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Manager di se stessi per reagire

di Maria Teresa Melodia

ragazziSono stati etichettati con l’odioso termine Bamboccioni seguito dalla generalizzazione dell’epiteto Neet (Not in education, employment or training). Sono i giovani di una generazione che il Presidente Napolitano ha definito “inascoltata” e in attesa di risposte.
Dopo un 2010 negativo, tra picchi di disoccupazione, proteste e sfiducia crescente, un segnale positivo per captare le opportunità arriva da una capacità auto imprenditoriale, almeno secondo Irene Tinagli che su La Stampa titola: “Gli studenti saranno manager di se stessi”. Il punto di ri-partenza? Quello degli studi. L’importante è che siamo quelli giusti. “La vera sfida sarà soprattutto rafforzare la loro capacità economico-imprenditoriale, da affiancare a qualsiasi tipo di specializzazione, scientifica o umanistica, tecnica o artistica”, sottolinea Tinagli. Insomma, un modo per tirarsi fuori da una situazione di stallo con le proprie braccia, grazie a doti organizzative e gestionali supportate dallo sviluppo di nuove idee. E ad affiancare una base solida di intuizioni e competenze di altissimo livello, un aiuto economico arriva dai talent scout finanziari, i cosiddetti “venture capital“. Una tendenza emersa negli ultimi anni nei quali si sono moltiplicate iniziative volte a promuovere l’imprenditorialità a 360 gradi. Quindi, se il posto fisso rimane una chimera, il rischio e l’investimento su se stessi sembra essere la via da intraprendere. Che tra privati e innovazione si ricrei addirittura una nuova Italia?

Data: 27 dicembre 2010

Italia, Paese di serie C

di Maria Teresa Melodia

calcioC: avete letto bene. Alessandro Rosina, docente di Demografia e autore insieme a Elisabetta Ambrosi del saggio Non è un paese per giovani (Marsilio), dal sito La Repubblica degli Stagisti, definisce l’Italia un Paese di serie C, quando si guarda al Meridione, di serie B nel caso del Nord. La serie A? Di certo è fuori dai confini nazionali, dove ci sono invece le opportunità che mancano in un Paese per giovani che deve ancora arrivare, che si aspetta, benchè le potenziali ci siano. Un Paese nel quale il flusso migratorio Sud–Nord si acuisce: “Secondo i dati Istat, tra i laureati meridionali che a tre anni dal conseguimento del titolo hanno un lavoro, il 40% si trova al Nord. Di questi, circa quattro su dieci hanno ottenuto una votazione di 110 su 110”, sottolinea Rosina. E così, chi è in C (il Sud) vuole passare in B (il Nord), chi è in B, in gamba e di talento, vuole andare in A, e allora? Succede che parte, per approdare nel mercato internazionale e aggiungersi ai cervelli in fuga, come ha ricordato di recente Irene Tinagli.

E succede che i talenti arrivati in serie A non vogliano più retrocedere. Davanti a loro “maggiori guadagni, ma anche la maggior disponibilità di risorse e finanziamenti per svolgere al meglio il proprio lavoro, oltre che il maggior riconoscimento delle capacità dei singoli e un progresso di carriera più trasparente e meritocratico”, prosegue Rosina.

Ma possibile che le capacità non vengano valorizzate, che, per usare un termine calcistico, la campagna acquisti migliore la facciano gli altri? “Maggior investimento in ricerca e sviluppo; un welfare che promuova i comportamenti virtuosi dei singoli; un mondo del lavoro meno ingessato ed inefficiente; un sistema culturalmente più aperto all’innovazione e alla formazione del capitale umano”, è la risposta del docente. In sintesi: attenzione alla qualità del capitale umano e alla sua valorizzazione per una maggiore competitività.

E chi di dovere se ne rende conto? L’ultimo “fuggito” lo racconta La Provincia Di Varese: Pietro Ceccuzzi, 32 anni, laureato, specializzato, ricercatore dell’università dell’ Insubria di Varese. Ha detto basta: piuttosto che la fame da biologo, meglio andare nella vicina Svizzera a lavorare come maestro in una scuola media per 3.000 franchi.

Data: 7 settembre 2010

Perché i talenti fuggono?

di Maria Teresa Melodia

tinagli_grandeL’articolo di Irene Tinagli, intitolato Perché non siamo un Paese per scienziati e pubblicato su La Stampa.it, suona come un appello alla classe politica e accademica italiana.
Una classifica della Virtual Italian Academy, associazione di accademici espatriati che valuta la performance in termini di pubblicazioni e di impatto accademico di 400 ricercatori italiani, ci ricorda infatti che tra i migliori cervelli Italiani due su tre lavorano all’estero.

Se su 400 nomi di grandi cervelli, in 268 lavorano ancora in Italia, circa 6 su 10, il punto è, come sottolinea la Tinagli, che tra i migliori 20 solo 7 lavorano in Italia, gli altri 13, ovvero il 65%, sono tutti fuori. Allargando la lista ai top 50 le cose non migliorano molto: quasi il 60% dei migliori 50 è all’estero”. Non solo gli altri Paesi ci rubano tutti quelli più bravi, ma significa che, come sottolinea la Tinagli, “chi è andato all’estero, pur avendo già una marcia in più, ha trovato le condizioni giuste per poter sfruttare questa marcia e correre più veloce verso la meta”.

E’ una questione di contesto in cui si forma e opera la produttività intellettuale. In Italia, come emerge dalla classifica, non ci sono le condizioni per crescere e affermarsi, e neppure quelle per formare le nuove generazioni di scienziati. In Paesi come gli Usa, la Francia, la Svizzera, vige un sistema oliato, che come puntualizza la Tinagli, non a caso Docente all’Università Carlos III di Madrid, non solo garantisce all’individuo bravo l’opportunità di lavorare bene e di emergere, ma dà a tutto il sistema di ricerca nazionale una continuità fondamentale per contribuire al benessere e alla crescita del Paese”. Ulteriore aspetto che evidenzia sempre su La Stampa Flavia Amabile è poi che proprio i cervelli italiani più giovani con meno di 55 anni sono all’estero. Quelli che ce l’hanno fatta senza fuggire hanno tutti più di 55 anni.

Come conclude la docente collaboratrice de La Stampa ci vogliono qualità come costanza, consapevolezza, lungimiranza, dentro e fuori le università, che implicano uno sforzo collettivo, economico e culturale. Per questo l’emergenza italiana è quella di lavorare di più sulle condizioni per creare un sistema motivante e funzionale, affinché chi resta in patria possa essere produttivo al pari dei propri colleghi all’estero. Per superare una situazione anomala in un Paese con così tanti talenti.

Data: 1 settembre 2010
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