In edicola

Il Blog

La Milano universitaria in cifre

di Claudia Cervini

Layout 1Una popolazione della scienza pari a 210mila persone: 11 atenei, 175mila studenti, 22.500 docenti e 7mila tecnici e amministrativi. Sono queste le cifre della Milano universitaria presentate ieri alla Mediateca di Santa Teresa dall’Aim (Associazione interessi metropolitani).

Il rapporto, promosso dall’associazione e curato dal Politecnico di Milano, ha una forma innovativa in quanto si presenta come un atlante con una serie di schede grafiche e sintetiche per ogni università che riportano i dati e la storia di ogni ateneo: la composizione del corpo docenti, del personale e l’organizzazione della didattica, il numero delle facoltà, delle sedi, dei corsi post-laurea.

Sono 60 le facoltà presenti sul territorio (contendo anche Dipartimenti e Scuole), mentre 320 i master e i dottorati e 21 tra sedi e distaccamenti.

Alte le percentuali degli studenti provenienti dalla Lombardia e dal resto d’Italia che scelgono Milano come meta dello studio: 70 per cento alla Bocconi, 40 per cento alla Bicocca, 45 per cento in Statale, 47 in Cattolica. Gli Erasmus sono circa 2mila: al Polimi corrispondono all’11 per cento degli studenti, così come alla Bocconi, mentre gli studenti stranieri immatricolati al Politecnico per il nuovo anno accademico sono il 22 per cento.

Cosa si studia a Milano? Materie tecniche e professionalizzanti: Economia (con il 30 per cento) e Ingegneria sono le facoltà in testa.

Anche i servizi sono migliorati: le residenze universitarie sono 39 con 6.668 posti letto; ma rimangono insufficienti rispetto alla domanda.

Con questi numeri Milano, che ospita il 10 per cento di tutti gli studenti italiani, è la seconda città universitaria italiana, dopo la capitale.

Data: 16 dicembre 2010

La Gelmini s’è scordata il Cnsu

gelmini

Che ne è del parlamentino studentesco? Eletto ormai quattro mesi, il ministro Gelmini non lo convoca ancora. E l’organismo consultivo di rappresentanza studensca, da solo, non si può certo convocare.

Se lo chiede, con una lettera aperta inviata ai giornali, Elena Maisto, rappresentante eletto e membro dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani-Adi. Eccone il testo:

Dopo il clamoroso ritardo con cui è stato emanato il decreto ministeriale di nomina degli eletti, ci ritroviamo nella spiacevole situazione di dover
constatare come ad oggi ancora non ci siano cenni di convocazione
della prima riunione.
La situazione comincia ad essere imbarazzante anche in vista dei
delicati passaggi parlamentari del Disegno di legge sull’università,
sul quale il CNSU potrebbe e dovrebbe esprimere considerazioni e
proposte. Interventi del genere necessiterebbero di partecipazione e
condivisione, che proprio luoghi come il CNSU dovrebbero assicurare.
Anche Lei sostenne questa tesi quando, all’indomani delle elezioni,
indicò, incautamente, nell’esito del voto un segnale positivo per le
Sue riforme in materia di Università e Ricerca.
In tale contesto, continuare a procrastinare la convocazione della
prima riunione del CNSU corrisponderebbe, invece, ad una sua totale
delegittimazione.
A ciò vanno aggiunte le esigenze indubbiamente più pratiche, ma
particolarmente sentite all’inizio di un anno accademico, di una
pronta calendarizzazione degli incontri annuali del CNSU, così come
stabilito dall’art. 9 del Regolamento, e di una immediata conoscenza
della futura composizione del CUN ex art. 17 del Regolamento stesso,
al fine di un’efficace organizzazione in vista delle future scadenze.
Nella convinzione che questa richiesta troverà al più presto riscontro, Le porgo distinti saluti“.

Data: 13 settembre 2010

Phd squillo? Non in Italia

Brook

Ha fatto scalpore, in Gran Bretagna, la storia di Brooke Magnanti, un bella, bionda trentaquattrenne di lontane ma chiare origini italiane.

La Magnanti ha raccontato di essersi a lungo prostituita per pagare il suo dottorato in Oncologia pediatrica.

”Sono andata letto con un numero di uomini che va dalle dozzine alle centinaia”. La storia era finita in un libro, Belle de jour, autobiografico ma che doveva rimanere sotto pseudonimo. L’identita’, al contrario, e’ venuta fuori e Brooke ha fatto outing col Sunday Times.

Dunque, oltre Manica ci si prostituisce per un phd.

Il solito autolesionismo italiano noterebbe subito che, da noi – dal mitico professore docente di diritto della navigazione a Camerino fino ai recenti casi di un ateneo lucano – c’è chi si è venduto anche per passare un esame.

In realtà, a voler esser cinici oppure sanamente provocatori,  la storia di Brooke segnala altro: in Gran Bretagna il dottorato conta qualcosa mentre in Italia e’ un titolo praticamente misconosciuto.

Da oltre un anno il ministro Gelmini ne ha annunciato la riforma sollecitando il coordinamento delle scuole di dottorato a fornire alcuni spunti. Cosa che è stata fatta da tempo.

Nel frattempo, oltre a inserire il phd in un documento Italia 2020, firmato a quattro mani con il ministro del Welfare, Sacconi, la Gelmini s’è dimenticata il dottorato. Non s’è capito, per esempio, perché non l’abbia contemplato nel ddl di riforma, visto che parla di reclutamento e di giovani ricercatori.

Eppure, ogni anno, formiamo migliaia di giovani alla ricerca per poi consegnarli a un mercato del lavoro per il quale quel titolo non ha nessun valore aggiunto rispetto alle lauree e ai master.  Senza dimenticare i dottori di ricerca che prendono le vie del precariato, negli atenei, nei centri di ricerca e nelle scuole. Un gigantesco spreco di talento e di risorse.

E questo mentre le nostre imprese, per la maggior parte piccole, ignorano cosa sia la ricerca e lo sviluppo, perdendo terreno giorno per giorno sui mercati.

Basterebbe davvero un piccolo sforzo per incentivare il dottorato per le imprese: aziende che si consorziano per avere alcuni dottorandi a fare ricerca.

Al contrario, il phd rimane una grande macina delle risorse umane migliori di questo Paese, un parcheggio, una perdita di tempo.

Fatte salve le convinzioni morali di ognuno, ultimamente niente per cui valga la pena prostituirsi.

Data: 18 novembre 2009

Petizione online: 50 milioni, chi li ha visti?

gelmini1.jpg

Che fine hanno fatto quei 50 milioni? Se lo chiedono e lo chiedono al ministro Gelmini, i Ricercatori precari, che hanno lanciato anche una petizione online.

Si tratta del programma “Il futuro della ricerca”, annunciato dal Miur il 19 dicembre scorso, per  “favorire sia il ricambio generazionale sia il sostegno alle eccellenze scientifiche emergenti e già presenti presso gli atenei e gli enti pubblici di ricerca aderenti al Miur, destinando adeguate risorse al finanziamento di progetti di ricerca fondamentale.”
Il programma, finanziato nell’ambito del Fondo per gli investimenti della ricerca di base-Firb, era rivolto a dottori di ricerca di età non superiore ai 32 anni e giovani docenti o ricercatori fino ai 38.

Dalla scadenza per la presentazione dei progetti, fissata al 27 febbraio scorso, nessuna nuova. Neppure per sapere i risultati della valutazione dei progetti partecipanti che, da bando, avrebbe dovuto concludersi entro 180 giorni dalla data di pubblicazione.

“Oggi, quasi due mesi dopo la scadenza”, scrivono i Ricercatori precari, “ancora non si sa nulla degli esiti della valutazione, ed il Miur non si è sentito in dovere neanche di emettere una nota ufficiale per spiegare i motivi di tali ritardi”.

E per questo, propongo una petizione online, sottoscrivibile qui

Data: 26 ottobre 2009

Il ceo e i dottorandi

vasella.jpg

Il suo gruppo, presente in 140 Paesi, ha fatturato lo scorso anno qualcosa come 41,5 miliardi di dollari (circa 28 miliardi di euro), realizzando utili netti per oltre 8.
Daniel “Dan” Vasella, chairman e ceo di Novartis, il gigante svizzero nato nel 1996 dalla fusione di Ciba Geigy e Sandoz, è certamente uno dei manager più noti al mondo.

Uno che deve interessarsi della riforma sanitaria americana di Obama, dell’arrivo dell’influenza suina in autunno col dubbio che i suoi laboratori (e quelli dei competitors) non siano in grado di produrre abbastanza scorte di vaccino, che deve fare i conti con gli animalisti di Alf i quali, accusandolo di essere il capo di una banda di vivisezionatori, gli hanno bruciato casa e profanato la tomba di famiglia.
Un uomo che sta in cima a un impero industriale di 99mila persone, fra dipendenti e collaboratori.
Insomma uno dall’agenda impossibile, zeppa di consigli di amministrazione, riunioni di staff, voli, meeting internazionali.
Eppure, l’altro ieri, mr. Vasella nel quartier generale di Basilea, dove ha sede il Campus Novartis – una grande aree ex-chimica riconvertita in un bel quartiere dove i palazzi in cementovetro si alternano agli spazi verdi e ai bar – ha trovato 60-minuti-60 da dedicare a un gruppo di giovani neolaureati e dottori di ricerca proveniente da tutta Europa.
Proprio così, un’allegra brigata di ragazzotti promettenti (fra cui cinque italiani), selezionati da Novartis per una tre giorni sulle biotecnologie, BioCamp, hanno potuto ascoltare da uno dei manager più potenti del mondo, una brillante lezione sulle sorti del biotech e della farmaceutica, in relazione alle sfide dei prossimi anni: invecchiamento della popolazione, esplosione della spesa sanitaria, nuovi virus, malattie rare. Un’overview esclusiva lunga 45 minuti su temi strategici per ogni stato moderno. Il restante quarto d’ora, Vasella l’ha dedicato alle domande dei giovani ospiti. Tutt’altro che riverenti: effetti collaterali dei farmaci, investimento in medicinali orfani ecc ecc.
Eppure la finalità di quel raduno non era immediatamente quella di reclutare: ogni anno Novartis riunisce ai quattro angoli del mondo un po’ di giovani con i BioCamp e capita che ne metta sotto contratto alcuni. Insomma, il ceo non parlava a un plotoncino di giovani neoassunti, fatto che sarebbe stato comunque rilevante. Semplicemente, in Novartis avere un ottimo curriculum accademico, essere giovani e motivati è un valore e il fatto che ceo ma anche molti top manager dedichino tempo e attenzione a iniziative del genere lo testimonia.
Una situazione inimmaginabile in Italia, dove la spocchia comincia ad albergare nelle fabbrichette da 10 operai in su e dove le politiche sulle risorse umane sono ormai raramente basate sulla ricerca del talento e sulla valorizzazione dei giovani.
Per questo l’Italia è un paese ingrigito e corporativo, nel quale essere giovani e bravi è spesso un problema.

Data: 26 agosto 2009

Università 2.0

web20_people.jpg

“Progettare insieme l’Università del futuro, in Italia”. Vola alto, altissimo, Ibridamenti community  progettata nell’ambito del dottorato in Scienze del Linguaggio, della Cognizione e della Formazione dell’Università Ca’ Foscari (Venezia).

La community virtuale, diventata anche uno dei più importanti blog collettivi d’Italia, è un esempio di generazione di contenuti dal basso, arricchita dalla presenza di specialisti e di saperi non-esperti.

Adesso, si sperimenteranno pratiche collaborative in rete e nuovi modelli di ricerca universitaria, “condividendo idee, discuterle, rifiutarle, caldeggiarle e procedere a momenti di sintesi e riflessione”.

La sfida, dicono quelli di Ibridamenti, “è quella legata alle possibilità creative della Community nell’elaborazione di un modello innovativo di università in Italia”.

Buon lavoro!

Data: 17 ottobre 2008

La solitudine delle opere prime

Paolo Giordano

Tu quoque Paolo? Eravamo, felici, felicissimi di Giordano, giovanissimo vincitore dello Strega, con il suo romanzo d’esordio, La solitudine dei numeri primi (Mondadori).

Felici perché Paolo Giordano è un dottorando, quindi appartenente a una delle categorie più rappresentative dell’italica vessazione dei giovani. Studioso di fisica per giunta, quindi campione di quell’eroico resto d’Israele che sceglie le scienze dure contro le mode accademiche e un po’ evanescenti. E invece, a fine agosto, il nostro fisico-letterato, ti va a rilasciare un’intervista al leziosissimo Riformista con cui smantella, davvero scientificamente, le nostre speranze d’aver trovato un testimonial, autentico e cazzuto, del «Bamboccioni mai più».

Sostiene Giordano che è l’ora di finirla con «il piagnisteo del precariato», che insomma una fase d’incertezza è fisiologica quando si è agli inizi.

Giordano, annusata la gloria letteraria e i numeri a molti zeri del diritto d’autore, pare proprio che abbia assaporato la solitudine delle opere prime, quelle vincenti, che conducono, sull’onda del marketing editoriale, a una vita di talk show, rubriche sui femminili patinati ed ospitate pettinate dalle Bignardi turno e quindi «fanculo» ai dottorandi da poche piotte al mese (quelli che la borsa ce l’hanno).

Data: 4 settembre 2008
Campus
© 2012 Campus. Riproduzione riservata