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Dall’Udu a Facebook: il no al numero chiuso

di Claudia Cervini

facebuduSe digitate su Facebook la frase “No al numero chiuso” appariranno una decina di gruppi studenteschi: No al numero chiuso! Sì al diritto allo studio, Il diritto allo studio è sacro, no al numero chiuso, No ai corsi ad accesso programmato e altri che recitano più o meno allo stesso modo. I primi due gruppi contano rispettivamente 1.500 e 700 membri, tanto per far capire le dimensioni della protesta.

Ieri, a Catania, il sindacato studentesco Udu (Unione degli universitari) ha organizzato un sit-in contro l’accesso programmato, segnalato sempre su Facebook tra gli eventi.

Proprio l’Udu quest’anno ha anche redatto l’opuscolo “test sicuro” per tutelare gli studenti dalle irregolarità riscontrate durante la prova d’ammissione e indicare le modalità per fare ricorso, come riporta La Repubblica del 1° settembre. Il testo, una sorta di vademecum, è stato distribuito davanti alle aule.

Innanzitutto le situazioni sospette durante lo svolgimento della prova devono essere segnalate, si legge sull’opuscolo, se nessuno interviene lo studente potrà rivolgersi alle forze dell’ordine. In caso di mancato superamento del test si può far ricorso al Tar del Lazio entro 60 giorni dalla pubblicazione delle graduatorie. L’Udu inoltre, come riporta la testata di Ezio Mauro, da diversi anni promuove ricorsi collettivi per studenti che non sono stati ammessi ai corsi, per dare loro la possibilità di entrare in “sovrannumero”. Questo perché l’Udu ritiene il sistema lesivo del diritto allo studio , oltre che privo di efficacia. “È una selezione che ha fallito sotto tutti i punti di vista. Ci sono molti modi per superarlo, ma per farlo dobbiamo guardare all’interesse collettivo e staccarci dagli interessi particolari degli ordini professionali, gli unici che hanno tratto vantaggio dal numero chiuso”.

Data: 2 settembre 2010

Un protocollo contro i furbetti

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Il rettore padovano Giuseppe Zaccaria, e il comandante provinciale della Guardia di Finanza,  Ivano Maccani, hanno firmato oggi al Bo, storico rettorato patavino, un protocollo di collaborazione. Come si può leggere in una nota dell’ufficio stampa dell’università,  ” la nuova intesa  tra Università e Fiamme Gialle mira a smascherare gli studenti che dichiarano il falso a scapito di altri universitari onesti e delle casse dell’ateneo”.

Oltre a semplificare e rendere più efficaci i controlli, il protocollo “ha lo scopo di evitare che avanzi in graduatoria o paghi contribuzioni inferiori chi povero non è”.

Buona notizia, senza dubbio.  Da tempo, anche noi di Campus, scriviamo che è ora di finirla con i furbetti del diritto allo studio, quelli che si beccano l’alloggio, l’esonero e la borsa perché il papà evade il fisco – come si evince dagli abiti firmati e dal tenore di vita degli studenti stessi.

La cosa disarmante è che non lo si facesse già e che per mettere in piedi una seria azione di controllo, ci sia bisogno di un protocollo d’intesa.

Data: 3 giugno 2010

Lo stage? A pagamento

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Se per i giovani neolaureati italiani c’è l’incubo degli stage sempre meno retribuiti o rimborsati, fino ai mitici buoni pasto, negli States l’internship, come si chiama il periodo formativo all’interno delle aziende, non solo è gratuito ma c’è da pagare un’agenzia che lo procuri.

Come ha scritto il New York Times nei giorni scorsi, le principali società del settore, come la University of dreams (un nome, un programma), o la Internship.com offrono stage in primarie società, della durata di circa un mese, spesso in Europa, a 8mila dollari (5.588 euro). La cifra è comprensiva di alloggio, vitto (in parte) e altri servizi.

Internship.com – 45 addetti in 13 città che collocano 1.600 studenti all’anno -  ad esempio, propone  otto settimane a New York City, con sistemazione, “cinque pasti alla settimana” ma anche “ seminari e tour nella Grande Mela”. In vetrina ci sono anche un mese a Londra per 9.450 dollari o il Costa Rica a meno di 6mila.

Con la University of Dreams si può anche volare a Barcellona e scegliere se fare 40 giorni circa  alla Edelman (comunicazione), alla BOPAA Arquitectura (architettura) o, ancora, alla catena di alberghi Eurostars Grand Marina, per “soli” 7.999 dollari.

Attenzione però a scegliere bene il corso o a chiarirvi le idee in partenza: l’Ateneo dei sogni chiede 35 dollari semplicemente per esaminare la vostra domanda. Molti meno dello Washington Center, una non profit che esige 60 dollari per application ma potrà offrirvi un internship di 10 settimane ad Amnesty International o all’Ambasciata del Canada per  5.195 che salgono a 8.653 se si desidera anche l’alloggio, come fa il 90 per cento degli studenti.

Secondo il New York Times, le internship a pagamento stanno conoscendo un piccolo boom grazie alla crisi: molte famiglie le considerano un investimento complementare rispetto a quello degli studi. La speranza, per molti, è di rafforzare il curriculum, ottenere contatti e mettersi in mostra, per un’ulteriore opportunità l’anno successivo, se non per un colloquio di lavoro.

Le aziende ospitanti, che non pagano un cent alle agenzie, sono ovviamente molto collaborative. Come ha spiegato al quotidiano Sarah Cirkiel, ceo della  Pitch Control Public Relations, che in quattro anni ha concluso 20 internship con la University of dreams: “Rendono il processo di ricerca e selezione molto più semplice”, ha detto.

Negli career service degli atenei, c’è chi storce il naso: se è vero che le agenzie riescono a collocare anche gli studenti delle università meno blasonate, colmando un gap storico, si scava un altro solco fra chi può permettersi un simile esborso e chi no.

Curiosità: a firmare l’articole era Gerry Shih, uno stagiaire. “Pagato” ha specificato, accanto alla firma, il quotidiano newyorchese.

Infine una domanda: quanto impiegherà questo mini-trend a fare capolino anche in Italia?

Data: 1 settembre 2009

Fuorisede? Nel container

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Ci sta pensando, Valérie Pécresse, ministro per l’Insegnamento superiore e la ricerca di Sarkozy, dopo un viaggio ad Amsterdam, in cui ha potuto osservare da vicino un’esperienza pilota nell’alloggiamento degli universitari.

Si tratta di veri e propri prefabbricati, di 27 metri quadrati ciascuno, completamente attrezzati, alimentati da pannelli solari e dotati di tutti comfort, collegamento wifi incluso.

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Molto simili a quelli usati dalla Protezione civile italiana, nelle emergenze, per alloggiare gli sfollati. Nel caso olandese, però, i container sono montati uno sull’altro, a formare una sorta di palazzo, come mostra anche il portale specializzato in architettura Inhabitat.com.

Agli studenti verrebbero offerti a 300 euro al mese. Attualmente gli alloggi standard nelle cosiddette “Cité U”, gli studentati prossimi agli atenei, offrono spazi di nove metri quadri.

Data: 30 gennaio 2009

Cosa insegna Obama

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C’è una lezione per l’università italiana dall’ascesa di Barak Obama? Sì, quella che il diritto allo studio è una cosa seria.

Grazie alla discussa Affirmative action, la norma che negli Stati Uniti riserva quote alle minoranze, il figlio di un studente-immigrato keniota è arrivato sino ad Harvard, un luogo dovestudiare costa 50mila dollari all’anno circa.

Da noi, ancora oggi, centinaia di migliaia di giovani (e di famiglie) anche se lo volessero o avessero le capacità, non possono permettersi di studiare alla Bocconi.

In Italia, le politiche di diritto allo studio offrono borse scarse che spesso, troppo spesso, sono appannaggio di furbetti ed evasori totali o parziali.

E fa anche riflettere che, nel dibattito politico italiano, siano non pochi a scagliarsi contro l’università di massa o, peggio, l’università sotto casa. Affermazioni a cui è sottesa l’idea che la formazione superiore non possa essere che di pochi.

Cosa ne pensate?

Data: 5 novembre 2008

La Gelmini annuncia un ddl sulle residenze universitarie

Mariastella Gelmini Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini ha annunciato un disegno di legge in materia di residenze universitarie in collaborazione con l’Associazione Nazionale Comuni Italiani.

Gelmini ha affermato: «Vogliamo presentare un disegno di legge che possa consentire anche ai meritevoli che non hanno i mezzi di frequentare buone scuole e università. [...] Voglio proporre all’Anci delle convenzioni affinché nelle città che ospitano le università si realizzino residenze universitarie, anche questo è un modo per aiutare le famiglie a contenere i costi».

Data: 25 agosto 2008
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