavoro: molte le aziende che consultano i Social Network per le referenze dei candidati” sunto di una ricerca congiunta Adecco, 123People e Digital Reputation. E un altro: “Social network e business: l’Italia è in ritardo” , altro sunto di una ricerca commissionata da Regus.

Da Linkedin, come conferma il giornalista de La Stampa, sempre più spesso le agenzie di ricerca lavoro contattano i potenziali candidati, nonostante spesso dimostrino poca conoscenza del mezzo, soprattutto per ricercare profili nuovi richiesti dalle aziende clienti di cui spesso neanche loro sanno tracciare le linee guida.

Secondo la ricerca Adecco, citata dal quotidiano torinese, il 36% dei responsabili delle Human Resources dice di ricorrere all’online per approfondimenti e verifiche su referenze e contatti professionali, ma anche per scoprire informazioni private sul candidato. E benchè, secondo la ricerca di Regus, solo il 22% delle aziende italiane ha stanziato un budget per specifiche attività di marketing sui social network (contro la media del 27% nel mondo), se anche voi come Mariani vi chiedete cosa siano i social network per un’azienda, nel dubbio, tra un giochetto per recruiter curiosi o uno strumento potente di self-marketing, magari da oggi, controllate che il vostro profilo su Facebook non sia totalmente aperto, ed evitate foto in qualche modo compromettenti… gli head hunter potrebbero sguazzarci.

Sul tema qui potete vedere Overexposed, il video vincitore del 2010 Trend Micro Internet Safety Video Competition, che, ironizzando su un verosimile colloquio di lavoro tra un giovane candidato “sprovveduto” e un selezionatore “spione” si conclude con un monito: Next time you’ll apply for a job, remember: don’t overexpose yourself online! La prossima volta che ti candidi per un lavoro, ricorda, evita di sovraesporti online.

Insomma, una buona reputazione online è sempre più importante in un mondo sempre più connesso. Candidato avvisato, mezzo salvato!

Data: 19 luglio 2010

Per un Paese con meno Baroni

di Maria Teresa Melodia

BARONI_NERIIn un Paese che ha la classe accademica più anziana dell’Occidente, il Pd propone la pensione anticipata a 65 anni (invece che a 72) per i docenti universitari. L’obbiettivo della manovra? Fare spazio ai giovani ricercatori che troppo spesso entrano in ruolo a 40 e passa.

E come scrive La Stampa.it sembra che “lo «shock generazionale» sia il primo dei 10 capitoli che compongono uno dei cinque documenti messi ai voti sabato all’assemblea del Pd, chiamata alla conta da Bersani sui temi cardine del «Progetto Italia»: lavoro, università, riforme e giustizia, Europa e green economy”.

I Democratici, nell’ennesimo tentativo di riposizionamento, decidono quindi di rivolgersi alle nuove generazioni, attraverso i temi concreti che più stanno a cuore a uno stuolo di precari. Per lanciare un segnale ai giovani, i delegati del Pd dovranno votare anche a favore del contratto unico per la ricerca, altro pilastro della proposta: “Oggi – spiega Meloni – esistono svariate forme contrattuali, di ricercatori che guadagnano 1000 euro e sono privi di tutele assistenziali e previdenziali. Il contratto unico non raddoppia i costi per gli atenei, a cui verrebbero applicate le agevolazioni dei contratti di formazione”.

E per gli studenti? Come riporta il quotidiano torinese, il terzo cardine della rivoluzione promessa poggia sullo slogan «Erasmus in Italia» per promuovere la «mobilità geografica e sociale» degli studenti: a ognuno sarebbe collegato un «voucher» che può spendere se è in corso, nell’università che preferisce, «con un piano per le residenze universitarie e contributi all’affitto per i fuorisede». Per bilanciare i costi l’introduzione di un altro principio, riferito alle fasce di reddito alte: «Chi andrà fuori corso deve sapere che le sue tasse universitarie potranno aumentare, costituendo così un fondo per i più meritevoli»

Primi passi per smuovere le acque, per creare spazi in nome della meritocrazia, più che dei giovani in senso lato.

Ma rimarranno chiacchiere (già sentite)? O saranno fatti?

Data: 19 maggio 2010

Dov’è il futuro dei giovani meridionali?

di Maria Teresa Melodia

StudentiL’articolo di Giovanni Marinetti, pubblicato ieri dal magazine della Fondazione FareFuturo, propone un’interrogativo che, tristemente, si ripete da anni – Ma perché al Sud la politica non pensa ai giovani? Nel meridione c’è il boom dei giovani “NEET”(not in education, employment on training), ovvero circa 500.000 anime, che non studiano, non fanno training professionale, non lavorano. Quale futuro per i giovani meridionali? Secondo Francesco Delzìo, autore del libro La Scossa. Sei proposte shock per la rinascita del Sud, siamo di fronte a una “generazione bruciata, uno spreco inaccettabile di capitale umano e di vite individuali”.E i politici? Indifferenti. Stanno a guardare, fino a quando non arriva la campagna elettorale e parlare di giovani e lavoro porta voti.

Serve, come invoca Marinetti, che la politica inizi a parlare a quei giovani di progetti seri e convincenti. Serve che la politica arrivi prima delle mafie, proprio perché un bacino di ragazzi-zombie è la più grande vittoria delle mafie, è la dimostrazione che lo Stato ha fallito. Per questo, urgono dalla politica risposte concrete, che si chiamano opportunità, per quei ragazzi che decidono di non abbandonare il proprio territorio, per offrire a chi resta l’occasione di un cambiamento, non solo economico.
Proprio sul divario culturale tra nord e sud, sono usciti, recentemente, su La Stampa, i dati della Fondazione Giovanni Agnelli, dai quali emerge un’Italia spaccata in due sul tema dell’istruzione: i giovani meridionali hanno un anno e mezzo di ritardo nella preparazione rispetto a quelli del Nord e sanno quello che sa uno studente immigrato. Oggi è un dato di fatto: nascere al Sud punisce gli studenti. Ed è una vergogna, perchè in una società democratica, il diritto a una buona istruzione è la condizione primaria per la libertà.

Data: 2 marzo 2010

Dov’era Luca Ricolfi?

Ricolfi

La riforma Gelmini, o almeno la sua architettura perché il disegno di legge dovrà passare sotto le forche caudine del Parlamento, ha sollecitato molti editorialisti a occuparsi di università.
Lo ha fatto, ieri, dalle colonne de La Stampa di cui è firma autorevole, il sociologo Luca Ostilio Ricolfi, ordinario presso la facoltà di Psicologia dell’Università di Torino.

“Il clima è cambiato”, scrive, “è finita un’epoca”. Quale? Quella “in cui le università avevano mano libera nelle promozioni dei candidati locali, spesso pessimo. (…) in cui i clan accademici la facevano da padroni, (…) in cui si sapeva che i bilanci in rosso sarebbero stati ripianati, (…) si potevano moltiplicare impunemente i corsi di laurea (…) in cui i risultati non venivano utilizzati per premiare i migliori” e via stigmatizzando.

La domanda che sorge spontanea è dove stesse, il professor Ricolfi, in quell’epoca e di che cosa si occupasse. Visto che insegna dal 1989, sarebbe interessante vedere a quanti consigli di facoltà ha partecipato e come ha votato in questi anni o, meglio, quante volte ha fatto mettere a verbale,  eventualmente, il suo dissenso.

Da chi usa questi toni da orazione civile, il minimo che ci si possa aspettare è che almeno una volta, una volta sola, si sia incatenato alle porte del rettorato.

A meno che – e questo è possibile – le facoltà di Economia e di Scienze della formazione, poi di Psicologia in cui Ricolfi ha insegnato ed insegna, siano state e siano oasi felici.

Data: 30 ottobre 2009

A Parma, il professor Tartufo

 Il Tartufo di Molière

“Buttiamo la zavorra dei non professori”:  su Tuttoscienze de La Stampa, di mercoledì scorso, il professor Giacomo Rizzolati, fisiologo dell’Università di Parma, ha vergato un duro articolo sui suoi colleghi che non fanno ricerca.

Il professore invoca, come criterio di valutazione, l’ausilio di Google Scholar, il potentissimo motore di ricerca scientifico messo in piedi da Brin e Page, e che monitora le citazioni a convegni scientifici: un indice di quanto i lavori di ricerca siano fertili, cioè diano spunto ad altri studiosi per ulteriori speculazioni.

E per essere più chiaro il professore esemplifica:  “Con questo giochino”, scrive,  “in mezz’ora vi sarà chiaro che la ‘famosa’ psicologa che dirige il dipartimento della vostra università ha un lavoro citato una decina di volte (molto poco se si le autocitazioni) e poi basta. Gli altri suoi lavori sono stati citati al massimo due volte. In altre parole non ha mai fatto niente”.

Insomma un ritratto in piena regola, omettendo semplicemente il nome della collega-fannullona.

Ma è del tutto evidente che, nell’ambiente accademico di Rizzolati, si sappia benissimo a chi ci si riferisce.

Stupefacente.

Come pensano di essere credibili, questi censori, se difettano così clamorosamente di stile? Come si fa a dettare la linea in fatto di morale, gettando il sasso, ma poi tartufescamente nascondere la mano? Conosce una collega che non lavora? Addirittura direttore di dipartimento? Cominci a scriverne nome e cognome. Anche perché tutte le docenti italiane che dirigono dipartimenti di Psicologia potrebbero giustamente prendere cappello.

Stupefacente che anche Tuttoscienze non eccepisca.

Data: 4 dicembre 2008
Campus
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