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“E se domani”… Giovani precari crescono

di Claudia Cervini

studenti1La fotografia arcigna scattata dall’Istat qualche giorno fa (di cui abbiamo dato notizia qui) sulla disoccupazione giovanile, la manifestazione di protesta spagnola degli “Indignados” – giovani che chiedono un futuro “digno” – le parole di Papa Benedetto XVI: “il lavoro intermittente compromette il futuro dei giovani”, pronunciate ieri in Santa Maria Maggiore in occasione del rosario per il 150ario dell’Italia, puntano, finalmente, tanti riflettori sulla questione giovanile nel Belpaese.

Tanto che ieri in prima serata su Rai 2, ad Anno Zero – nonostante il sommario forviante della trasimissione E se domani… Cosa accadrà dopo i ballottaggi – si è parlato (quasi esclusivamente) di occupazione, precariato, flessibilità, sfruttamento, insomma, di questione giovanile. Una fotografia dell’Italia difficilmente contestabile, realizzata anche attraverso collegamenti con le piazze zeppe di giovani precari in protesta, da piazzale Aldo Moro a Roma (sede del Cnr) a Puerta del Sol a Madrid, dove la fiumana radunatasi anche nelle piazze limitrofe parla, per voce di alcuni manifestanti, di “crisi ideologica e non economica del Paese”.

In studio c’è chi parla di “precarietà che rimbalza dal mercato del lavoro al mercato della vita“, come fa Nichi Vendola, chi parla, come fa invece Bruno Tabacci di “rottura dell’ascensore sociale” aggiungendo che “senza crescita si rompe il futuro” e chi come Maurizio Lupi riconosce questa “innegabile” parte consistente dell’Italia, affermandoche però non è l’unica. Lupi afferma inoltre che a fronte della drammaticità dei dati Istat ci sono posti di lavoro inevasi: “le imprese di Confartigianato chiedono manodopera che non arriva; in Italia esiste un problema educativo prima che occupazionale, una mentalità che spinge a rifiutare lavori manuali, considerati umili e quindi rifiutati. La legge non stabilisce il lavoro a tempo indeterminato“, continua Lupi, “è l’incontro tra domanda e offerta, tra imprenditori e lavoratori che determina il lavoro e il contratto”, che però andrebbe tutelato dalla legge, come aggiunge Michele Santoro: “ci sono tanti comparti del sistema economico-sociale del nostro Paese che senza questi precari non funzionerebbero (20mila precari tra i vigili del fuoco, tanto per fare un esempio) e quindi bisogna anche chiamere le cose con il loro nome: sfruttamento“.

In piazzale Aldo Moro infatti ci sono anche medici, vigili del fuoco e non solo quel pezzo d’Italia che viene abitualmente riconosciuta in situazione di precariato, per esempio quella dell’università e della ricerca.

Insomma una fotografia che spazia da Napoli e Genova, con Fincantieri che chiude due stabilimenti, a Roma con Teleperformance, colosso dei call-center che licenzierà nella sede di Fiumicino 300 persone e 1.400 operatori in tutta Italia assunti quattro anni fa a tempo indeterminato, offrendo alle nuove leve un contratto a progetto a tre euro l’ora. Insomma, tra questi non ci sono soltanto giovani, ma ci sono anche loro. E soprattutto sono loro in piazza a Roma, a Puerta del Sol e in altre piazze italiane e mediterranee. Nel bene o nel male, finalmente ora si parla di emergenza giovanile. Se ne è parlato a Siracusa all’Assise nazionale giovani e futuro, organizzato dall’organizzazione non profit Junior Achievement, se ne parla ora in prima serata tv. Forse un primo passo…

Data: 27 maggio 2011

Under 30: 500mila disoccupati in più

di Claudia Cervini

Disoccupazione-giovanile-in-salitaL’Istat presenta a Montecitorio, per voce del presidente dell’Istituto Enrico Giovannini, il nuovo rapporto annuale e lancia un nuovo allarme disoccupazione. 532mila occupati in meno nel 2009/2010 rispetto al biennio precedente. A fare le spese della crisi sono soprattutto i giovani under 30 tra i quali si registrano 501mila occupati in meno nel biennio citato, mentre tra gli over 50 si è registrato addirittura un incremento occupazionale con 291mila unità in più al lavoro (+ 5 per cento): uno scontro generazionale in piena regola che vede i giovani soccombere. In mezzo ai due estremi ci sono gli over 30 anch’essi vittime della crisi con 322mila unità lavorative in meno.

Anche la scuola fa le spese della crisi, o meglio, le fanno i ragazzi che la abbandonano: saliti al 19 per cento nel 2010 (22 per cento uomini e 15,4 per cento donne). Numeri ben lontani da quelli fissati dal piano per lo sviluppo e l’occupazione dell’Ue che mette una sbarra al 1o per cento. Sono tanti anche i giovani tra i 20  e i 24 anni che hanno abbandonato gli studi senza un diploma si scuola superiore sono il 14,4 per cento, stando alla media europea.

Affrontando gli effetti sociali della crisi appena trascorsa, Giovannini ha commentato: “I giovani e le donne hanno pagato in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte di rientro sul mercato del lavoro, le quali ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità. Una quota”, continua, “sempre più alta di giovani scivola, non solo nel Mezzogiorno, verso l’inattività prolungata, vissuta il più delle volte nella famiglia di origine, e verso bassi livelli di integrazione sociale, soprattutto per quelli appartenenti alle classi sociali meno agiate”.

Di nuovo un allarme giovani, dunque, in particolare un allarme occupazione che potrebbe essere suonato troppo tardi se l’inattività giovanile si dovesse trasformare in una forma di disoccupazione strutturale.

Data: 24 maggio 2011

Giovani: disoccupazione record

di Claudia Cervini

studenti1L’Istat pubblica stime e dati provvisori sulla disoccupazione giovanile nel Belpaese che fanno accaponare la pelle: il 29 per cento dei giovani tra i 15 e i 24 anni a dicembre erano disoccupati, contro il 28,8 per cento di disoccupati a novembre.   Mai così alto, dall’inizio delle serie storiche mensili,  il tasso di disoccupazione under 25, che raggiunge i livelli toccati nel 2004.

Mentre cala la disoccupazione generale (dati relativi all’ultimo bimestre), così come diminuiscono le persone in cerca di lavoro e i dati relativi all’occupazione sono stabili, è in aumento solo la disoccupazione giovanile.

Al contrario il rapporto  Il lavoro a Milano presentato ieri da Assolombarda, Cigl, Cisl e Uil, rincuora un po’ i  lombardi, giovani e non, che vedono passare la disoccupazione nella loro regione dal 5,2 per cento al 5,1 per cento. Una lieve inversione di tendenza che speriamo trovi conferma nei dati di Milano relativi al terzo trimestre, che non sono ancora disponibili.

Un lieve miglioramento quindi, per quanto riguarda la Lombardia, rispetto alla situazione fotografata dall’Istat a partire dallo scoppio della crisi. Nel 2009 gli occupati milanesi risultavano essere 1,8 milioni, mentre 4,3 milioni il totale degli occupati in regionea. Poi la crisi ha fatto sentire i suoi effetti: raggiungendo un  picco di disoccupazione del 6 per cento.

Non si sa ancora come finirà, ma i dati relativi al terzo trimestre, divulgati da Assolombarda, fanno ben sperare.

Data: 1 febbraio 2011

“Noi Italia”, un Paese di Neet

di Claudia Cervini

noiitalia2011Not in education, employment or training. L’acronimo Neet, coniato da alcuni enti governativi anglosassoni per definire i giovani che non studiano, non lavorano e non si aggiornano, putroppo è sempre più utilizzato ed efficace. Anche alla luce degli ultimi dati Istat raccolti nel dossier Noi Italia dove emerge che un giovane su cinque non ha un lavoro e non crede di trovarlo,  risultato: quasi il 20 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni non lavora e non studia. Questi dati, drammatici anche per quanto riguarda il lavoro femminile (una donna su due non lavora e nemmeno cerca un impiego), posizionano l’Italia ai piedi della “classifica” UE: il Belpaese – eterno fanalino di coda – si posiziona al penultimo posto, seguito solo da Malta.

I Neet di età compresa tra i 15 e i 29 anni sono invece più di 2milioni (il 21,2 per cento).

Oltre ai Neet ci sono anche i disoccupati: il tasso di disoccupazione tra i giovani che hanno un’età compresa tra i 15 e i 24 è del 25,4 per cento, mentre la media europea è pari al 19,8 per cento (dato comunque elevatissimo).

Data: 20 gennaio 2011

Giovani: l’antidoto per la disoccupazione

di Claudia Cervini

studenti12 milioni e 175mila persone in cerca di lavoro, la maggior parte dei quali sono giovani. Di fronte ai dati disarmanti pubblicati dall’Istat qualche giorno fa sulla disoccupazione giovanile salita ormai al 30 per cento, raggiungendo il livello del gennaio 2004, il ministro del lavoro Sacconi aveva prontamente annunciato una “cabina di regia per proporre nuove iniziative” e tentare nuove strade.

Infatti, mentre il tasso di disoccupazione complessiva resta stabile all’8,7 per cento (contro una media europea del 10 per cento), per i giovani va sempre peggio.

La spesa annunciata dal governo in proposito è di 250 milioni di euro, dei quali 200 saranno stanziati dal ministero del lavoro e 50 dal ministero della Gioventù. L’obiettivo? Promuovere l’apprendistato nei lavori tradizionali, sostenere i cosiddetti giovani disoccupati cronici attraverso le agenzie per il lavoro e l’assunzione a tempo indeterminato degli under 35 con figli.

I sindacati e le associazioni consumatori oltre a invocare un investimento maggiore, chiedono riforme.

Intanto la Toscana fa da sé e stanzia 3 milioni in tre anni per casa, lavoro, stage, università e servizio civile. Un meccanismo virtuoso che prende avvio grazie ad accordi coi costruttori, con aziende private e prevede il sistema dei prestiti d’onore soltanto per la seconda laurea.

Data: 10 gennaio 2011

Italia, Paese di serie C

di Maria Teresa Melodia

calcioC: avete letto bene. Alessandro Rosina, docente di Demografia e autore insieme a Elisabetta Ambrosi del saggio Non è un paese per giovani (Marsilio), dal sito La Repubblica degli Stagisti, definisce l’Italia un Paese di serie C, quando si guarda al Meridione, di serie B nel caso del Nord. La serie A? Di certo è fuori dai confini nazionali, dove ci sono invece le opportunità che mancano in un Paese per giovani che deve ancora arrivare, che si aspetta, benchè le potenziali ci siano. Un Paese nel quale il flusso migratorio Sud–Nord si acuisce: “Secondo i dati Istat, tra i laureati meridionali che a tre anni dal conseguimento del titolo hanno un lavoro, il 40% si trova al Nord. Di questi, circa quattro su dieci hanno ottenuto una votazione di 110 su 110”, sottolinea Rosina. E così, chi è in C (il Sud) vuole passare in B (il Nord), chi è in B, in gamba e di talento, vuole andare in A, e allora? Succede che parte, per approdare nel mercato internazionale e aggiungersi ai cervelli in fuga, come ha ricordato di recente Irene Tinagli.

E succede che i talenti arrivati in serie A non vogliano più retrocedere. Davanti a loro “maggiori guadagni, ma anche la maggior disponibilità di risorse e finanziamenti per svolgere al meglio il proprio lavoro, oltre che il maggior riconoscimento delle capacità dei singoli e un progresso di carriera più trasparente e meritocratico”, prosegue Rosina.

Ma possibile che le capacità non vengano valorizzate, che, per usare un termine calcistico, la campagna acquisti migliore la facciano gli altri? “Maggior investimento in ricerca e sviluppo; un welfare che promuova i comportamenti virtuosi dei singoli; un mondo del lavoro meno ingessato ed inefficiente; un sistema culturalmente più aperto all’innovazione e alla formazione del capitale umano”, è la risposta del docente. In sintesi: attenzione alla qualità del capitale umano e alla sua valorizzazione per una maggiore competitività.

E chi di dovere se ne rende conto? L’ultimo “fuggito” lo racconta La Provincia Di Varese: Pietro Ceccuzzi, 32 anni, laureato, specializzato, ricercatore dell’università dell’ Insubria di Varese. Ha detto basta: piuttosto che la fame da biologo, meglio andare nella vicina Svizzera a lavorare come maestro in una scuola media per 3.000 franchi.

Data: 7 settembre 2010

Allarme dall’Unione Universitari

di Maria Teresa Melodia

Job WantedDopo il rapporto Istat sull’alta percentuale di under 25 senza impiego, Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell’Udu, l’Unione degli universitari, parla di “deriva del futuro per il nostro paese”, aggiungendo che “allo stesso tempo diminuiscono le immatricolazioni all’università degli studenti che provengono dalle fasce della popolazione economicamente più svantaggiate”.

Il rappresentante degli studenti ritiene che sia sempre più chiaro un dato: l’Italia sta “tornando verso una separazione di classi sociali creata ad arte dal governo che continua la sua opera di smantellamento dello stato sociale, agendo sul diritto al lavoro e sul diritto allo studio”.

La domanda è “a quale futuro è interessato il governo italiano?

Data: 2 settembre 2010

Neolaureati & disoccupati

unpaid_internships_jobs-279x300A spasso un giovane su quattro. Lo dice l’Istat: a luglio, fra gli italiani fra i 15 e i 24 anni, era senza lavoro il 26,8%. Esulta il ministro del Welfare, Sacconi, che ricorda come la percentuale sia migliorata dello 0,6% e che i dati europei siano ben più preoccupanti.

Per le migliaia di giovani che il prossimo anno conseguiranno l’agognata laurea, uno scenario preoccupante, anche perché si innesta in un trend – del tutto antecedente alla crisi – in cui le prospettive lavorative si dibattevano già intorno alle varie forme di lavoro precario.

Gli stessi giovani che, quando aprono il giornale, leggono di un accanito dibattito politico spesso incentrato sul nulla di turno: alcove passate-presenti e future, quartierini monegaschi, crisi di coscienza editoriali. Finché dura…

Data: 31 agosto 2010

E voi, pensate di emigrare?

di Maria Teresa Melodia

Secondo l’ultimo rapporto sul mercato del lavoro diffuso dall’Istat l’aumento della disoccupazione in Italia fra i ragazzi fra i 15 e i 24 anni è salito a maggio al 29,2% dal 29,1% di aprile e si tratta del dato più elevato dal 2004.

E se l’Italia sembra non offrire molto ai più giovani, e molte delle cronache recenti riportano gli italiani tra coloro che, più di altri, sono costretti, ma anche pronti, a “fuggire” all’estero, da una recente indagine di Eurobarometro (il servizio della Commissione europea, che misura ed analizza le tendenze dell’opinione pubblica in tutti gli Stati membri e nei paesi candidati) condotta su un campione di 27 mila europei, traspare un risultato inaspettato: i più “mobili” sono i danesi, mentre i meno pronti gli italiani. Infatti solo il 4 per cento degli italiani dice di immaginarsi in un lavoro in un’altra nazione. La percentuale più bassa di tutti e 27 i paesi coinvolti, come riporta anche il quotidiano La Repubblica.it.

Inoltre, nella classifica delle mete ambite per il lavoro l’Italia si piazza all’ottavo posto, superata dalla Spagna che, con la quarta posizione, è il primo paese “latino” tra le mete ideali degli europei. Il top nella testa degli europei è costituito dagli Stati Uniti (preferito dal 21% degli europei intervistati), nonostante il crollo finanziario abbia avuto origine proprio nel cuore tradizionale del capitalismo mondiale; seguono, un poco distanziati, il Regno Unito (scelto dal 16%) e poi l’Australia (15%).

Entra nella top 5 anche la Germania con il 12 per cento, e l’Italia viene preceduta dalla Francia e dal Canada, mentre con il 9 per cento delle preferenze, il nostro Paese supera mete come l’Olanda, la Nuova Zelanda, la Svezia e la Norvegia.

La molla principale per cambiare paese? La possibilità di guadagnare di più (lo dice il 35 per cento) e a guidare chi cerca un impiego fuori dai confini nazionali sono soprattutto i contatti personali, ma molti altri (il 43 per cento) fanno riferimento a Internet e a tutte le informazioni che possono recuperare attraverso la Rete. Circa uno su cinque invece chiede aiuto ai servizi pubblici per l’impiego o cerca da sé, quando riesce, un contatto diretto con un datore di lavoro all’estero.

Data: 19 luglio 2010

Giovani, l’esercito immobile. E se si muovesse…?

di Maria Teresa Melodia

300px-Personaggi_LEGOI dati parlano chiaro: la disoccupazione giovanile sale al 30% e come conseguenza molti giovani under 30 rimangono a casa con mamma e papà.
Su La Voce.info l’economista Daniela Del Boca e il demografo Alessandro Rosina descrivono i giovani italiani come un esercito immobile, una risorsa scarsa, più sprecata e meno valorizzata che altrove.

I due esperti, paragonando il nostro Paese al resto d’Europa, evidenziano come negli ultimi trent’anni i giovani nord-europei abbiano continuato a lasciare la famiglia presto, aiutati anche da adeguate politiche di promozione e protezione dell’autonomia; nel Sud Europa è invece iniziata una fase di progressivo prolungamento dei tempi di uscita. Ai fattori culturali si sono sovrapposti sempre più quelli economici, facendo consolidare un sistema coerente caratterizzato da bassi tassi di attività e inadeguato sostegno del welfare pubblico.
Tutta colpa della crisi? Non solo. Come scrivono i redattori de La Voce. info, secondo i dati di un’indagine condotta dall’Istat, tra i ventenni e i trentenni che a fine 2003 vivevano con i genitori, solo uno su cinque risultava essere uscito a inizio 2007. Tra chi aveva affermato a inizio periodo che sicuramente nei prossimi tre anni avrebbe conquistato una propria indipendenza, solo il 53%è riuscito effettivamente a farlo.

Altri dati scoraggianti arrivano anche dal recente rapporto Eurostat “Youth in Europe – 2009 Edition”. Se si considerano i tassi di attività nella fascia 25-29 anni, l’anomalia italiana emerge non solo dai livelli – da noi molto più bassi – ma anche dal legame con il titolo di studio. Negli altri paesi, già prima dei 30 anni i laureati si trovano in vantaggio rispetto a chi è meno qualificato. Solo da noi ciò non avviene

Il quadro è quello di un esercito immobile, “non reso attivo da chi guida il paese per creare sviluppo e ricchezza, ma nemmeno mobilitato “dal basso” per proteste e lotte contro gli squilibri generazionali. La conseguenza è un’economia che non cresce e una società che non si rinnova”, concludono Del Boca e Rosina.

E se questo esercito immobile iniziasse a darsi una mossa? Come? Iniziando a pretendere, unito e compatto, condizioni e tipologie contrattuali più eque come quelle previste dal contratto unico a tutele progressive proposto da Tito Boeri.

Data: 4 giugno 2010

Giovani vittime. Ecco il perché.

di Maria Teresa Melodia

laureato482.jpg_370468210“I giovani vittime della crisi” ha tuonato l’ultimo rapporto Istat. E perchè proprio loro?

Come riporta il Corriere della Sera, la fascia tra i 20 e i 34 anni è la più colpita dalla contingente crisi economica per cause molto chiare: la maggiore diffusione dei contratti di lavoro a termine (i primi a saltare) e la contrazione delle nuove assunzioni, stimata nel 20%. In più i salari di ingresso ristagnano in termini reali da quindici anni e a fronte di una ripresa lenta la tendenza sarà ad avere retribuzioni successive permanentemente più basse.

Il punto chiave? La differenza sempre più ampia tra insider e outsider, una differenza strutturale tanto che Pietro Ichino parla di “apartheid“. Aggravante è poi il deficit di rappresentanza che affligge il mondo dei giovani. Sindacati e partiti sembrano essere bravi solo ad emettere constatazioni e a fare gli interessi degli insider.

Che fare? “Il mercato del lavoro è da cambiare. Ma anche la formazione”, scrive sul Corriere Dario Di Vico. Oltre alla revisione del percorso formativo, Di Vico sostiene che sia necessaria una battaglia culturale che sradichi l’idea che un lavoro manuale sia in ogni caso da evitare. Insomma, in tempi di recessione la mentalità va adattata.
Ma sul lungo periodo, è veramente la più giusta la strada del “meno ambizioni e più buon senso”?

Data: 3 giugno 2010

Italia: un milione e 700mila giovani analfabeti digitali

di Claudia Cervini

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Nella generazione di Facebook, Twitter e Messenger, a sorpresa, l’ultimo rapporto Istat, riporta che oltre un milione e 700mila giovani italiani tra i 15 e i 29 anni non ha mai utilizzato il pc nell’ultimo anno, o addirittura non lo usa affatto. Non so quanti si aspettassero questa situazione, che all’alba del 2010, in un Paese cosiddetto sviluppato (se non avanzato) come l’Italia, sembra fantascienza.

Ancora una volta è il Sud a far crescere quello che in Europa è quasi un record negativo, insomma, nel Meridione i giovani internauti sono meno della metà rispetto al Nord.  Il digital divide però non miete vittime solo nel Meridione; come è evidente le coordinate culturali e sociali giocano un ruolo importante nell’uso del pc. La percentuale di emarginati tecnologici è infatti quadrupla tra i figli di operai rispetto ai figli di manager e professionisti.

La scuola italiana educa all’inclusione digitale? Poco, dice l’Istat a riguardo: tra i 6 e i 17 anni, solo 4 ragazzi su 10 usano il pc tra i banchi.

L’analfabetismo informatico è dunque ancora forte in Italia, nonostante si parli continuamente di generazione digitale. Sicuramente molti ragazzi “vivono” attaccati a cellulari, pc e conoscono tutte le nuove frontiere della comunicazione, ma molti altri, soprattutto tra le fasce socialmente più deboli, non conoscono ancora questo mondo. L’inserimento nel mondo del lavoro sarà dunque difficile per una parte di questi. Prima o poi si dovrà pur fare qualcosa.

Per fortuna che ci sono associazioni come il Biteb (Banco informatico tecnologico e biomedico, www.bancoinformatico.com), una Onlus nata per favorire l’accesso alla tecnologia da parte di realtà educative, sanitarie e assistenziali operanti in Italia e all’estero. Come opera? Attraverso il riutilizzo di computer, apparecchiature bio­mediche, macchinari e arredi tecnici dismessi, ma funzionanti. Dal 2006 hanno distribuito oltre 10mila apparecchiature a  organizzazioni non profit attive in tutti i campi, dall’assistenza ai migranti alla tutela ambientale, dallo sport dilettantistico all’inserimento lavorativo dei disabili e hanno sostenuto strutture sanitarie e assistenziali dei Paesi in via di sviluppo, facilitando loro l’accesso a tecnologie dismesse da ospedali italiani e offrendo supporto nella gestione dei beni, secondo criteri di professionalità ed efficienza.

Data: 1 giugno 2010
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