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Per gli “under” arriva il piano occupazione

di Claudia Cervini

giorgia-meloniFinalmente arriva una misura contro la disoccupazione giovanile che, sebbene sia parziale, se diverrà operativa in tempi “umani” allevierà la condizione occupazionale degli “under” e ridurrà il mismatch (disallineamento) presente nel mercato del lavoro tra domanda e offerta.

Il contenuto lo ha raccontato a ItaliaOggi il ministro della Gioventù Giorgia Meloni: rilancio dell’apprendistato (forma contrattuale che interessa i futuri tecnici e operai specializzati), potenziamento del servizio di orientamento in entrata e in uscita dall’università, sgravi fiscali per le aziende che assumono gli under e vantaggi fiscali e incentivi destinati alle Start up create da giovani.

Sul piatto del ministero della Gioventù, dell’Università e di quello del Lavoro “oltre un miliardo di euro finalizzati a sostenere il piano di occupabilità dei giovani”, ha spiegato il ministro Meloni, “perché la disoccupazione non si combatte con un unico provvedimento, ma agendo su vari fattori”.

Data: 27 giugno 2011

“E se domani”… Giovani precari crescono

di Claudia Cervini

studenti1La fotografia arcigna scattata dall’Istat qualche giorno fa (di cui abbiamo dato notizia qui) sulla disoccupazione giovanile, la manifestazione di protesta spagnola degli “Indignados” – giovani che chiedono un futuro “digno” – le parole di Papa Benedetto XVI: “il lavoro intermittente compromette il futuro dei giovani”, pronunciate ieri in Santa Maria Maggiore in occasione del rosario per il 150ario dell’Italia, puntano, finalmente, tanti riflettori sulla questione giovanile nel Belpaese.

Tanto che ieri in prima serata su Rai 2, ad Anno Zero – nonostante il sommario forviante della trasimissione E se domani… Cosa accadrà dopo i ballottaggi – si è parlato (quasi esclusivamente) di occupazione, precariato, flessibilità, sfruttamento, insomma, di questione giovanile. Una fotografia dell’Italia difficilmente contestabile, realizzata anche attraverso collegamenti con le piazze zeppe di giovani precari in protesta, da piazzale Aldo Moro a Roma (sede del Cnr) a Puerta del Sol a Madrid, dove la fiumana radunatasi anche nelle piazze limitrofe parla, per voce di alcuni manifestanti, di “crisi ideologica e non economica del Paese”.

In studio c’è chi parla di “precarietà che rimbalza dal mercato del lavoro al mercato della vita“, come fa Nichi Vendola, chi parla, come fa invece Bruno Tabacci di “rottura dell’ascensore sociale” aggiungendo che “senza crescita si rompe il futuro” e chi come Maurizio Lupi riconosce questa “innegabile” parte consistente dell’Italia, affermandoche però non è l’unica. Lupi afferma inoltre che a fronte della drammaticità dei dati Istat ci sono posti di lavoro inevasi: “le imprese di Confartigianato chiedono manodopera che non arriva; in Italia esiste un problema educativo prima che occupazionale, una mentalità che spinge a rifiutare lavori manuali, considerati umili e quindi rifiutati. La legge non stabilisce il lavoro a tempo indeterminato“, continua Lupi, “è l’incontro tra domanda e offerta, tra imprenditori e lavoratori che determina il lavoro e il contratto”, che però andrebbe tutelato dalla legge, come aggiunge Michele Santoro: “ci sono tanti comparti del sistema economico-sociale del nostro Paese che senza questi precari non funzionerebbero (20mila precari tra i vigili del fuoco, tanto per fare un esempio) e quindi bisogna anche chiamere le cose con il loro nome: sfruttamento“.

In piazzale Aldo Moro infatti ci sono anche medici, vigili del fuoco e non solo quel pezzo d’Italia che viene abitualmente riconosciuta in situazione di precariato, per esempio quella dell’università e della ricerca.

Insomma una fotografia che spazia da Napoli e Genova, con Fincantieri che chiude due stabilimenti, a Roma con Teleperformance, colosso dei call-center che licenzierà nella sede di Fiumicino 300 persone e 1.400 operatori in tutta Italia assunti quattro anni fa a tempo indeterminato, offrendo alle nuove leve un contratto a progetto a tre euro l’ora. Insomma, tra questi non ci sono soltanto giovani, ma ci sono anche loro. E soprattutto sono loro in piazza a Roma, a Puerta del Sol e in altre piazze italiane e mediterranee. Nel bene o nel male, finalmente ora si parla di emergenza giovanile. Se ne è parlato a Siracusa all’Assise nazionale giovani e futuro, organizzato dall’organizzazione non profit Junior Achievement, se ne parla ora in prima serata tv. Forse un primo passo…

Data: 27 maggio 2011

Giovani & apprendistato: lascia o raddoppia

di Claudia Cervini

apprendistatoGi Day (giornata di orientamento, formazione e selezione dedicata ai giovani), un canale You Tube su come affrontare la ricerca del lavoro, una filiale aperta su Facebook dedicata a chi è in cerca del primo impiego. Per Gi Groupagenzia italiana per il lavoro con presenza capillare su tutto il territorio nazionale -  la parola d’ordine per il 2011 è: giovani.

All’interno del progetto Gi Group 2011 “L’anno dei giovani” che ha visto le iniziative citate, la fondazione Gi Group Academy, ha realizzato insieme a OD&M Consulting, un’indagine sulla diffusione e sulle modalità del contratto di apprendistato in Lombardia, discussa durante il convegno: L’apprendistato una complicazione o un’opportunità?

100 le aziende intervistate (in particolare nelle province di Milano, Bergamo e Brescia). Cos’è emerso? Il 51,3 per cento dei giovani inseriti negli ultimi tre anni con contratto di apprendistato professionalizzante è stato poi assunto a tempo indeterminato. Benché un terzo delle aziende dichiarino di non avere mai utilizzato l’apprendistato dal 2003 in poi, quelle che lo hanno fatto hanno evidenziato vantaggi economici, ma anche la possibilità di formare i lavoratori in base alle proprie esigenze (51 per cento) e farli crescere all’interno dell’azienda (47 per cento), anche in vista di un’assunzione a tempo indeterminato.

“L’apprendistato è chiaramente un’opportunità sia per l’azienda che per i giovani che hanno la possibilità di colmare il gap formativo ereditato dalla scuola e hanno importanti chanche di stabilizzazione, ma la gestione della formazione e degli aspetti amministrativi può rappresentare una complicazione e una barriera all’utilizzo – commenta Stefano Colli-Lanzi, amministratore delegato di Gi Group. Insieme a un’auspicabile semplificazione burocratica per agevolare la diffusione dello strumento come mezzo immediato di contrasto alla disoccupazione giovanile, in quanto agenzia per il lavoro possiamo svolgere un ruolo di supporto fondamentale e a riguardo ci renderemo anche fautori di una proposta per reintrodurre la possibilità di gestire l’apprendistato attraverso la somministrazione e per far sì che, laddove un’azienda decida di utilizzarlo, gli obblighi relativi al percorso formativo siano a carico dell’agenzia stessa”.

Il principale ostacolo alla diffusione di questa tipologia contrattuale è rappresentato infatti dalla gestione della formazione, svolta completamente all’interno dell’azienda nel 33 per cento dei casi.

L’industria è il settore in cui l’apprendistato è più diffuso (58,2 per cento): area tecnica, produzione, amministrazione e commerciale, gli indirizzi in testa.

Il 61 per cento dei giovani di età compresa tra i 21 e i 25 anni è inserita nelle aziende intervistate con questa tipologia contrattuale.

Data: 19 aprile 2011

Lavoro under 30: tra Neet e poorly integrated

di Claudia Cervini

internship-1 Off to a good start? Jobs for youth è l’ultimo rapporto Ocse che riporta i riflettori, in realtà mai spenti, sul problema della disoccupazione giovanile che a dicembre in Italia ha raggiunto il 29 per cento, contro la media europea del 20 per cento. Lo studio, ripreso e ampiamente commentato da lavoce.it,  mostra soprattutto come l’incidenza dei disoccupati under 30 di lungo periodo sia maggiore rispetto a quella dei Paesi dell’Unione europea.

Bisogna distinguere però i giovani in difficoltà in due categorie: da un lato ci sono i Neet (neither in employment nor in education and training) percentuale tra le più alte nei Paesi sviluppati (solo la spagna ci ha superato nel secondo trimestre 2010) e dall’altra i cosiddetti poorly integrated, diplomati e laureati che si barcamenano tra contratti di lavoro autonomo con partita iva svantaggiosissimi (l’Italia ha il tasso più alto di giovani lavoratori autonomi), diversificati contratti a progetto (che non superano i sei mesi), stage sotto o zero pagati e periodi di inattività.

Questa situazione occupazionale può essere combattuta soltanto con una riforma del mercato del lavoro e della formazione come sottolineano sia il rapporto Ocse che l’Annual Growth Survey della Commissione europea e uno strumento efficace potrebbe essere lo stage, naturalmente riformato e impiegato correttamente sia dagli attori del mondo del lavoro pubblico che nel settore privato.

Come sottolinea anche lavoce.it, non si tratta di una provocazione, ma dalla presa di coscienza che in alcuni Paesi, come Francia, Belgio e Inghilterra, dove il tirocinio è regolamentato, retribuito e con una durata assolutamente limitata esso rappresenta un efficace anello di congiunzione tra scuola e lavoro. In Belgio il servizio per l’impiego ha creato un database di offerte di stage (remunerate) e lavori per studenti e il governo riduce le tasse di 400 euro a trimestre per le imprese che forniscono un tutor allo stagista, in modo che l’esperienza sia realmente formativa. In Francia i tirocini che superano i due mesi di durata devono essere retribuiti per almeno 400 euro mensili. In Inghilterra tagliano la testa al toro e prevedono gli stage solo all’interno di un percorso formativo.

Da noi invece quasi si vive di stage tra gli under 30: il rapporto Excelsior-Unioncamere della scorsa estate registrava 321.850 tirocini nel settore privato nel 2009. La convinzione è che gli stage stiano erodendo posti di lavoro e sostituendo forme contrattuali assai più corpose e stabili, anche se statisticamente è ancora presto per dirlo.

L’Italia purtroppo è in buona compagnia, ci sono Paesi come la Grecia, la Spagna, Portogallo e in parte – bisogna riconoscerlo – anche la Francia che hanno un mercato del lavoro segmentato come il nostro e assolutamente diviso tra categorie iper protette e contratti vantaggiosi e lavoratori precari a vita.

Data: 16 febbraio 2011

“Noi Italia”, un Paese di Neet

di Claudia Cervini

noiitalia2011Not in education, employment or training. L’acronimo Neet, coniato da alcuni enti governativi anglosassoni per definire i giovani che non studiano, non lavorano e non si aggiornano, putroppo è sempre più utilizzato ed efficace. Anche alla luce degli ultimi dati Istat raccolti nel dossier Noi Italia dove emerge che un giovane su cinque non ha un lavoro e non crede di trovarlo,  risultato: quasi il 20 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni non lavora e non studia. Questi dati, drammatici anche per quanto riguarda il lavoro femminile (una donna su due non lavora e nemmeno cerca un impiego), posizionano l’Italia ai piedi della “classifica” UE: il Belpaese – eterno fanalino di coda – si posiziona al penultimo posto, seguito solo da Malta.

I Neet di età compresa tra i 15 e i 29 anni sono invece più di 2milioni (il 21,2 per cento).

Oltre ai Neet ci sono anche i disoccupati: il tasso di disoccupazione tra i giovani che hanno un’età compresa tra i 15 e i 24 è del 25,4 per cento, mentre la media europea è pari al 19,8 per cento (dato comunque elevatissimo).

Data: 20 gennaio 2011

Serve o non serve?

di gcavallaro

gelmini Studenti di Scienze della Comunicazione al centro della polemica. Il ministro Gelmini, ospite nella trasmissione di RaiTre “Ballarò” ha detto: “Riteniamo che piuttosto di tanti corsi di laurea inutili in Scienze della comunicazione o in altre amenità, servano profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro.” Al di là dei modi, forse il concetto serve davvero ad aprire una questione. I laureati in questo settore o comunque quelli che provengono dai corsi di laurea umanistici, hanno fatto una buona scelta? L’interrogativo è apertissimo a molteplici risposte. Qui potrete leggere alcune reazioni dal mondo del web. Dunque serve o non serve oggi, una laurea in Scienze della Comunicazione ?

Data: 14 gennaio 2011

Giovani: l’antidoto per la disoccupazione

di Claudia Cervini

studenti12 milioni e 175mila persone in cerca di lavoro, la maggior parte dei quali sono giovani. Di fronte ai dati disarmanti pubblicati dall’Istat qualche giorno fa sulla disoccupazione giovanile salita ormai al 30 per cento, raggiungendo il livello del gennaio 2004, il ministro del lavoro Sacconi aveva prontamente annunciato una “cabina di regia per proporre nuove iniziative” e tentare nuove strade.

Infatti, mentre il tasso di disoccupazione complessiva resta stabile all’8,7 per cento (contro una media europea del 10 per cento), per i giovani va sempre peggio.

La spesa annunciata dal governo in proposito è di 250 milioni di euro, dei quali 200 saranno stanziati dal ministero del lavoro e 50 dal ministero della Gioventù. L’obiettivo? Promuovere l’apprendistato nei lavori tradizionali, sostenere i cosiddetti giovani disoccupati cronici attraverso le agenzie per il lavoro e l’assunzione a tempo indeterminato degli under 35 con figli.

I sindacati e le associazioni consumatori oltre a invocare un investimento maggiore, chiedono riforme.

Intanto la Toscana fa da sé e stanzia 3 milioni in tre anni per casa, lavoro, stage, università e servizio civile. Un meccanismo virtuoso che prende avvio grazie ad accordi coi costruttori, con aziende private e prevede il sistema dei prestiti d’onore soltanto per la seconda laurea.

Data: 10 gennaio 2011

Italia batte Ungheria.

di gcavallaro

imagesIl riferimento è quello dell’ occupazione  di giovani in età compresa fra i 15 ed i 24 anni, il contesto è il rapporto “Revenue Statistics” che l’Ocse (33 paesi membri) ha diffuso proprio ieri sottolineando, tra gli altri dati, come la pressione fiscale, nell’area in questione, per il  2009 “abbia toccato il livello più basso dagli inizi degli anni ‘90″.

Ma oltre a valutare il peso delle entrate, si è lavorato anche sui numeri riguardanti il mercato del lavoro. I dati relativi alla disoccupazione nel mese di ottobre nell’area Ocse è stata indicata nel valore dell’8,6%, lo 0,1% in più rispetto al mese precedente.
Altrove il trend non pare molto diverso. Negli Stati Uniti la percentuale si attesta intorno al 9,8% (+0,2% su base mensile), in Canada al 7,6% (-0,3%). In Europa, il tasso di disoccupazione risulta stabile in Germania (6,7%), in calo in Francia al 9,8% (-0,1%), in aumento in Italia all’8,6% (+0,3%), anche se il nostro Paese resta al di sotto della media dell’area euro (10,1%) e di quella dell’UE (9,6%), ma al di sopra di quella del G7 (8,2%). I Paesi che presentano i maggiori tassi di disoccupazione generale sono Spagna al 20,7%, Slovacchia al 14,7% e  Irlanda al 14,1%.

Ma se però il parametro si restringe, valutando solo la fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni, le graduatorie cambiano. L’Italia scivola clamorosamente in quanto ad occupazione giovanile, diventando penultima tra i Paesi dell’area Ocse. Con il 21,7% infatti fa meglio solo dell’Ungheria, ferma al 18,1%, ed è ben al di sotto della media dei Paesi membri, 40,2%. Tra gli occupati inoltre, riporta ancora lo studio, il 44,4% ha un impiego precario, e il 18,8% lavora solo part time. Per quanto riguarda i disoccupati, oltre il 40% sono senza lavoro da lungo tempo, e il 15,9% appartiene al cosiddetto gruppo dei NeetNot in education, employment or training, vale a dire coloro che non studiano, non lavorano, né si formano, altrimenti indicati come Né Né.

Data: 16 dicembre 2010

E voi, pensate di emigrare?

di Maria Teresa Melodia

Secondo l’ultimo rapporto sul mercato del lavoro diffuso dall’Istat l’aumento della disoccupazione in Italia fra i ragazzi fra i 15 e i 24 anni è salito a maggio al 29,2% dal 29,1% di aprile e si tratta del dato più elevato dal 2004.

E se l’Italia sembra non offrire molto ai più giovani, e molte delle cronache recenti riportano gli italiani tra coloro che, più di altri, sono costretti, ma anche pronti, a “fuggire” all’estero, da una recente indagine di Eurobarometro (il servizio della Commissione europea, che misura ed analizza le tendenze dell’opinione pubblica in tutti gli Stati membri e nei paesi candidati) condotta su un campione di 27 mila europei, traspare un risultato inaspettato: i più “mobili” sono i danesi, mentre i meno pronti gli italiani. Infatti solo il 4 per cento degli italiani dice di immaginarsi in un lavoro in un’altra nazione. La percentuale più bassa di tutti e 27 i paesi coinvolti, come riporta anche il quotidiano La Repubblica.it.

Inoltre, nella classifica delle mete ambite per il lavoro l’Italia si piazza all’ottavo posto, superata dalla Spagna che, con la quarta posizione, è il primo paese “latino” tra le mete ideali degli europei. Il top nella testa degli europei è costituito dagli Stati Uniti (preferito dal 21% degli europei intervistati), nonostante il crollo finanziario abbia avuto origine proprio nel cuore tradizionale del capitalismo mondiale; seguono, un poco distanziati, il Regno Unito (scelto dal 16%) e poi l’Australia (15%).

Entra nella top 5 anche la Germania con il 12 per cento, e l’Italia viene preceduta dalla Francia e dal Canada, mentre con il 9 per cento delle preferenze, il nostro Paese supera mete come l’Olanda, la Nuova Zelanda, la Svezia e la Norvegia.

La molla principale per cambiare paese? La possibilità di guadagnare di più (lo dice il 35 per cento) e a guidare chi cerca un impiego fuori dai confini nazionali sono soprattutto i contatti personali, ma molti altri (il 43 per cento) fanno riferimento a Internet e a tutte le informazioni che possono recuperare attraverso la Rete. Circa uno su cinque invece chiede aiuto ai servizi pubblici per l’impiego o cerca da sé, quando riesce, un contatto diretto con un datore di lavoro all’estero.

Data: 19 luglio 2010

Dopo la stage? A spasso!

di Maria Teresa Melodia

unpaid_internships_jobs-279x300Appena uno stage su 5 fa guadagnare il posto di lavoro. E solo nel 2,3% dei casi a tempo indeterminato. Sono questi i dati di un’indagine condotta dall’Isfol, in collaborazione con Repubblica degli stagisti, su un campione casuale di quasi 3mila stagisti. Tirando le somme: il 52,5% degli stage effettuati da coloro che hanno risposto al sondaggio si sono conclusi con una stretta di mano e nel 17,4% dei casi con una proposta di proroga. La possibilità di un contratto di lavoro sale al 24,3% quando lo stage é stato effettuato dopo la laurea specialistica e al 28,4% se costituisce il completamento di un percorso di qualifica professionale.

Come riporta il Sole24Ore ogni anno in Italia vengono attivati circa 400mila stage, e l’identitkit dello stagista è, prevalentemente, donna (69%), tra i 25 e i 30 anni (68%), con laurea specialistica alle spalle (44,6 per cento).

“Andrebbero regolamentati meglio gli aspetti relativi alla durata degli stage – per Domenico Sugamiele, direttore generale dell’Isfol – limitandone la frequente reiterazione, e attestare le competenze acquisite da poter inserire nel libretto formativo di ciascun ragazzo”. Come se non si sapesse che ci sono aziende che usano la pratica degli stage come porta scorrevole per avere sempre a disposizione nuove risorse, a basso costo. Insomma, non solo un esercito immobile, come dichiarato qui dagli economisti de La Voce, ma pure invisibile!

E come ha scritto recentemente il settimanale Newsweek, i tirocini si rivelano essere un “lusso” per ricchi: spesso non retribuiti, molti giovani vi si sottopongono volontariamente per migliorare le proprie future chances di impiego una volta usciti dalle università. La pratica del tirocinio non retribuito è in aumento esponenziale negli USA, dove è passata dal 9% all’80% (tra gli studenti universitari) dal 1992 al 2008 (fonte National Association of Colleges and Employers), ed è ormai considerata un requisito indispensabile per poter concorrere, una volta laureati, a posizioni lavorative vantaggiose. A farne le spese sono i giovani delle famiglie meno abbienti, che vengono automaticamente tagliati fuori qualora lo stage diventi un “lasciapassare” obbligatorio.
Intanto, in Italia, per ora, ci si chiede sempre più spesso, che stage si voglia fare da grandi…

Data: 9 giugno 2010

Giovani vittime. Ecco il perché.

di Maria Teresa Melodia

laureato482.jpg_370468210“I giovani vittime della crisi” ha tuonato l’ultimo rapporto Istat. E perchè proprio loro?

Come riporta il Corriere della Sera, la fascia tra i 20 e i 34 anni è la più colpita dalla contingente crisi economica per cause molto chiare: la maggiore diffusione dei contratti di lavoro a termine (i primi a saltare) e la contrazione delle nuove assunzioni, stimata nel 20%. In più i salari di ingresso ristagnano in termini reali da quindici anni e a fronte di una ripresa lenta la tendenza sarà ad avere retribuzioni successive permanentemente più basse.

Il punto chiave? La differenza sempre più ampia tra insider e outsider, una differenza strutturale tanto che Pietro Ichino parla di “apartheid“. Aggravante è poi il deficit di rappresentanza che affligge il mondo dei giovani. Sindacati e partiti sembrano essere bravi solo ad emettere constatazioni e a fare gli interessi degli insider.

Che fare? “Il mercato del lavoro è da cambiare. Ma anche la formazione”, scrive sul Corriere Dario Di Vico. Oltre alla revisione del percorso formativo, Di Vico sostiene che sia necessaria una battaglia culturale che sradichi l’idea che un lavoro manuale sia in ogni caso da evitare. Insomma, in tempi di recessione la mentalità va adattata.
Ma sul lungo periodo, è veramente la più giusta la strada del “meno ambizioni e più buon senso”?

Data: 3 giugno 2010

Pasotti odia i bamboccioni

di Maria Teresa Melodia

Dalle fiction di Canale 5 ad esperto consigliere. E’ la parabola di Giorgio Pasotti, attore sulla soglia dei 37 anni, che dalle pagine del magazine ‘Men’s Health’ lancia la sua provocazione e invita i giovani a lasciare la casa dei genitori e a non finire nella categoria dei bamboccioni.

“I bamboccioni? Mi fanno proprio girare le palle. Vorrei invitarli a lasciare la casa di mamma e papà, a non rimbambirsi davanti alla Playstation, a mandare a quel paese il lavoro sicuro per realizzare i sogni”, ha dichiarato l’attore.

Chi glielo dice a Pasotti che di soli sogni non si campa?

Data: 30 aprile 2010
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