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Phd squillo? Non in Italia

Brook

Ha fatto scalpore, in Gran Bretagna, la storia di Brooke Magnanti, un bella, bionda trentaquattrenne di lontane ma chiare origini italiane.

La Magnanti ha raccontato di essersi a lungo prostituita per pagare il suo dottorato in Oncologia pediatrica.

”Sono andata letto con un numero di uomini che va dalle dozzine alle centinaia”. La storia era finita in un libro, Belle de jour, autobiografico ma che doveva rimanere sotto pseudonimo. L’identita’, al contrario, e’ venuta fuori e Brooke ha fatto outing col Sunday Times.

Dunque, oltre Manica ci si prostituisce per un phd.

Il solito autolesionismo italiano noterebbe subito che, da noi – dal mitico professore docente di diritto della navigazione a Camerino fino ai recenti casi di un ateneo lucano – c’è chi si è venduto anche per passare un esame.

In realtà, a voler esser cinici oppure sanamente provocatori,  la storia di Brooke segnala altro: in Gran Bretagna il dottorato conta qualcosa mentre in Italia e’ un titolo praticamente misconosciuto.

Da oltre un anno il ministro Gelmini ne ha annunciato la riforma sollecitando il coordinamento delle scuole di dottorato a fornire alcuni spunti. Cosa che è stata fatta da tempo.

Nel frattempo, oltre a inserire il phd in un documento Italia 2020, firmato a quattro mani con il ministro del Welfare, Sacconi, la Gelmini s’è dimenticata il dottorato. Non s’è capito, per esempio, perché non l’abbia contemplato nel ddl di riforma, visto che parla di reclutamento e di giovani ricercatori.

Eppure, ogni anno, formiamo migliaia di giovani alla ricerca per poi consegnarli a un mercato del lavoro per il quale quel titolo non ha nessun valore aggiunto rispetto alle lauree e ai master.  Senza dimenticare i dottori di ricerca che prendono le vie del precariato, negli atenei, nei centri di ricerca e nelle scuole. Un gigantesco spreco di talento e di risorse.

E questo mentre le nostre imprese, per la maggior parte piccole, ignorano cosa sia la ricerca e lo sviluppo, perdendo terreno giorno per giorno sui mercati.

Basterebbe davvero un piccolo sforzo per incentivare il dottorato per le imprese: aziende che si consorziano per avere alcuni dottorandi a fare ricerca.

Al contrario, il phd rimane una grande macina delle risorse umane migliori di questo Paese, un parcheggio, una perdita di tempo.

Fatte salve le convinzioni morali di ognuno, ultimamente niente per cui valga la pena prostituirsi.

Data: 18 novembre 2009

Più tasse per tutti

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“(…) Avvertono gli studenti e le loro famiglie che, in assenza di una correzione della linea politica del Governo sul finanziamento alle università, che riduca in modo consistente i tagli al fondo di finanziamento ordinario, sarà necessario per gli Atenei procedere a deliberare sensibili aumenti della contribuzione studentesca”. Firmato Aquis, ovvero gli atenei eccellenti e con i conti in ordine, raggruppati nell’Associazione per la qualità dell’università statali italiane.

Università del calibro di Bologna, Padova, Politecnico di Torino, Tor Vergata, in un documento di commento al ddl di riforma Gelmini, scrivono a chiare lettere che si va verso un aumento delle tasse.

Gli atenei, si legge nel documento, “si impegnano a spiegare con una lettera agli studenti ed alle loro famiglie in modo puntuale e dettagliato le motivazioni di tale scelta, tanto dolorosa e spiacevole quanto inevitabile ed obbligata”.

L’idea che era circolata nel mondo accademico un po’ di mesi fa era che la riforma su governance e reclutamento potesse essere “scambiata” con un rientro dei tagli previsti proprio dal 2010. Si è persino diffusa la notizia che le risorse per far rientrare i tagli fossero state individuate fra l’ingente tesoretto dello scudo fiscale.

Per questo, in generale, la maggioranza dei rettori italiani ha accolto con favore il contenuto della riforma.

Ma, a parte l’assenza di impegni formali da parte del ministro, questa speranza si infrange nelle determinazione di Giulio Tremonti.

L’unica promessa formale l’ha fatta, proprio dalle colonne di CampusPRO, il senatore Valditara (aennino del Pdl), che ha garantito un emendamento alla futura Finanziaria, dell’ordine di circa 500 milioni: quanto basterebbe per aprire le aule e non bloccare le lezioni nel nuovo anno solare.

L’impressione è che la soluzione, se sarà trovata, arriverà in dirittura d’arrivo dell’iter parlamentare.

Intanto, nei rettorati, si preparano le missive per gli studenti e le loro famiglie: si tratterebbe di aumenti davvero consistenti, forse dell’ordine del 100%, come aveva sostenuto, tempo addietro, la Voce.info e come spesso preconizzato dal bocconiano Giavazzi.  Da gennaio le lettere potrebbero arrivare nelle case di chi ha i figli all’università.

Con una problema di ordine politico: un governo nato sullo slogan “meno tasse per tutti” presenterebbe un conto piuttosto salato a 1,6 milioni di famiglie italiane.

Data: 11 novembre 2009

Ddl Gelmini: Decleva, ok. Fontanesi, troppi paletti

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Il disegno di legge della Gelmini di riforma dell’Università – approvato oggi dal consiglio dei Ministri – registra i primi commenti.

Il numero uno dei rettori italiani, Enrico Decleva, plaude sostanzialmente all’impianto del provvedimento che, ricordiamo, interviene decisamente sulla governance degli atenei, sul reclutamento e sul altri temi.

Per l’ampiezza del suo impianto e la valenza riformatrice degli interventi previsti”, dice Decleva in una nota ufficiale, “rappresenta un’occasione fondamentale e per molti versi irripetibile per chi ha davvero a cuore il recupero e il rilancio dell’università italiana”.

Secondo il rettore dei rettori, “rispetto ad alcune soluzioni potranno essere opportuni ulteriori approfondimenti. Ma è essenziale che, a questo punto, anche nel nostro Paese si siano determinate le condizioni per affrontare in un’ottica coerente e di ampio raggio urgenze e criticità altrove superate da tempo”.

Per il presidente della Crui “è ora necessario che il confronto parlamentare si sviluppi concentrandosi sul merito delle varie questioni. Così come è indispensabile, e per più aspetti pregiudiziale, che all’avvio del processo riformatore, e a garanzia della sua credibilità, corrisponda una disponibilità adeguata di risorse. A partire da quanto sarà garantito al finanziamento degli atenei per il 2010”.

La Crui dunque ripropone il suo schema: riforma, anche pesante, purché i tagli già calendarizzati da Tremonti rientrino.

Di tono diverso, l’intervento del rettore dell’Università di Milano Bicocca, Marcello Fontanesi, intervenuto oggi a Milano, nella sede di Assolombarda, alla presentazione del Rapporto Stella sui laureati degli atenei lombardi e di altre università italiane (Federico II, Napoli, Pisa).

Fontanesi, che è uno dei rettori più in vista di Aquis, l’associazione degli atenei eccellenti, parla del ddl come di una “legge ambiziosa” ma che presenta un richio “quello di regolare il tutto in maniera troppo dettagliata, inserendo un mare di paletti”. Per Fontanesi, le nuove norme rischiano di essere “una camicia di Nesso, che può ridurre la capacità di sperimentare, innovare, autorganizzarsi. Abbiamo a che fare con la gestione di cervelli”, ha concluso, “e c’è bisogno di un sistema libero. Non anarchico ma libero”.

Data: 28 ottobre 2009

Anvur, regolamento alle Camere

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Pochi giorni fa avevamo dato conto della lentezza con cui lo schema di decreto della nuova Agenzia per la valutazione-Anvur procedeva nel suo iter. Si notava, tra l’altro, come il provvedimento, licenziato dal Consiglio di Stato a metà settembre, non fosse stato ancora inviato dal ministero dell’Istruzione al ministero per i Rapporti col Parlmento e quindi alle commissioni parlamentari competenti per gli atti successivi.

Ebbene, il 21 ottobre, due giorni dopo la nostra notarella, lo schema di decreto è stato inviato in Parlmento dove, l’indomani, è stato assegnato alle commissioni Cultura e Bilancio della Camera.

Certamente una coincidenza.

Intanto festeggiamo: un altro faticoso passo verso la valutazione.

Le due commissioni hanno tempo,  rispettivamente, fino al 6 e al 21 novembre per l’esame.

Data: 28 ottobre 2009

Petizione online: 50 milioni, chi li ha visti?

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Che fine hanno fatto quei 50 milioni? Se lo chiedono e lo chiedono al ministro Gelmini, i Ricercatori precari, che hanno lanciato anche una petizione online.

Si tratta del programma “Il futuro della ricerca”, annunciato dal Miur il 19 dicembre scorso, per  “favorire sia il ricambio generazionale sia il sostegno alle eccellenze scientifiche emergenti e già presenti presso gli atenei e gli enti pubblici di ricerca aderenti al Miur, destinando adeguate risorse al finanziamento di progetti di ricerca fondamentale.”
Il programma, finanziato nell’ambito del Fondo per gli investimenti della ricerca di base-Firb, era rivolto a dottori di ricerca di età non superiore ai 32 anni e giovani docenti o ricercatori fino ai 38.

Dalla scadenza per la presentazione dei progetti, fissata al 27 febbraio scorso, nessuna nuova. Neppure per sapere i risultati della valutazione dei progetti partecipanti che, da bando, avrebbe dovuto concludersi entro 180 giorni dalla data di pubblicazione.

“Oggi, quasi due mesi dopo la scadenza”, scrivono i Ricercatori precari, “ancora non si sa nulla degli esiti della valutazione, ed il Miur non si è sentito in dovere neanche di emettere una nota ufficiale per spiegare i motivi di tali ritardi”.

E per questo, propongo una petizione online, sottoscrivibile qui

Data: 26 ottobre 2009

Un corvo contro Pizza

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Un anonimo persecutore bombarda da giorni le redazioni con comunicati pesantissimi contro il sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe Pizza.

Assurto alle cronache politiche per la proprietà legale del vecchio scudo democristiano, con cui minacciò di far rinviare le elezioni politiche del 2008, dalle quali era stato erroneamente escluso, Pizza fu nominato, un po’ a sorpresa, sottosegretario all’Istruzione. Un posto, si disse all’epoca, a cui aspiravano deputati e senatori da sempre impegnati su questo fronte, come la forzista Valentina Aprea o l’aennino Valditara.

La scelta di Pizza, per molti osservatori, fu giudicata una ricompensa per la sua rinuncia a bloccare le elezioni e, comunque, a presentare un simbolo che in qualche modo poteva disturbare il Pdl.

Quali che siano i motivi, Pizza aveva scelto di essere sottosegretario molto low profile, tenendosi alla larga dai temi più scottanti abbondantemente presidiati dalla Gelmini.

Da un po’ di giorni, un corvo telematico ce l’ha con lui. Scrive da un account di posta elettronica di Gmail, col nominativo ‘Democristiani onesti‘.

Così un comunicato via l’altro, addirittura una newsletter, esonda con ricostruzioni sulla vita privata del politico calabrese e muove pesanti accuse, ovviamente non facili da verificare.

Ultimo atto: il ripescaggio dagli archivi online del Corriere delle Sera di un vicenda giudiziaria che lo avrebbe visto indagato alla metà degli anni ‘90.

Data: 24 ottobre 2009

Anvur, regolamento al rellenty

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Il parere del Consiglio di Stato porta la data del 16 settembre. “L’affare trattato”, come recita il documento con prosa altoburocratica, contrassegnato dal numero 03462/2009, è il regolamento dell’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca-ANVUR, presentata dalla Gelmini alla fine di luglio.

CampusPRO, che se ne occupò all’epoca, non poté esimersi dal notare che c’era voluto un anno per arrivare a questo documento, sebbene si trattasse di una revisione di lavoro precedente, quello messo a punto da Mussi.

Il Consiglio di Stato avendo fornito il parere favorevole – con alcune osservazioni – ora il ministero potrebbe presentare alle Commissioni parlamentari. La cosa non dovrebbe essere problematica, visto che il testo non è troppo dissimile da quello che fu esaminato dagli organi parlamentari tre anni fa.

Insomma, sulla valutazione, al di là dei proclami riformatori del ministri, le cose procedono piuttosto lentamente.

Tra l’altro, leggendo il parere del Consiglio, non sfugge la bacchettata dei giudici amministrativi allo staff gelminiano.

“In sede di modifica dello schema”, scrive l’estensore, Francesco Bellomo, “il Ministero dovrà prestare cura alle emende formali, quali la trasformazione in lettere dell’alfabeto dei numeri espressi in cifre he non indichino articoli o commi di legge (es. art. 6, comma 2: “4 anni”)”. Ma non basta, il giudice chiede anche “la sostituzione di termini inappropriati (art. 8, comma 3 secondo periodo dove, per designare il rispetto delle quote minime per componenti di sesso maschile e femminile, si usa l’espressione ‘ciascun genere’, peraltro non chiara) o di formule confacenti all’uso normativo, come codificato nella circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 2 maggio 2001, n. 1/1.1.26/108888/9.92)”.

Il che legittima la domanda: ma a chi ha fatto scrivere questo regolamento la Gelmini?

Data: 19 ottobre 2009

Odio freddo su Israel

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Odifreddi, il Matematico impertinente, fresco prepensionato dell’Università di Torino come ha rivelato Campus, non ne vuol sapere di godersi il suo buen retiro dedicandosi alla sua attività di divulgatore scientifico.

Giorni addietro, ha messo il cappello anche sulla polemica Israel, quella montata contro il docente della Sapienza, reo di aver guidato il tavolo tecnico ministeriale che ha lavorato alla riforma delle Ssis, le scuole di formazione degli insegnanti.  Polemica che, lo ricordiamo, aveva toccato vertici razzistici quando si erano ricordate le origine ebraiche del professore.

Odifreddi, revisionando la sua nutrita bacheca di premi e riconoscimenti, ne ha rinvenuto uno del 2002 e intitolato a Giuseppe Peano. E lo ha rispedito al mittente. Motivo? Era stato attribuito anche a Giorgio Israel, colpevole secondo Odifreddi, di “pensiero fondamentalista”.

Un discendente del Peano ha protestato, ieri, con una lettera al Corriere della Sera.

“Come pronipote di Giuseppe Peano“,  ha scritto Peano jr, “propagatore di idee di tolleranza e creatore di una nuova lingua per la comunicazione internazionale, l’Interlingua, oltre che matematico insigne, non posso che esprimere la mia più completa solidarietà al professor Israel, in totale e assoluto dissenso dalle affermazioni del mio concittadino Odifreddi”.

E matematico è pure Israel anche se, a differenza di Odifreddi, insegna ancora.

Invidia dei numeri primi?

Data: 1 ottobre 2009

Quanto pesa il giudizio degli studenti

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“Rapporto tra il numero di insegnamenti per i quali è stato richiesto il parere degli studenti ed il numero totale di insegnamenti attivi nell’a.a. 2007-08”: in questa breve formula c’è tutto il peso della valutazione studentesca in Italia. Compare nella griglia che riepiloga i criteri di assegnazione del fondo di finanziamento, la quota parte “meritocratica” del sostegno statale che arriva agli atenei italiani.

“Per il calcolo dell’indicatore”, aggiunge l’anonimo estensore, “si rapporta il valore specifico con quello mediano”.

I criteri di attribuzione di questo fondo, resi note a fine luglio, con grande entusiasmo da Mariastella Gelmini, sono tornati di recente alla ribalta, perché un dossier pubblicato recentemente dalla University Press dell’ateneo di Macerata (certamente uno dei penalizzati) li attacca pesantemente. Non solo il rettore di quell’università, il professor Sani, durante la presentazione del documento, è arrivato a paragonare il ministero a Superciuk, personaggio della famosa striscia anni ‘70, Alan Ford che, oltre a rubare ai poveri per dare ai ricchi, aveva il vizio di alzare il gomito.

La quota, che vale com’è noto circa 550 milioni di euro, assegna alle performance delal didattica circa un terzo delle risorse, pari 177,99 milioni.
La valutazione della didattica da parte degli studenti ha un peso di 0,20 che rappresenta un quinto degli altri criteri, ossia numero docenti di ruolo in rapporto agli insegnamenti, rapporto fra i scritti e rendimento degli studenti (calcolato in crediti), rapporto fra monte crediti delle discipline insegnate e crediti ottenuti; percentuale di occupazione a tre anni dalla laurea rapportata alla media della propria area geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole).
La valutazione nella valutazione (che incide quindi solo sul 7% delle risorse complessive) resta quindi sostanzialmente al palo.
Non solo, viene preso in esame semplicemente la quantità del processo, vale a dire gli insegnamenti per i quali si è attivata la procedura, senza soffermarsi minimamente sugli aspetti di comunicazione degli esiti, che pure sono previsti da una norma, il Decreto ministeriale n.544/2007, all’articolo 2.
Francamente da un ministro che, a ogni piè sospinto, afferma di voler riformare in senso meritocratico la nostra università ci si aspettava un po’ più di coraggio. Soprattutto, visto che ci si richiama spesso all’esperienza accademica statunitense come modello, Gelmini poteva coerentemente importare l’esperienza dei temutissimi faculty course quaestionnaires, i moduli di rilevamento della soddisfazione dello studente, in relazione alla qualità dell’insegnamento.

Sul tema della valutazione della didattica da parte degli studenti, Campus riprenderà, anche per quast’anno accademico, la campagna di sensibilizzazione che è approdata anche su Facebook.

Leggi anche Se il Mangnifico dei Magnifici glissa sulla trasparenza.

Data: 23 settembre 2009

Fondi al merito: Firenze pesca il jolly

Dall’inferno al paradiso nel volgere di una settimana. L’Università di Firenze, ancora venerdì scorso, era sotto shock per l’esclusione dalla ripartizione del 7% del fondo di finanziamento ordinario che la ministro Gelmini aveva voluto legare al merito.

L’ateneo fiorentino, come aveva spiegato la Gelmini a caldo, era stato escluso per non avere avuto i conti in ordine. In particolare Firenze (assieme ad altri atenei come Pisa, Siena e Trieste) era stata esclusa per aver destinato agli stipendi – di docenti e non – più del 90% del finanziamento dell’anno precedente.

A nulla erano valse le rimostranze del rettore uscente, Augusto Marinelli. Invano, il rettore aveva richiamato una recente comunicazione del Tesoro che attestava la discesa dell’ateneo sotto la fatidica percentuale e quindi il rientro, a buon diritto, fra le università virtuose.

Dopo nemmeno sette giorni, la Gelmini torna sui suoi passi e dichiara che Firenze è stata “rivalutata” e che quindi può accedere al 7%. Anzi, per effetto delle buone performance nella ricerca e nella didattica, Firenze si piazzerebbe al quarto posto assoluto, dietro Trento e i due politicnici (Torino e Milano), ottenendo il 3% dello stanziamento complessivo, pari a 19 milioni di euro, “tre in più a quanto ricevuto nel 2008″, ha sottolineato il rettore uscente.

Decisivo sarebbe stato un incontro fra lo stesso Marinelli e la ministro, avvenuto mercoledì scorso a Roma. E come ha fatto, il rettore ad incontrare in trafinefatta la responsabile dell’Istruzione che ha notoriamente un agenda piuttosto blinadata?

A favorire il chiarimento è stato un giovane deputato fiorentino del Pdl, Gabriele Toccafondi, che aveva tentato un ruolo di mediatore anche nell’autunno scorso, fra l’approvazione del Dpef e la stesura della Finanziaria 2009.

Già rappresentante degli studenti nel Cda dell’università fiorentina a metà degli anni ‘90, eletto nella lista Ateneo studenti (vicina a Cl), Toccafondi ha rappresentato il jolly pescato dall’università fiorentina.

E proprio la Matta del poker fu il simbolo elettorale scelto dal giovane deputato all’epoca della sua campagna studentesca, come documenta uno dei primi post di questo blog.

Data: 31 luglio 2009

Valutazione, la Gelmini dimentica gli studenti

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Oggi il Consiglio dei ministri ha licenziato il decreto che contiene il regolamento dell’Anvur, l’Agenzia di valutazione dell’università (per saperne di più caldeggiamo la lettura dell’ultimo numero di CampusPRO da poco online).

Benvenga, ovviamente.

Peccato che sia rimasta ai margini la valutazione della didattica da parte degli studenti.

Il ripensamento, da parte di Mariastella Gelmini, dell’architettura del progetto di Mussi, non ha prodotto grandi stravolgimenti ma i riferimenti al ruolo del giudizio sulla didattica da parte di chi studia sono molto blandi.

Secondo il nuovo regolamento infatti l’Anvur ”dispone, in collaborazione con i nuclei di valutazione degli atenei procedure uniformi per la rilevazione della valutazione dei corsi da parte degli studenti, fissa i requisiti minimi cui le università si attengono per le procedure di valutazione dell’efficacia della didattica e dell’efficienza dei servizi effettuate dagli studenti e ne cura l’analisi e la pubblicazione soprattutto con modalità informatiche”.
In pratica, la valutazione della didattica rimane saldamente in mano agli atenei che, a oggi, sono piuttosto restii nel rendere pubblici i giudizi degli studenti, rilevati a fine corso con dei formulari.

Una nostra inchiesta aveva rivelato che su 77 atenei, meno di una decina pubblicavano online questi dati e sempre in forma anonima, senza cioè indicare il nome del docente di riferimento.

C’è da sperare che, almeno nello stabilire gli standard minimi, per questa valutazione e la pubblicazione dei risultati, il ministro dia prova di coraggio.
Non si tratta di copiare gli Stati Uniti dove i faculty course quaestionnaires, compilati dagli studenti possono, portare al licenziamento dei docenti, ma di tenere nella giusta considerazione il giudizio dei discenti che pagano le tasse.

Per questo, Campus continuerà a riflettere e a far riflettere con la campagna Dillo alla Gelmini, anche NOI valutiamo.

Data: 24 luglio 2009

Aumentare le tasse? Ok il prezzo è giusto

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Ok il prezzo è giusto. Due economisti de LaVoce.info, il think tank di Tito Boeri e molti altri, hanno individuato di quanto sarebbe opportuno che salissero le tasse universitarie, così come Francesco Giavazzi (un altro del giro) ha sancito dalle colonne del Corriere: del 100%.

I due studiosi, Daniele Checchi (Statale di Milano) e Alberto Rustichini (Università del Minnesota), lo dicono in un articolo pubblicato oggi da La Voce.

Usando calcoli econometrici e prendendo come base i redditi delle famiglie italiane  dell’Indagine Bankitalia 2006, gli studiosi spiegano che le ripercussioni di un simile aumento sui redditi bassi “potrebbero rivelarsi modeste”.

Applicando i calcoli alla tassazione universitaria media – 800 euro – desumono che la maggior tassazione potrebbe ridurre di circa lo 0,11% la probabilità di iscrizione all’università. “Si tratterebbe”, scrivono Rustichini e Checchi, “di meno di 2mila studenti, che potrebbero facilmente essere esonerati dall’incremento delle tasse”.

Insomma, tolte queste famiglie, le altre, anche con bassi redditi, terrebbero botta continuando a inscrivere i figli all’università.

Secondo i due economisti, aumentare le tasse del 100% consentirebbe (al netto degli esonerati) un ricavo di 1,3 miliardi di euro, annullando di fatto l’effetto dei tagli di Tremonti. Ma gli effetti positivi sarebbero anche altri: studenti e famiglie rinuncerebbero all’equazione “basse tasse=bassa qualità dei servizi” che dominerebbe le scelte degli italiani oggi, insieme al feticcio del valore legale del titolo, uguale in qualsiasi ateneo.

“Se gli studenti impareranno a ‘votare con i piedi’ si produrrà quella concorrenza tra atenei che può aprire degli spazi per i più dinamici tra gli stessi”, scrivono.

Gli studiosi quindi concludono che aumentare le tasse si può (e si deve) ma, aggiungono, a due condizioni:

1) costruendo residenze universitarie (che quindi permettano alle famiglie comunque di non scegliere solo l’ateneo sotto casa);

2) erogando borse di studio (non solo in base al reddito ma anche “in base al contesto socio-culturale, per esempio sostenendo i figli dei genitori che non abbiano completato l’obbligo scolastico”) .

Nell’architettura degli economisti-riformisti nessun riferimento alla particolarità del quadro tributario italiano, nel quale vaste fette di popolazione, attraverso meccanismi di elusione e di evasione fiscale, denunciano redditi bassi.

Per assurdo, raddoppiare gli 800 euro di tasse pagati dal figlio di un ristoratore (categoria recentemente assurta alle cronache) potrebbe non avere effetto, mentre portare da 1.300 a 2.600 euro la retta della figlia di due lavoratori dipendenti potrebbe essere decisivo, perché questa abbandoni gli studi.

E sulla stesso sistema dei redditi, si baserebbero poi i sistemi di sostegni ipotizzati dai due. Ne è chiaro poi quando potrebbe incidere questo si sistema (residenze e alloggi) sulle finanze statali: sarebbe stato il caso, forse, fare due calcoli per capire l’incidenza, visto che si sono affrettati a ricavare il gettito complessivo.

Infine due notazioni.

La prima di ordine pratico: mentre gli atenei possono aumentare le tasse da subito – anche se c’è da superare i vincoli del tetto del 20% sul Ffo – il sistema di sostegni richiede leggi statali che, con i tempi parlamentari, arriverebbero chissà quando.

La seconda di ordine politico: essendo la riduzione della pressione fiscale un mantra del Governo Berlusconi, chi dovrebbe spiegare a circa 1,6 milioni di famiglie una tassa che cresce del 100%? E non una tassa sul lusso -  sulla terza casa, sul telefonino, o sul suv – come in passato si è ventilato ma sulo completamento dell’istruzione dei figli, oggi percepito come necessaria.

Dubito che i calcoli dell’econometria s’accordino, alla fine, con la giustizia e con la politica.

Per leggere l’articolo di Rustichini e Checchi, Le nozze coi fichi secchi, clicca qui.

Data: 23 luglio 2009
Campus
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