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Coppola: Italia… patrigna

di Maria Teresa Melodia

Francis Ford CoppolaSiamo un paese in cui i padri divorano i figli. Parola di regista e che regista. L’ italo-americano, Francis Ford Coppola, al Torino Film Festival per presentare l’ultima fatica cinematografica Tetro, ha parlato del nostro paese al quotidiano La Stampa: “Amo l’Italia ma mi rende triste. Non offre opportunità ai giovani. In giro per il mondo, persino in Messico o Guatemala, trovi ragazzi italiani che cercano occasioni di lavoro. Per avere un futuro ci vogliono buoni genitori alle spalle. I padri italiani, invece, sono come quelli dei miei film, vogliono tutto per se stessi, i soldi, le ragazze, il centro dell’attenzione. Sono addirittura capaci di rubare la fidanzata ai figli, come in Tetro” .

Affermazioni, quelle del regista del Padrino che fanno sobbalzare, se non altro per l’inconscia punta di orgoglio nazionale che è ancora viva in ognuno di noi, ma anche parole che fanno riflettere e pensare in modo istintivo alle tipologie di ‘padri’ nell’ Italia contemporanea.

I padri ‘di sangue’ che fanno di tutto per tenere le cose in famiglia e tramandare la loro ‘proprietà’ al figlio, padri per i quali non c’è spazio per i figli altrui, anche se bravi e talentuosi. La discriminante non è il merito, ma lo è il far parte del circolo dei parenti o degli amici stretti.

Poi ci sono i padri intesi come i maestri professionali, i ‘capoccia delle imprese’, i politici e i dirigenti, quelli che decidono a chi assegnare il posto in azienda, su quali persone puntare e a quali dare spazio, quelli che possono decidere se investire sui giovani e su quali, se allevarli, o spremerli con stage o contratti a progetto poco lungimiranti.

Le loro scelte sono attutite da altri padri ancora, i padri di famiglia che hanno fatto di tutto per assicurare ai figli l’ avvenire migliore e che si trovano a pagare le spese straordinarie dei loro stessi ‘bambini’ laureati, giovani, precari e insicuri con retribuzioni minime, che poi sono quelli che il ministro Padoa Schioppa aveva definito i bamboccioni.

Data: 20 novembre 2009

Per sempre giovani?

meloni

“Per sempre giovani”, cantava in un vecchissimo disco (Ullalla, 1976) l’intramontabile Antonello Venditti.

Potrebbe essere la colonna sonora di Young Blood, l’iniziativa di Next Exit, sponsorizzata dal ministro della Gioventù, Giorgia Meloni.

Young blood ha realizzato un annuario dei giovani talenti della moda e del design che si sono fatti valere nel mondo. Con un piccolo neo:un terzo dei creativi premiati, come avvertono le cronache, ha più di 35 anni. Nelle foto pubblicate si vede pure un fotografo di 39.

Ora, siamo i primi, a Campus, a dire che l’Italia non è un paese per giovani,  che l’ascensore sociale s’è rotto e tutto quello che ne consegue, però se consideriamo giovani gli over 35 non ne usciamo più…

Anche la Meloni – di cui siamo fan personali, per quanto di buono sta costruendo – sbaglia quando avalla questa idea o, almeno, non ne sottolinea il limite.

Siamo il Paese dove, seguendo il tg, si può sentire dare del “giovane” o, peggio, del “ragazzo” – come scrisse l’Unità della Serracchiani, avvocato 39nne – a chi vede da vicino i quaranta.

E la fine del dinamismo sociale nel nostro Paese, il pregiudizio “bamboccioni”, è figlia anche di questa mentalità.

Per la cronaca, il nostro ministero del Lavoro considera giovane “la persona di età compresa fra i 19 e i 25 anni, oppure fino a 29 se laureata”.

Data: 5 novembre 2009

Dagli addosso al né-né

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Il Rapporto Giovani (dell’omonimo Dipartimento dell’omonimo Ministero) ha lanciato il sasso in uno stagno melmoso: 700 giovani, fra 15 e 35 anni (giovani di 35 anni?) non studiano né lavorano. Deliberatamente.

Il Corriere della Sera, ieri, ha dato spazio alla notizia e le grida si sono levate altissime.

Vagabondi, fannulloni, mangiapane a ufo, bamboccioni sono stati gli epiteti migliori. Sulla graticola è finita anche l’università, accusata in qualche modo di esaltare eccessivamente le aspettative di una generazione.

Per contro, c’è chi la mena col precariato e con lo sfruttamento, dicendo: “I né-né” hanno ragione.

Chi ha torto? Chi ha ragione?

Queste statistiche (elaborate dal Dipartimento di studi sociali de La Sapienza)  sono affidabili? O c’è da evocare il solito Trilussa, buonanima, con la famosa invettiva sugli italiani che mangiano un pollo a testa?

Personalmente sono un po’ scettico: in vita mia ne ho conosciute di persone giovani che non studiavano né lavoravano ma, dieci volte su dieci, rivelavano fragilità, depressioni, spesso malattie vere e proprie. Anche quando erano mascherate da scelte consapevoli.

Data: 17 luglio 2009

Debora, “ragazza” di 39 anni

deborah.jpg“Questa ragazza ha battuto Berlusconi”, titolava, a due giorni dal voto, l’Unità, proponendo l’exploit di Debora Serracchiani nella circoscrizione Nord-Est, dove l’esponente pd ha raccolto un mare di preferenze e, nel Friuli, ha sopravanzato il presidente del Consiglio.

Non vogliamo parlare di politica, né commentare i flussi elettorali, europeei ed amministrativi dello scorso week-end. Non vogliamo chiosare su chi ha vinto e chi ha perso.

Usiamo questo titolo del giornale fondato da Antonio Gramsci per riflettere, ancora una volta, su come la questione giovanile sia davvero incistata in questa Italia.

Il fatto che una persona di quasi quarant’anni, che fa l’avvocato da anni,  sia infatti considerata una “ragazza” dimostra, in modo inequivocabile, come il pregiudizio bamboccionico – quello che rese celebre Padoa-Schioppa, per il quale i giovani amerebbero la sicurezza della casa familiare, non avendo il coraggio di affrontare la vita – sia vivo, vivissimo.

I giovani italiani, che si sentono legittimamente, esclusi dalla vita civile – nel senso che la società del Bel Paese gli si è chiusa contro, lasciandogli solo le briciole – sappiano che qui continua a tirare una brutta aria.

E a Debora Serracchiani rivolgiamo un modesto appello: oltre a inserire la questione giovanile nella sua agende politica a Strasburgo, si ribelli quando la si etichetta come “ragazza”. Sappia che, più o meno incosciamente, stanno fregando tutti i giovani d’Italia. E forse anche lei.

Data: 11 giugno 2009

Francilla. Nuova leva, cognome vecchio

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La chiamano Francilla e anima una trasmissione sulle web celebrity che va in onda la domenica sul digitale terrestre Rai, Rai4.

“Sono anche la conduttrice, o meglio la condottiera in questo viaggio dentro il web”, racconta a Panorama. Guja Visigalli, che firma il pezzo, ricorda che Francilla ha una laurea in antropologia culturale, 27 anni, e che è “da anni dietro le quinte dei programmi tv”.

Francilla è una tosta. Racconta: “Con Carlo Freccero, la prima volta, ci siamo mandati a quel paese, eravamo tutti e due prevenuti, ma alla fine ci siamo amati”.

Ha iniziato a lavorare presto, quindi non proprio una bambocciona, adora scrivere, ha sempre tante idee ma deve “anche superare la diffidenza”. Come mai? “Perché mio padre, Andrea, è un politico”.

Più precisamente, Francesca Romana Ronchi, detta Francilla, è figlia del portavoce di An.

Vabbè.

Data: 17 marzo 2009

I soliti noti

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Oddio! Il patinatissimo magazine del più importante quotidiano italiano mette in copertina tre giovani, neppure trentenni, che hanno un’idea imprenditoriale (una galleria d’arte a Milano). Titolo: “Ragazzi con una buona idea”.

Che succede? Il mondo alla rovescia? L’esplosione del merito in Italia? La fine delle gerontocrazie dominanti? La rivoluzione generazionale? La fine del pregiudizio bamboccionico?

Basta leggere bene, per tranquillizzarsi: i nostri tre sono Nicolò Cardi, figlio di un grande gallerista; Martina Mondadori, dell’omonima dinastia di editori e Barbara Berlusconi, il cui padre fa di mestiere il presidente del Consiglio.

Vabbe.

Data: 28 febbraio 2009

Giovani e politica, qualcosa è cambiato?

renzi.gifI quotidiani di ieri, complice la crisi post-Soru e Sardegna del Partito Democratico di Veltroni, hanno scoperto Matteo Renzi, il 34enne che ha vinto le primarie dello stesso partito a Firenze.

Campus l’aveva messo in copertina nel 2006, prendendolo a campione del 30 power , un’ipotetica generazione di trentenni che ci auguravamo potesse scardinare l’Italia (leggi qui l’intervista).

Laureato in Giurisprudenza con una tesi su Giorgio La Pira, una lunga esperienza nello scoutismo, tre figli, Renzi ha sbaragliato la concorrenza, ottenendo oltre il 40 per cento dei consensi. Potrebbe diventare a breve uno dei più giovani sindaci della sua città e d’Italia.

La sua campagna elettorale, dicono gli osservatori, è stata travolgente e originale: parlando con la gente per strada ma anche tirando le fila di una rete di 4.999 amici su Facebook (in cui 5mila è il limite massimo).

Comunque la si pensi, un segnale confortante nell’Italia della stagnazione sociale.

Data: 18 febbraio 2009

L’Italia dei “figli di”

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La notizia è dei giorni scorsi. Il giudice Andrea Borrelli, del Tribunale civile di Milano, ha condannato l’amministrazione penitenziaria a risarcire la famiglia di un detenuto che si era suicidato in carcere.

Più che per il fatto in sé – lo Stato condannato – la notizia ha fatto clamore perché Andrea è il figlio di Francesco Saverio, iniziatore di Tangentopoli e fiero protagonista di una stagione antiberlusconiana (ricordate il famoso “Resistere, resistere, resistere”?).

Una storia che può essere presa a paradigma di un certo pensiero dominante sull’università. Perché? Perché nessuno ha assolutamente battuto ciglio sul fatto che il figlio dell’ex procuratore generale di Milano fosse anch’egli giudice e per di più nel Tribunale milanese.

Al contrario, quando si parla di un qualsiasi figlio di docente, soprattutto se insegna nell0 stesso ateneo – non dico nella stessa facoltà – si può leggere, e non solo tra le righe, una sottile nota di civico disprezzo, quello con cui si trattano i comportamenti moralmente condannabili.

Insomma, Gian Antonio Stella, scagliando invettive contro l’elezione di Luigi Frati alla Sapienza, aveva ricordato come il magnifico rettore avesse moglie e figli in cattedra, proprio a Medicina. “Una sconfitta per l’università”, aveva detto proprio a Campus.

Ma perché per la consorte o i figli di Frati deve valere questa presunzione di consapevolezza – cioè che siano finiti in cattedra grazie al marito-padre – non sfiora nessuno nel caso di Andrea Borrelli il quale, magistrato stimatissimo, a giudicare dall’età ha vinto il concorso in magistratura mentre il padre era ancora in carica? Anzi, era il magistrato più importante d’Italia.

E, a voler guardar bene, c’è anche un’altra considerazione che suscita il caso Borrelli junior.

Continuiamo ad essere il paese dove i figli dei giudici fanno i giudici, quelli degli avvocati gli avvocati, quelli dei professori, dei giornalisti, degli architetti, dei politici eccetera eccetera, idem.

Continuiamo ad essere una società che dire bloccata è dir poco.

Il tutto mentre ci addentriamo, passo dopo passo, in una crisi economica senza precedenti affrontata con piani di intervento per auto, banche, arredi, agricoltura, ma dove non si parla affatto di cosa fare per chi sta uscendo dall’università.

Tra breve, non saremo in grado di offrire a questi ragazzi neppure gli stage a poche centinaia di euro.

Magari, almeno, smetteremo di chiamarli Bamboccioni.

Data: 13 febbraio 2009

Non è un paese per giovani

Massimo Livi Bacci - “Avanti giovani, alla riscossa”

“Il censimento del 1911 ci dice (…) che allora avevano meno di 30 anni il 10 per cento dei medici, il 19 per cento degli ingegneri e degli architetti, il 21 per cento degli avvocati, il 22 per cento del clero”.

Così Massimo Livi Bacci, demografo, docente universitario e senatore della repubblica, nel suo recente saggio Avanti giovani alla riscossa, edito da Il Mulino in questi giorni.

Sapete cosa era accaduto 80 anni dopo, nel censimento del 1999? Medici, 2,9 su 100, ingegneri e architetti, 9,1; avvocati a quota 7,4 e sacerdoti a 4,2.
Aspettiamo con tremore il prossimo censimento. Potremmo scoprire qualche professione allo zero virgola.

Una situazione drammatica. Dite la vostra, i vostri commenti saranno pubblicati anche su Campus magazine.

Data: 10 ottobre 2008

La solitudine delle opere prime

Paolo Giordano

Tu quoque Paolo? Eravamo, felici, felicissimi di Giordano, giovanissimo vincitore dello Strega, con il suo romanzo d’esordio, La solitudine dei numeri primi (Mondadori).

Felici perché Paolo Giordano è un dottorando, quindi appartenente a una delle categorie più rappresentative dell’italica vessazione dei giovani. Studioso di fisica per giunta, quindi campione di quell’eroico resto d’Israele che sceglie le scienze dure contro le mode accademiche e un po’ evanescenti. E invece, a fine agosto, il nostro fisico-letterato, ti va a rilasciare un’intervista al leziosissimo Riformista con cui smantella, davvero scientificamente, le nostre speranze d’aver trovato un testimonial, autentico e cazzuto, del «Bamboccioni mai più».

Sostiene Giordano che è l’ora di finirla con «il piagnisteo del precariato», che insomma una fase d’incertezza è fisiologica quando si è agli inizi.

Giordano, annusata la gloria letteraria e i numeri a molti zeri del diritto d’autore, pare proprio che abbia assaporato la solitudine delle opere prime, quelle vincenti, che conducono, sull’onda del marketing editoriale, a una vita di talk show, rubriche sui femminili patinati ed ospitate pettinate dalle Bignardi turno e quindi «fanculo» ai dottorandi da poche piotte al mese (quelli che la borsa ce l’hanno).

Data: 4 settembre 2008
Campus
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