Quanto piace il voto al prof
Pochi giorni fa, la notizia degli studenti milanesi del liceo Berchet che danno i voti ai loro docenti è apparsa su tutte le prime pagine dei giornali.
Commenti estasiati salvo, forse, la Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera. Qualcuno ha festeggiato l’affermarsi di un “modello Brunetta” anche fra i banchi delle superiori.
Pochi sanno che, in Italia, la valutazione degli studenti è introdotta per legge già da qualche anno, all’università. O meglio, sarebbe, perché come Campus ha già scritto più volte quest’anno (lanciando anche la campagna Dillo alla Gelmini, anche noi valutiamo), quest’obbligo è surrettiziamente disatteso. Come? L’esito questionari di valutazione, distribuiti a fine corso, viene occultato dalla maggioranza degli atenei italiani. Si contano sulle dita di due mani, quelli che li comunicano tramite web d’ateneo. L’unica università che aveva iniziato a pubblicizzare i dati, indicando il nominativo dei docenti, era Trieste ma l’aggiornamento dei dati si è misteriosamente bloccato.
Nell’ateneo giuliano, qualche maligno ha anche detto che la caduta del rettore Romeo, tre anni orsono, fosse imputabile proprio a questa iniziativa.
Eppure la parola valutazione è diventato il mantra di ogni commentatore, politico od accademico, dei fatti universitari.
