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Dite al Corriere che Grasso è un prof

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Bellissimo reportage fotografico sulla Cattolica di Milano firmato da un trentenne ex allievo dell’ateneo di padre Gemelli, William Willinghton. Si tratta di Italian Students, un anno di scatti in bianco e nero nei chiostri milanesi (ma anche nelle tante sedi distaccate) a cogliere il popolo della Cattolica, ovvero le migliaia di giovani che ne frequentano i corsi.

Foto che saranno esposte in una mostra allestita proprio nel cortile d’onore del rettorato, a Milano, dal prossimo 29 ottobre al 28 febbraio del 2010.

A commentarle un ex-studente di rilievo: Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera.  E proprio il magazine del Corrierone ha dedicato, ieri, un grande servizio (ben nove pagine)  all’iniziativa.

Nel boxino che dettaglia la mostra, le biografie degli autori. Di Grasso si ricorda solo il passato studentesco omettendone, singolarmente, il presente accademico: ordinario di Storia della radio e della televisione presso la stessa Cattolica.

Una svista? O una pruderie del giornale? Essendo, l’autorevole collaboratore, dipendente dell’università di cui si parla, qualche lettore potrebbe eccepire trattarsi di (un minuscolo) conflitto di interessi.

Sicuramente, per Grasso il problema non si pone: alcuni anni fa,  proprio dalle colonne del Magazine, il critico ironizzò pesantemente (e in una maniera che allora apparve pretestuosa) sul titolo di un corso della Iulm, ateneo competitor di Cattolica in alcune discipline dell’area della Comunicazione.

Data: 23 ottobre 2009

Matematica, chiacchiere e amnesie

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Il grande ritorno dei numeri. Stamane il Corriere della Sera celebra il +70% degli iscritti a Matematica, rispetto al 2004-2005 e il piccolo boom delle facoltà scientifiche.

Lo fa dedicando ai primi dati sulle immatricolazioni l’apertura dell’inserto culturale e un richiamo in prima pagina.

Perché dunque gli studenti riscoprono i numeri? Si chiedono a Via Solferino.

Obbligo morale interrogare sul punto l’onnipresente Piergiorgio Odifreddi che, anche da (pre)pensionato dell’università, presidia il fronte culturale e organizza il Festival della Matematica (ma non l’avevano licenziato un anno fa?).

Il matematico impertinente regala al lettore una risposta veramente scientifica su questo ritorno ai numeri:  “La matematica oggi attrae perché risponde a una domanda di verità”, spiega. “Perché nel Medioevo la chiave di interpretazione del mondo era la teologia e oggi la teologia non risponde più a quelle domande”.

Fortunatamente, il Corriere si ricorda che esiste, da qualche anno, un Progetto lauree scientifiche, intervistandone il coordinatore, professor Nicola Vittorio, astrofisico e già preside di Scienze a Tor Vergata.

Vittorio ha raccontano cosa si è fatto, in questi anni, in molte scuole superiori e cioè orientato gli studenti, facendo loro capire che oggi le possibilità occupazionali di un laureato in Matematica (ma anche in Fisica o in Scienze dei materiali) sono maggiori che nel passato, e aggiornato il modo di insegnare dei docenti, privilegiando il laboratorio ecc ecc.

Insomma, non con le chiacchiere (in libertà) ma con il lavoro si producono risultati.

Peccato che il giornale dimentichi di ricordare chi volle e finanziò il Progetto: Letizia Moratti.

Data: 27 agosto 2009

Aumentare le tasse? Ok il prezzo è giusto

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Ok il prezzo è giusto. Due economisti de LaVoce.info, il think tank di Tito Boeri e molti altri, hanno individuato di quanto sarebbe opportuno che salissero le tasse universitarie, così come Francesco Giavazzi (un altro del giro) ha sancito dalle colonne del Corriere: del 100%.

I due studiosi, Daniele Checchi (Statale di Milano) e Alberto Rustichini (Università del Minnesota), lo dicono in un articolo pubblicato oggi da La Voce.

Usando calcoli econometrici e prendendo come base i redditi delle famiglie italiane  dell’Indagine Bankitalia 2006, gli studiosi spiegano che le ripercussioni di un simile aumento sui redditi bassi “potrebbero rivelarsi modeste”.

Applicando i calcoli alla tassazione universitaria media – 800 euro – desumono che la maggior tassazione potrebbe ridurre di circa lo 0,11% la probabilità di iscrizione all’università. “Si tratterebbe”, scrivono Rustichini e Checchi, “di meno di 2mila studenti, che potrebbero facilmente essere esonerati dall’incremento delle tasse”.

Insomma, tolte queste famiglie, le altre, anche con bassi redditi, terrebbero botta continuando a inscrivere i figli all’università.

Secondo i due economisti, aumentare le tasse del 100% consentirebbe (al netto degli esonerati) un ricavo di 1,3 miliardi di euro, annullando di fatto l’effetto dei tagli di Tremonti. Ma gli effetti positivi sarebbero anche altri: studenti e famiglie rinuncerebbero all’equazione “basse tasse=bassa qualità dei servizi” che dominerebbe le scelte degli italiani oggi, insieme al feticcio del valore legale del titolo, uguale in qualsiasi ateneo.

“Se gli studenti impareranno a ‘votare con i piedi’ si produrrà quella concorrenza tra atenei che può aprire degli spazi per i più dinamici tra gli stessi”, scrivono.

Gli studiosi quindi concludono che aumentare le tasse si può (e si deve) ma, aggiungono, a due condizioni:

1) costruendo residenze universitarie (che quindi permettano alle famiglie comunque di non scegliere solo l’ateneo sotto casa);

2) erogando borse di studio (non solo in base al reddito ma anche “in base al contesto socio-culturale, per esempio sostenendo i figli dei genitori che non abbiano completato l’obbligo scolastico”) .

Nell’architettura degli economisti-riformisti nessun riferimento alla particolarità del quadro tributario italiano, nel quale vaste fette di popolazione, attraverso meccanismi di elusione e di evasione fiscale, denunciano redditi bassi.

Per assurdo, raddoppiare gli 800 euro di tasse pagati dal figlio di un ristoratore (categoria recentemente assurta alle cronache) potrebbe non avere effetto, mentre portare da 1.300 a 2.600 euro la retta della figlia di due lavoratori dipendenti potrebbe essere decisivo, perché questa abbandoni gli studi.

E sulla stesso sistema dei redditi, si baserebbero poi i sistemi di sostegni ipotizzati dai due. Ne è chiaro poi quando potrebbe incidere questo si sistema (residenze e alloggi) sulle finanze statali: sarebbe stato il caso, forse, fare due calcoli per capire l’incidenza, visto che si sono affrettati a ricavare il gettito complessivo.

Infine due notazioni.

La prima di ordine pratico: mentre gli atenei possono aumentare le tasse da subito – anche se c’è da superare i vincoli del tetto del 20% sul Ffo – il sistema di sostegni richiede leggi statali che, con i tempi parlamentari, arriverebbero chissà quando.

La seconda di ordine politico: essendo la riduzione della pressione fiscale un mantra del Governo Berlusconi, chi dovrebbe spiegare a circa 1,6 milioni di famiglie una tassa che cresce del 100%? E non una tassa sul lusso -  sulla terza casa, sul telefonino, o sul suv – come in passato si è ventilato ma sulo completamento dell’istruzione dei figli, oggi percepito come necessaria.

Dubito che i calcoli dell’econometria s’accordino, alla fine, con la giustizia e con la politica.

Per leggere l’articolo di Rustichini e Checchi, Le nozze coi fichi secchi, clicca qui.

Data: 23 luglio 2009

Atenei, le riforme di Via Solferino

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Non bastava Francesco Giavazzi a dettare la linea della politica universitaria dalle colonne del Corriere – praticamente su tutto, dal reclutamento alla governance fino alla necessità di aumentare le tasse.

Via Solferino ora schiera Pierluigi Panza, caposervizio in cultura, apprezzato autore di numerosi romanzi per Bompiani.

Panza, plurilaureato e dottorato, è comparso ieri nella pagina Idee&opinioni del giornale per proporre la riforma di un settore universitario: il suo.  E’ infatti professore a contratto in Beni culturali e, dopo aver ricordato la sperequazione, di impegno e salariale, con i “colleghi” di ruolo e lanciato una poderosa invettiva – la docenza a contratto come “espressione di un filantropico volontariato, nei casi migliori, parcheggio per portaborse e parenti, nei casi peggiori” – distilla, anche lui, la sua ricetta.

Vale a dire introdurre un “concorso nazionale per titoli che identifichi tutti gli idonei tra i quali le università possano chiamare, sia per contratti che per assunzioni”.  Ciò, secondo Panza, consentirebbe “certezza qualitativa, costringerebbe i docenti di ruolo a lavorare in università e i Cda degli atenei ad assumersi la responsabilità di chi chiamano”.

Oltre allo slancio innovatore, parrebbe che Panza abbia voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Che abbia problemi con qualche esponente del “baronismo” ai cui ricatti, come scrive, sono sottoposti i docenti a contratto?

Già ma proprio qui sta il punto: aldilà delle idee, anche in parte condivisibili, non stride a nessuno – Panza per primo -  il fatto che un giornalista del Corriere usi il suo giornale per un problema che lo riguarda direttamente?

La vicenda ricorda Aldo Grasso (un altro accademico) che, qualche anno fa, tuonava dalle colonne dello stesso quotidiano, contro i bonghisti che, dalle Colonne di San Lorenzo a Milano e sulle quali si affacciavano le sue finestre, gli facevano passare le notti in bianco.

Ma tornando all’ansia (furia?) riformatrice di Via Solferino, qualche pagina prima del commento di Panza, in una galleria di opinioni sulla proposta giavazziana di aumento delle tasse universitarie, le parole più giuste le diceva proprio Tremonti che ricordava: “Scrivere un fondo sul Corriere è più facile che fare una riforma”.

Data: 16 luglio 2009

Quanto piace il voto al prof

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Pochi giorni fa, la notizia degli studenti milanesi del liceo Berchet che danno i voti ai loro docenti è apparsa su tutte le prime pagine dei giornali.

Commenti estasiati salvo, forse, la Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera. Qualcuno ha festeggiato l’affermarsi di un “modello Brunetta” anche fra i banchi delle superiori.

Pochi sanno che, in Italia, la valutazione degli studenti è introdotta per legge già da qualche anno, all’università. O meglio, sarebbe, perché come Campus ha già scritto più volte quest’anno (lanciando anche la campagna Dillo alla Gelmini, anche noi valutiamo), quest’obbligo è surrettiziamente disatteso.  Come? L’esito questionari di valutazione, distribuiti a fine corso,  viene occultato dalla maggioranza degli atenei italiani. Si contano sulle dita di due mani, quelli che li comunicano tramite web d’ateneo. L’unica università che aveva iniziato a pubblicizzare i dati, indicando il nominativo dei docenti, era Trieste ma l’aggiornamento dei dati si è misteriosamente bloccato.

Nell’ateneo giuliano, qualche maligno ha anche detto che la caduta del rettore Romeo, tre anni orsono, fosse imputabile proprio a questa iniziativa.

Eppure la parola valutazione è diventato il mantra di ogni commentatore, politico od accademico, dei fatti universitari.

Data: 26 giugno 2009

La crisi? La paghino gli studenti

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Ci risiamo. La mungitura dello studente come panacea di tutti i mali universitari.

Oggi la propina un economista, Francesco Giavazzi, editoralista del Corriere e consigliere un tempo molto ascoltato di Mariastella Gelmini.

Intervenendo oggi sul quotidiano – Prova di verità per gli atenei – Giavazzi ricorda che, dal prossimo anno accademico, graveranno sulle università italiane svariati milioni di euro di tagli ai trasferimenti: 10% nel prossimo anno, 18% in quello successivo.  Con le attuali regole – dice il professore – “per cui anche i bidelli eleggono i rettori”, gli atenei così a corte di risorse “saranno destinati a chiudere”. Con la governance attuale, l’accademia non sarebbe in grado di adeguarsi, rivoluzionando completamente criteri di ripartizione delle risorse e di spesa.

Giavazzi poi elogia parzialmente il ministro per aver bloccato il reclutamento con le vecchie regole, di aver agganciato il 5% dei fondi dell’anno in corso (in chiusura) alla valutazione e per aver abbozzato una riforma della governance.

Idee che, secondo l’autorevole bocconiano, trovano ostacolo nel gattopardismo degli universitari, dei sindacati e nella durezza di Tremonti nel non voler rivedere i tagli previsti.

Ergo, in questa situazione di stallo, aumentiamo le rette degli studenti che, livellate come sono, ultimamente, non sono che un trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi.  Introducendo, contestualmente, “borse di studio di pari valore per i meno abbienti”.

Economista, forse un po’ sofista (molte affermazioni sono piuttosto discutibili), Giavazzi invoca la solita vecchia politichetta: “Agli zoppi? Grucciate”.

La Gelmini non riesce a riformare? I baroni fanno resistenza? I sindacati s’arroccano? Tremonti non sente ragioni? Paghino gli studenti e le loro famiglie.

Data: 24 giugno 2009

Gelmini, l’inutile intervista

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Stamane la prima pagina del Corrierone ci aveva fatto sobbalzare. Strillava infatti l’intervista al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini: “Lo sciopero è un rito, niente tagli alle università“, concessa al bravo Marco Cremonesi.

In via Solferino ce l’hanno messa tutta con la titolazione ma putroppo l’intervista non contiente niente di nuovo. I soliti fervorini sull’eredità del brutto mondo cattivo lasciato dalle sinistre – con tanti saluti alla lunga stagione morattiana -, i soliti generici appelli al merito.

Di nuovo c’è, forse, la certificazione ministeriale sugli studenti universitari di destra: “Continuano la loro decennale battaglia contro i baroni”, dice Gelmini che evidentemente, oltre a fare il ministro si incarica anche di custodire l’ortodossia pidiellina, visto che giorni fa, intervenendo alla Fondazione Magna Charta del professor Gaetano Quagliarello, aveva esortato i docenti d’area a “tirar fuori gli attributi”.

Sul punto delle risorse per l’università in Finanziaria, la ministro si limita a dire che “per il 2009,  non si prevedono particolari tagli”.

Evidentemente i 133 milioni indicati nel provvedimento (48 sul Ffo, 65 dirittio allo studio e 20 per gli istituti di cultura)  sono bagatalle.

Un’arroganza sconcertante, quella di questo giovane avvocato bresciano. Sta come un soldatino a difendere la manovra che Giulio Tremonti, vero dominus della vicenda,  ha disegnato con la legge 133/08. Ma lo fa con il peggior armamentario propagandistico.

È ormai chiaro che la fatica del riformismo non la vuol fare.

Peccato, perché di riforme l’università italiana ha urgente bisogno.

Data: 27 ottobre 2008

Bologna, magnifica impudenza

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Pier Ugo Calzolari, rettore dell’Università di Bologna a fine mandato elettorale (si voterà per il successore nel giugno prossimo), ha pensato bene che sia arrivato il momento di migliorare la governance del proprio ateneo, il più antico del mondo.

Che cosa ha studiato il Magnifico per modernizzare, sburocratizzare e rendere più efficiente il consiglio di amministrazione dell’Università petroniana? Ma di far fuori la rappresentanza studentesca, evidentemente la zavorra, la pietra di inciampo, il cappio al collo che impedisce all’antico ateneo di librarsi nel firmamento universitario mondiale.

Un pessimo segnale: gli studenti contano poco, pochissimo nel nostro sistema formativo. Della loro valutazione, a differenza di quello che accade ad esempio negli States, non frega niente a nessuno.

Da noi vive di piccole liturgie, di questionari distribuiti a fine corso, con scarsa attenzione all’anonimato. I risultati, e Campus se ne è occupato anche di recente, rimangono nel secreto delle facoltà (salvo poche isole felici) e a nessuno è chiaro l’utilizzo che viene fatto dei dati così raccolti (un accademico rabbuffo ai censurati?). I posti in senato e consiglio, ancorché ultraminoritari, servivano (e servono) a denunciare ciò che non va.

Ora, in nome della new governance, li si vuol tagliare?

Magnifica impudenza.

In difesa del rettore è intervenuto nei giorni scorsi Angelo Panebianco, politologo ed editorialista del Corriere della Sera. E docente dello stesso ateneo.

Conflitto d’interessi?

Data: 13 ottobre 2008

Cepu e pubblicità, cosa c’è dietro?

Cepu e Studenti.it

Dalla fine di agosto, il gruppo del tycoon toscano Francesco Polidori, patron di Cepu, ha cominciato ad investire massicciamente sui principali quotidiani italiani. Botte da una pagina in cronaca nazionale che, anche in tempi di vacche magre pubblicitarie, non possono costare meno di 70mila euro. Che cosa c’è dietro questa  campagna monstre?

Non che in passato, spot e affissioni mancassero. Anzi, la stagione dei Del Piero e dei Di Pietro affissi nelle fiancate degli autobus non è lontana. Stavolta, però, dopo un anno di flessione (il 2007), Cepu torna in grande stile e sceglie quotidiani come Repubblica e Corriere della Sera o siti e magazine specializzati, come Studenti.it e Studenti Magazine.

Un assaggio di questa stagione di forti investimenti c’era stato, nel maggio scorso e aveva riguardato il marchio Grandi Scuole. Un accordo con Studenti MediaGroup, appunto l’editrice di Studenti.it, aveva corollato anni di aspre polemiche fra il portale e Cepu, oggetto di una serie di inchieste e forum piuttosto arrabbiati (inchieste e forum che, fino a poco tempo fa, erano richiamate con un certa evidenza nella pagina ‘università’ e che oggi si fatica davvero a recuperare. Sarà un caso?).

Certo, c’era (e c’è) un nuovo prodotto da collocare: un ateneo online nuovo di pacca: l’Università telematica eCampus di Novedrate, in provincia di Como.

In una grande struttura residenziale appartenuta all’Ibm, Polidori aveva piazzato, due anni orsono, la Bertrand Russell University, stringendo un accordo di accreditamento con un ateneo gallese, progetto rivelatosi poi un flop. Ma il magnate delle ripetizioni non ha dovuto sbaraccare l’edificio perché, nel frattempo, come manna dal cielo, a fine gennaio 2006, è arrivato dal ministero dell’Università il riconoscimento all’ateneo telematico.

Il sogno del re dell’assistenza scolastica e universitaria – quello di possedere un proprio ateneo – si è quindi coronato e il Cepu ha un’università tutta sua, che ha aperto i battenti già in questo anno accademico ma che si appresta a fare scintille, almeno a giudicare dagli investimenti, nel prossimo.

La strategia è chiara: si assiste tutto l’anno con Cepu e si vanno a fare esami a eCampus. Anzi, meglio: maturità con Grandi Scuole, laurea con eCampus ma servoassistita da Cepu.

Unico neo del progetto, la rivolta dei tutor di Grandi Scuole che, partita a giugno da Bologna e patrocinata dalla Cgil, era culminata con il primo, storico, sciopero dei precari Cepu e sembrava dilagare a macchia d’olio.

A settembre, uno dopo l’altro, come tappi di champagne, i tutor rivoltosi sono saltati: la Cesd SpA, società che gestisce il marchio Grandi Scuole, non ha rinnovato loro i contratti annuali.

A quanto risulta a Campus, nella scorsa settimana, un gruppo di ex-tutor ha incontrato, ancora a Bologna, i legali della Cgil per studiare le contromosse, che prevederebbero una richiesta di reintegro davanti al magistrato del lavoro, configurandosi un rapporto professionale, di fatto,  subordinato e, di conseguenza, un vero e proprio licenziamento.

Forse la massiccia campagna di advertising del signor Polidori serviva (anche) a smerigliare l’immagine del gruppo di San Sepolcro (Arezzo),  in previsione di un autunno caldo.

Data: 19 settembre 2008
Campus
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