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Le proteste creative dei collettivi di Brera

di Claudia Cervini

Quarto statoAnche il presidente Napolitano incontra, per caso, gli studenti e firma loro un assegno simbolico di 300 milioni di euro, come riporta Il Corriere della sera Milano.

L’incontro con la delegazione di universitari è avvenuto ieri a Brera, mentre il presidente della Repubblica visitava il museo in compagnia del sindaco Letizia Moratti. Gli studenti del collettivo Autart, eludendo la sorveglianza, si sono avvicinati a Giorgio Napolitano e gli hanno consegnato una lettera con le ragioni della protesta delle Accademie delle Belle Arti e un assegno finto intestato a Cultura, Istruzioni e Liberi saperi.

Quella di Brera non è l’unica protesta creariva che ha animato il centro di Milano ieri pomeriggio. Anche il Museo del Novecento, aperto al pubblico da inizio settimana, ha ospitato ignaro una performance del collettivo. Gli studenti, sono diventati attori davanti al celeberrimo Quarto stato di Pellizza da Volpedo, riproponendosi come braccianti in sciopero di inizio Novecento e proponendo  un’analogia tra il cammino dei lavoratori e quello degli universitari. La performance non è stata gradita dalla vigilanza del museo che ha allontanato i manifestanti accompagnandoli all’uscita.

Gli studenti hanno annunciato altre mobilitazioni, previste per oggi, all’Accdaemia di Brera.

Data: 9 dicembre 2010

Perchè andare all’università?

di Maria Teresa Melodia

uniAnche l’America s’interroga: vale ancora la pena frequentare l’università? Una spesa sempre più costosa, che spesso non si traduce nell’“investimento” sperato: completato il ciclo di studi, sono infatti in crescita gli studenti che hanno difficoltà a trovare lavoro.

Dalle colonne del cliccatissimo The Huffington Post, Bob Samuels, Presidente dell’ University Council – American Federation of Teachers (istituzione che accorpa le facoltà e i docenti dei campus dell’ Università della California) e docente all’UCLA (University of California, Los Angeles), sottolinea quanto sia importante soffermarsi su cosa l’istruzione universitaria possa fare per gli individui, in quanto persone e in quanto nazione.

Le università insegnano a chi le frequenta ad analizzare, comunicare e collaborare, specifica Samuels, abilità fondamentali per partecipare alla società civile e riuscire nella professione che ognuno sceglie di fare. Quello che i datori di lavoro ricercano nei candidati, spiega Samuels, consiste non solo nell’essere ottimi scrittori, efficaci speaker e analizzatori, ma soprattutto nell’essere dei laureati che sappiano comportarsi in modo etico, che siano motivati e in grado di lavorare bene in team. Il fatto, puntualizza il docente americano, è che spesso questo non viene insegnato nelle università.

Esami standardizzati, lezioni ad altà densità numerica, sistema competitivo di valutazione sono alcuni dei fattori che fanno sì che molti studenti diventino dei passivi consumatori di conoscenza, concentrati sui voti, prosegue il docente dell’UCLA, ma malgrado tutti i problemi dell’istruzione universitaria, aggiunge, spesso le università riescono ad insegnare ai giovani allievi ad essere adulti responsabili e pensatori critici e creativi. A volte questo percorso ha il suo compimento a lezione, all’interno delle mura degli atenei, altre volte ancora sono gli studenti a scoprire da soli il percorso più adatto a loro.

Non importa il come. Ciò che evidenzia Samuels è che le università danno agli studenti il tempo e lo spazio per conoscere loro stessi e il mondo che li circonda e dal momento che la nostra società si preannuncia sempre più multi-tasking e ad alta tecnologia, è proprio l’educazione universitaria che può offrire una chance per capire come usare e produrre conoscenza. Per questo l’educazione universitaria deve diventare una priorità nazionale sulla quale una Nazione, qualunque essa sia, deve poggiare per svilupparsi in modo etico e responsabile.

Data: 4 agosto 2010

Dov’è il futuro dei giovani meridionali?

di Maria Teresa Melodia

StudentiL’articolo di Giovanni Marinetti, pubblicato ieri dal magazine della Fondazione FareFuturo, propone un’interrogativo che, tristemente, si ripete da anni – Ma perché al Sud la politica non pensa ai giovani? Nel meridione c’è il boom dei giovani “NEET”(not in education, employment on training), ovvero circa 500.000 anime, che non studiano, non fanno training professionale, non lavorano. Quale futuro per i giovani meridionali? Secondo Francesco Delzìo, autore del libro La Scossa. Sei proposte shock per la rinascita del Sud, siamo di fronte a una “generazione bruciata, uno spreco inaccettabile di capitale umano e di vite individuali”.E i politici? Indifferenti. Stanno a guardare, fino a quando non arriva la campagna elettorale e parlare di giovani e lavoro porta voti.

Serve, come invoca Marinetti, che la politica inizi a parlare a quei giovani di progetti seri e convincenti. Serve che la politica arrivi prima delle mafie, proprio perché un bacino di ragazzi-zombie è la più grande vittoria delle mafie, è la dimostrazione che lo Stato ha fallito. Per questo, urgono dalla politica risposte concrete, che si chiamano opportunità, per quei ragazzi che decidono di non abbandonare il proprio territorio, per offrire a chi resta l’occasione di un cambiamento, non solo economico.
Proprio sul divario culturale tra nord e sud, sono usciti, recentemente, su La Stampa, i dati della Fondazione Giovanni Agnelli, dai quali emerge un’Italia spaccata in due sul tema dell’istruzione: i giovani meridionali hanno un anno e mezzo di ritardo nella preparazione rispetto a quelli del Nord e sanno quello che sa uno studente immigrato. Oggi è un dato di fatto: nascere al Sud punisce gli studenti. Ed è una vergogna, perchè in una società democratica, il diritto a una buona istruzione è la condizione primaria per la libertà.

Data: 2 marzo 2010

L’Italia ventunesima in Europa per la spesa per l’istruzione

Secondo i dati forniti da Eurostat l’Italia è ventunesima in Europa nella spesa per l’istruzione, pari al 4,4% del prodotto interno lordo. La media europea è il 5% del pil.

Il dato aggrega cifre nazionali, regionali e locali di scuole e università e anche ministeri e dipartimenti della pubblica istruzione, servizi e ricerca.

L’Italia è seguita in classifica soltanto da Repubblica Ceca (4,2%), Spagna (4,2%), Grecia (4%), Slovacchia (3,8%) e Romania (3,5%).

Data: 12 gennaio 2009
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